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Era il 14 dicembre 1994 quando Bruce Dickinson, frontman degli Iron Maiden, si esibì con gli Skunkworks al Bosanski Kulturni Centar di Sarajevo. La città era sotto assedio da 983 giorni. I cecchini sparavano dalle colline, i morti si contavano a migliaia, la popolazione sopravviveva senza acqua, luce, riscaldamento. In quel contesto, l’idea di un concerto sembrava surreale. Eppure accadde. E trentun anni dopo quell’evento resta una delle pagine più singolari nella storia del legame tra musica e conflitto.
L’idea di portare una band internazionale a Sarajevo in pieno assedio nacque da due funzionari Onu, il maggiore Martin Morris e Trevor Gibson, negoziatore presso il dipartimento antincendio, per dimostrare che la vita poteva continuare anche in guerra. I primi contatti furono con i Rolling Stones, che declinarono. Anche i Motörhead, che inizialmente avevano accettato, declinarono a poche settimane dal concerto.
Fu la rivista Kerrang! a suggerire Bruce Dickinson: “Credo che il maggiore Martin Morris abbia chiamato la rivista Kerrang! e parlato con Phil Alexander [editor della testata] chiedendo di suggerire qualcuno che fosse abbastanza pazzo da andare a suonare in una zona di guerra”, racconta il bassista Chris Dale. “Ovviamente Phil Alexander disse subito: Bruce Dickinson è l’uomo giusto per fare una cosa del genere. Aveva ragione”.
E infatti Dickinson accettò. Il cantante, che allora aveva 36 anni e portava avanti la sua carriera solista dopo aver lasciato gli Iron Maiden (con cui si sarebbe – fortunatamente – ricongiunto alcuni anni dopo), era anche pilota di linea commerciale.
La band era composta da Chris Dale al basso, Alessandro Elena alla batteria e Alex Dickson alla chitarra. Avevano appena finito le registrazioni dell’album Balls to Picasso e si stavano preparando per un tour europeo. Nessuno di loro aveva esperienza di zone di guerra.
Il viaggio
Il viaggio viene descritto accuratamente da Chris Dale in tre racconti pubblicati sul blog MetalTalk nel 2020.
Il piano iniziale prevedeva un volo in elicottero Onu da Spalato, con l’idea di lasciare Sarajevo subito dopo lo spettacolo. Tuttavia, quando la band giunse a Spalato, scoprì che l’elicottero era in riparazione, dopo essere stato colpito dai serbi il giorno prima. Fu quindi necessario un cambio di strategia per raggiungere Sarajevo in autonomia.
Dei giornalisti locali suggerirono l’organizzazione umanitaria britannica “Serious Road Trip” che trasportava aiuti umanitari e organizzava spettacoli di clown per i bambini. Proprio davanti all’aeroporto di Spalato era parcheggiato il loro camion giallo acceso con Beep Beep e altri cartoni animati disegnati sul lato. “Un travestimento da imbecilli” ha ricordato Bruce Dickinson in un documentario, “e chi avrebbe mai voluto sparare a degli imbecilli?”.
Il convoglio attraversò l’unica strada aperta per Sarajevo, quella che saliva sul monte Igman, una delle zone più pericolose dei Balcani in quel momento.
Il viaggio durò due giorni, attraverso villaggi distrutti, checkpoint militari e zone minate. Arrivarono a Sarajevo la mattina del 14 dicembre e furono alloggiati in una base Onu nel centro città.
Ma anche lì la sicurezza era relativa: Chris Dale ricorda di aver trovato un foro di proiettile nel muro accanto al suo letto nella base Onu, accuratamente cerchiato con un pennarello e datato “settembre 1994”.
L’impatto della città devastata fu scioccante per tutti i membri della band. “Avevo visto spezzoni al telegiornale, filmati di com’era Sarajevo, ma niente ti prepara davvero allo shock di vederla con i tuoi occhi” ricorda Dale in un’intervista al trentennale per un canale bosniaco. “Era inverno, era buio, era orribile. Non avrei mai pensato che un giorno sarei tornato qui in vacanza”.
L’esibizione si tenne la sera del 14 dicembre al Bosanski Kulturni Centar, situato in una delle zone più esposte della città. L’edificio, che sarebbe stato distrutto nei bombardamenti successivi, ospitava circa 400 persone. Non ci furono annunci pubblici per motivi di sicurezza e la notizia si diffuse con il passaparola tra i giovani della città.
