Com’era la vita durante il regime di Orbán: nasce un archivio per raccontarlo

Che cosa resta dopo la fine di un regime autoritario? Quando l’euforia è scemata e il sollievo e la speranza lasciano spazio alla nuova quotidianità? Quali sentimenti rimangono a covare sotto la cenere della ritrovata normalità, e come fare per rielaborarli?

Si può decidere di fingere che non sia successo niente, si può lasciare che il rancore divori tutto ciò che incontra, o si può provare a costruire un racconto e una memoria collettiva che permetta di andare avanti, come individui e come società.

È la strada intrapresa dai sociologi Luca Váradi e Tamás Kohut, gli ideatori dell’archivio digitale Így éltünk itt (Qui si viveva così), un progetto che raccoglie testimonianze della vita durante il regime di Orbán.

“L’idea è nata in modo del tutto spontaneo”, racconta Váradi. “Il giorno dopo le elezioni ero molto felice del risultato, per niente al mondo avrei voluto che il governo precedente continuasse a guidare il paese, ma dopo qualche tempo mi sono resa conto che dentro di me c’erano altre emozioni oltre la gioia (rabbia, frustrazione, tristezza, dolore) che non sapevo bene come gestire”.

Váradi si è chiesta se non ci fossero altre persone nella sua situazione. “In questi anni la politica ha influenzato profondamente la nostra quotidianità e la nostra vita personale”, spiega, “e come sociologi abbiamo pensato che valesse la pena offrire anche ad altri la possibilità di raccontare come si sentivano”.

“Questo è un momento di svolta per l’Ungheria”, afferma Kohut, “ed è importante raccogliere storie ed esperienze personali che potranno diventare anche una testimonianza per il futuro. Secondo noi, solo così potremo andare avanti, se comprenderemo che cosa ha significato quel periodo per le persone”.

L’archivio colmerà una lacuna tipica dei libri di storia, dove è facile trovare dati e fatti sulla politica, interna e internazionale, sull’economia, sulle istituzioni e le leggi di uno Stato, ma raramente ci si sofferma a riflettere su come tutto questo influenzi la vita quotidiana delle persone comuni.

L’obiettivo del progetto, specificano i sociologi, è documentare. Non c’è nessun intento di mettere in atto un processo di perdono o riconciliazione. Spiega Váradi:

Non è il nostro compito. Noi non possiamo perdonare o assolvere nessuno.

“Riteniamo importante dare a tutti la possibilità di ascoltare gli altri, di immaginare che cosa abbiano provato e di comprenderne l’esperienza. Speriamo che sia un’opportunità per avviare un dialogo”, aggiunge Kohut.

Il bisogno di parlare della vita durante il regime di Orbán

Il progetto, partito da un semplice post su Facebook, ha già risvegliato l’interesse di circa duecentocinquanta persone che aspettano di essere intervistate. I due sociologi non si aspettavano una risposta così ampia e hanno deciso di concentrare il lavoro sulla raccolta delle storie in modo che chi desidera raccontare la propria esperienza non debba aspettare degli anni. Váradi afferma:

Da un lato sentiamo la responsabilità per la fiducia che ci viene accordata, dall’altro non vogliamo che i ricordi sfumino.

Una parte delle storie è già disponibile sulla pagina Facebook del progetto, ma l’archivio, una volta completato, sarà ospitato da un sito web. Per ogni testimonianza (che può essere fornita anche anonimamente) verrà riportato il testo integrale dell’intervista e un riassunto che evidenzierà gli aspetti centrali. Sarà disponibile anche una traduzione in inglese.

“Nella comunità scientifica abbiamo sempre percepito un grande interesse per l’Ungheria, nel bene e nel male”, racconta Váradi. “C’era solidarietà tra colleghi, ma anche diffidenza nei confronti del sistema accademico ungherese, a causa della politicizzazione e della corruzione che hanno investito anche le università. In questi anni molti studiosi ungheresi si sono visti negare opportunità di ricerca internazionale. Dopo le elezioni, invece, in molti ci hanno contattati per sapere come stavamo, com’era la situazione e che cosa sarebbe successo. Anche per questa ragione abbiamo deciso di includere la traduzione in inglese, perché tutti quelli che non l’hanno vissuto sulla propria pelle possano capire meglio che cosa ha rappresentato il regime di Orbán per gli ungheresi.”

