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Il Terek Grozny: la squadra di tutti i ceceni 

di Francesco Zema*

Questa è la storia di un club nato a Groznyj all’indomani della Seconda guerra mondiale, lì dove il calcio ha sempre faticato a esistere, forse perché il grosso dell’attenzione era rivolta ai pozzi petroliferi oppure perché la ferrea tradizione di quella parte di Caucaso che, dalla cima del monte El’brus scende giù fino al Caspio, proibiva agli uomini l’uso di pantaloni corti o adattati allo sport. È il racconto della squadra che ha scelto per buona parte della sua epopea sportiva di identificarsi con il fiume più importante del Caucaso settentrionale, quel Terek da sempre essenza e orgoglio di tutta la Cecenia.

Non c’è un solo ceceno che non sia fiero della sua vera nazionale di calcio; colei che è sopravvissuta al crollo della Repubblica Socialista Federativa Sovietica Russa, della Rssa Cecena-Inguscia e della Repubblica Cecena di Ichkeria; colei che è rimasta in piedi durante gli anni bui delle due guerre cecene e ha continuato ad abitare la “capitale più distrutta al mondo” contribuendo in modo significativo alla sua rinascita, portando in giro per la Russia e per l’Europa il suo nome.

Il Terek – oggi Achmat, per volere di Ramzan Kadyrov che ha voluto che la squadra di tutti i ceceni portasse il nome del padre, colui che fu combattente, Gran Mufti e primo presidente della Cecenia lealista – è tante cose a seconda di chi abbia cura di narrare la sua storia.

La storia del Terek Grozny

Esiste il Terek sovietico, nato dall’evoluzione dei precedenti club della capitale Dinamo Grozny (1946/48) e Neftyanik (1948/58), la squadra della furia che incantava il Caucaso durante gli anni Sessanta e Settanta facendo vivere da nababbi – per gli standard sovietici – i propri giocatori ai quali offriva case, autovetture Lada e lauti stipendi nonostante le regole e il funzionamento dell’allora sistema calcistico locale e nazionale. Il Terek che animava le domeniche di Guerra fredda riempiva sistematicamente lo stadio più grande di tutto il Caucaso settentrionale intitolato a Sergo Ordžonikidze, il primo segretario della Repubblica Socialista Federativa Sovietica Transcaucasica. 

25mila persone assiepavano gli spalti per vedere il Terek disimpegnarsi nella Seconda divisione sovietica, nella lega sindacale, nei tornei regionali e locali, godendo di importanti vittorie come il titolo di campione della Rsfsr nel 1974.

Felpa del Terek Grozny (Meridiano 13/Gianni Galleri)

La distanza fra Groznyj e Mosca

Groznyj era come Vladikavkaz, Tbilisi e Erevan: fiera, vibrante e sempre pronta a lottare per la propria identità. Mosca e l’uomo sovietico erano distanti anni luce dal mondo ceceno che ancora si poggiava sulle giunte degli anziani e i capifamiglia regolavano ogni assunto e disputa mediante l’uso dell’Adat, il diritto consuetudinario ceceno. Erano lontani i tempi delle sirene wahabite e salafite che avrebbero portato i signori del Golfo Persico a insinuarsi nel Caucaso durante i sanguinosi anni Novanta.

I ceceni erano musulmani moderati, fedeli alla dottrina del sufismo che manteneva lontani sia i fondamentalisti islamici, russi, zaristi, bianchi o bolscevichi che fossero. Tradizione e memoria guidavano l’agire comunitario di un popolo sempre pronto a sfoderare il pugnale a difesa della propria terra, nel nome di chi nei secoli ha affrontato invasori, come gli eroi nazionali Mansur e Šamil’ Basaev. Il popolo ceceno ricorda la sua storia anche quella che porta in dote dolore o amare verità, che onora chi è stato ingiustamente esiliato e imprigionato in Kazakhstan, Kirghizistan e in Siberia pagando sulla pelle il frutto delle scelte fatte da un manipolo di politici che durante la Seconda guerra mondiale diedero appoggio ai nazisti in marcia verso Stalingrado e Mosca.

Il Terek faceva da collante sociale sia sul piano interno che verso gli altri mondi dell’immensa Urss e al contempo proiettava i giovani talenti locali verso nuove realtà e possibilità lavorative. Chi – come i vari Aleksandr Balachnin, Dick Dudaev, Viktor Jakuškin, e Alvi Deniev – si destreggiava con successo tra le file dei verdi presto veniva selezionato da importanti club della regione come lo Spartak-Alania, il Rotor o il Kuban, mentre altri tentavano la sorte a Mosca o in giro per l’Asia centrale.

La fine dell’Unione Sovietica

Tutto ciò si interruppe all’indomani del crollo dell’Urss e il successivo tentativo unilaterale di indipendenza ceceno voluto dall’esule di ritorno Džochar Dudaev, il generale dell’aeronautica sovietica che cercò di sfruttare le spinte centrifughe della glasnost’ per donare al proprio popolo uno stato libero e indipendente. Il 6 settembre 1991 i militanti secessionisti guidati da Dudaev presero con la forza il Soviet Supremo locale della Rssa di Cecenia-Inguscezia conquistando il potere. Un mese dopo, fu tenuto un discusso referendum che sancì la separazione della Rssa dall’Urss e la nascita della Repubblica autonoma ceceno-inguscia.