Sul palco si esibirono prima alcune band locali, Sikter (a cui di recente Il Post ha dedicato un podcast di cui abbiamo parlato qui) e Allmanah: gruppi che avevano continuato a fare musica durante l’assedio, suonando nei seminterrati. Per la scena rock sarajevese, isolata dal mondo da oltre due anni, l’arrivo di Dickinson era molto più di un semplice concerto.
“Nessuno di noi credeva che sarebbe davvero venuto a suonare a Sarajevo” ricorda il musicista locale Mirza Ćorić. “Come poteva la più grande star dell’heavy metal venire in questo posto infernale?”.
Gli Skunkworks suonarono per circa un’ora. Il repertorio comprendeva brani del nuovo album solista di Dickinson, ma anche classici degli Iron Maiden come The Trooper.
“Scream for me, Sarajevo!” gridò Bruce, e loro urlarono per lui. Urlarono in un isterico stile Beatles per tutto il tempo. Fu una liberazione per loro. Non importava cosa facessimo, loro urlavano e basta.
Il pubblico, formato soprattutto da giovani tra i venti e i trent’anni, partecipò con entusiasmo nonostante la tensione. Solo dopo il concerto la band scoprì che l’edificio era stato preso di mira quello stesso pomeriggio. I serbi avevano sparato due colpi di mortaio davanti al locale, probabilmente non con l’intenzione di uccidere (non tanto per la ripercussione mediatica che questo avrebbe avuto, ma perché con ogni probabilità tra i soldati serbi c’erano fan dei Maiden) ma solo di spaventare.
Come avrei mai potuto essere all’altezza di quello che le loro vite avevano bisogno che io fossi?
Bruce Dickinson in Scream for me Sarajevo
La band lasciò Sarajevo il 16 dicembre, sempre via terra. Dickinson scrisse nella sua autobiografia del 2017: “Non eravamo protetti, non c’era un piano e i proiettili erano veri, ma ci andammo comunque. Ha cambiato il modo in cui vedevo la vita, la morte e gli altri esseri umani”.
La riscoperta con Scream for me Sarajevo
Per anni la vicenda rimase poco nota, diversamente da altri eventi culturali dell’assedio come i concerti di Joan Baez e Barbara Hendricks. Per i musicisti locali l’evento ebbe un impatto duraturo. “Dopo di allora ricevemmo tutti una spinta a fare più musica”, ricorda Meldin Hota, batterista sarajevese. “Ovunque si potesse suonare, noi suonavamo”.
La riscoperta è arrivata nel 2017, quando il regista bosniaco Tarik Hodžić ha realizzato il documentario Scream for Me Sarajevo, prodotto da Jasenko Pašić e Adnan Ćuhara. Il documentario ha vinto diversi premi internazionali, tra cui il Premio Speciale della Giuria e il Premio per i Diritti Umani al 22esimo Sarajevo Film Festival.
Il film ha riportato la storia all’attenzione internazionale, spingendo il consiglio comunale di Sarajevo a conferire a Dickinson la cittadinanza onoraria nel 2019.
“L’arrivo di Dickinson nel 1994 fu uno di quei momenti in cui qui a Sarajevo abbiamo capito che saremmo sopravvissuti” ha detto il sindaco Abdulah Skaka durante la cerimonia.
A più di trent’anni dal concerto, la storia continua. Oggi Dickinson e il regista Sacha Gervasi stanno scrivendo una sceneggiatura per trasformare la vicenda in un film. “I giorni che ho trascorso a Sarajevo sono stati tra i più intensi della mia vita” ha dichiarato il cantante. “Questa storia non riguarda il mio viaggio, ma quello della gente di Sarajevo”.
Il concerto del 14 dicembre 1994 non fermò la guerra né salvò vite. Ma dimostrò che anche nelle situazioni più estreme esistono spazi che vanno oltre la mera sopravvivenza.
Laureata in Scienze Politiche (Studi sull’Est Europa) e in Governance locale all’Università di Bologna, ha studiato e lavorato in Lituania, Slovenia e Ucraina, dove si è occupata di sicurezza energetica, comunità locali e IDP. Lavora nel campo dell’integrazione europea, sviluppo locale e osservazione elettorale.