Fin qui il progetto è cresciuto principalmente di passaparola online e della visibilità data dai media nazionali. La voce ha iniziato a circolare e sempre più persone si sono registrate per partecipare. Inizialmente i due sociologi temevano che il progetto avrebbe attirato esclusivamente persone del loro contesto sociale e, anche se all’inizio l’interesse è arrivato principalmente dall’ambiente accademico e da professioni più qualificate, oggi i candidati provengono da strati sociali sempre più ampi.

“Tra le professioni che più hanno subito ingerenze da parte della politica ci sono gli insegnanti e il personale sanitario, ma speriamo di poter ascoltare presto anche le storie di chi ha lavorato a stretto contatto con la politica, come gli esponenti delle forze dell’ordine, i militari e i giornalisti dei media controllati dal governo”, continua Váradi.

“Ci hanno contattato anche tante persone comuni, che non ricoprono posizioni decisionali e che non hanno accesso diretto alla politica”, spiega Kohut.

Ciascuna di loro ha una storia dolorosa da raccontare su come il regime di Orbán ha influenzato la loro vita. C’è chi ha un figlio il cui orientamento sessuale non corrisponde all’idea eteronormativa imposta dal governo, ci sono gli anziani, i nonni che hanno visto nascere i propri nipoti all’estero, chi ha visto i propri rapporti familiari andare in pezzi per colpa della politica. E poi ci sono molti ungheresi che vivono all’estero, che vogliono affrontare i sentimenti complessi che provano verso il loro Paese.

“In questo momento in Ungheria si sente forte il bisogno di affrontare e rielaborare gli ultimi sedici anni”, racconta Váradi. “In molti si chiedono come abbiamo potuto lasciare che succedesse, che cosa avremmo dovuto fare di diverso e che strascichi lascerà l’era Orbán. In questo non siamo soli, ma ci sono altre iniziative, anche molto creative, tra cui un progetto di teatroterapia. Abbiamo ricevuto diverse proposte di collaborazione e abbiamo deciso che sul sito ci sarà spazio anche per altri progetti. Il nostro approccio è, naturalmente, quello accademico, ma è molto positivo che il tema sia trattato anche da punti di vista diversi”.

Un documento per il futuro

Le testimonianze che verranno raccolte nell’archivio rappresenteranno un documento preziosissimo anche per le generazioni future, e Váradi e Kohut sperano che oltre a condividere le proprie storie la società e le istituzioni possano, e vogliano, contribuire anche con un sostegno economico o pratico.

Confidiamo di ricevere dei finanziamenti. Si tratta di un’impresa enorme e abbiamo bisogno di risorse finanziarie per portare avanti il progetto.

I primi aiuti hanno già iniziato ad arrivare.

Ci è stato offerto gratuitamente un bellissimo spazio di lavoro a Budapest e un avvocato ci sta fornendo tutta l’assistenza legale a titolo volontario. Abbiamo anche ricevuto una donazione privata anonima che ci ha molto commossi.

Il sostegno economico consentirebbe anche di ampliare il team di ricerca, accelerare il ritmo delle interviste e ampliare il gruppo dei partecipanti.

“Sul lungo periodo ci piacerebbe anche espandere il campione di persone intervistate andando attivamente a cercare quei gruppi le cui storie sono meno frequenti, come la comunità LGBTQIA+, la comunità Rom o i piccoli imprenditori delle zone rurali”, spiega Kohut. Ottimista, ritiene che l’archivio potrebbe essere già online nel mese di luglio.

Per quanto riguarda il periodo di raccolta delle testimonianze i due ricercatori si sono dati due anni.

Forse non riusciremo a terminarlo per allora, oppure finiremo prima se ci renderemo conto che le persone non vorranno più raccontare le loro storie, perché nel frattempo saranno successe altre cose o sarà passato troppo tempo.

Non che le testimonianze raccolte a distanza di tempo siano meno valide o preziose. Non pensiamo che se non raccogliamo le storie oggi o domani sarà un problema. Ma abbiamo la sensazione che stiamo vivendo un momento speciale, una fase di transizione in cui il passato è ancora molto presente, anche se ce lo siamo già lasciati alle spalle.

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Elena Esposto
Elena Esposto

PhD in Istituzioni e politiche, giornalista freelance e data analyst. Ha collaborato con LaSvolta.it e con QCode occupandosi di diritti, cultura e ambiente. Innamorata dell’est Europa fin da bambina, da vent’anni frequenta l’Ungheria, dove ha vissuto e dove continua a sentirsi a casa.