Mosca – che nel frattempo faticava a gestire l’escalation degli eventi e si ritrovava a dover evacuare un contingente militare dall’aeroporto di Groznyj – si oppose alla secessione ma non optò per la via delle armi. Dudaev divenne il primo presidente dello stato de facto riconosciuto dalla vicina Tbilisi e osteggiato da tutto il resto della regione. Sul paese piombò il caos figlio dell’improvvisa partenza dei russi di Cecenia, della crisi economica, delle lotte per il potere e della rapida ascesa delle correnti islamiste e fondamentaliste.

Terek Grozny - Il fiume Terek
Il fiume Terek (foto di Aleksey Tilman/Meridiano 13)

Dudaev rispose con il pugno di ferro e la Cecenia divenne presto un paese abituato alla morte, ai rapimenti e alle improvvise sparizioni. Il tutto fu aggravato dal conflitto armato tra Inguscezia e Ossezia del Nord (1992) che portò scompiglio nella regione e spinse l’Inguscezia a separarsi da Groznyj e tornare in sintonia con Mosca. L’ennesima rivoluzione politica condusse alla nascita della Repubblica Cecena di Ichkeria e Dudaev venne a più riprese accerchiato da golpisti che tentarono invano di rovesciarlo. Nonostante gli avvenimenti in atto, il Terek provò a rimanere a galla in un mondo liquido e sempre più oscuro.

Il Terek Grozny nella nuova Russia sportiva

In principio, il club dovette fare i conti con il crollo del sistema calcistico sovietico che portò all’abbandono della Pervaja Liga e al ricollocamento nelle neonate divisioni regionali della Federazione russa. Nelle stagioni 1992 e 1993 il Terek Grozny giocò nella Prima lega Ovest e nel 1994 nella Seconda lega.

La situazione era alquanto bizzarra e speculare a ciò che in accadeva nella non troppo lontana Repubblica di Moldova con il Tiligul Tiraspol, figlio della neonata Transnistria: vale a dire due squadre espressione di realtà secessioniste che giocavano all’interno del sistema calcistico della nazione dalla quale volevano emanciparsi.

L’emergere dell’Erzu Grozny

Nello stesso periodo Groznyj vide l’ascesa di un nuovo club nato dal portafoglio del magnate ceceno Ruslanbek Lorsanov, il quale decise di creare una una prima squadra di soli ceceni con annessa cantera giovanile, l’unica nella regione: l’Erzu Grozny. Nel 1992 l’Erzu entrò di diritto nella seconda lega russa vincendo il campionato. Con la promozione in prima lega i falchi verdi si ritrovarono a giocare un inedito derby con la nobile decaduta Terek. Per il suo DNA ceceno e nazionalista, l’Erzu divenne il club preferito del presidente Dudaev che spingeva affinché l’Erzu potesse spodestare il Terek nel cuore del popolo ceceno.

Logo dell'Erzu Grozny, per qualche stagione avversario del Terek Grozny
Il logo dell’Erzu Grozny (Wikipedia)

Secondo Dudaev, la colpa del Terek era quella di ingaggiare giocatori russi per rimanere competitivo. Contro ogni pronostico, l’Erzu vinse ambo derby con il Terek (2-1; 1-0) e concluse il campionato con un incredibile terzo posto, mentre invece il Terek terminò undicesimo in classifica. Il campionato fu ampiamente segnato dalle vittorie a tavolino delle due compagini di Groznyj che si ritrovarono a non poter accogliere gli avversari che si rifiutavano di viaggiare verso la Cecenia mettendo a rischio la propria incolumità.

A metà del 1994, la federcalcio russa vietò al Terek e alle altre squadre della Cecenia di prendere parte ai campionati e alla coppa di Russia; ciò rappresentò la fine del breve ma intenso percorso dell’Erzu che venne smantellato.

La prima guerra cecena

La situazione socio-politica cecena era prossima al raggiungimento del punto di rottura, cosa che avvenne a dicembre quando l’allora presidente russo Boris El’cin decise di inviare i reparti speciali Alpha, Vympel, Osn e Odon a sostegno degli oppositori al regime di Dudaev. Fu l’inizio della Prima guerra cecena, il conflitto che in due anni portò alla distruzione di Groznyj, l’uccisione di Dudaev e la morte stimata di 100mila civili che pagarono con la vita il caro prezzo dell’essere ceceni. 

Fu una guerra sporca e senza quartiere. Ai missili e rastrellamenti russi la resistenza cecena rispose con la guerriglia in pieno stile afgano unita a clamorosi attacchi terroristici messi in atto dal comandante militare Šamil’ Basaev. Da Kaliningrad a Vladivostok, la Russia intera scoprì in diretta TV la propria debolezza che aveva il nome e il volto delle vittime degli attacchi ceceni agli ospedali di Buddenovsk e Kizljar, un tragico preludio di ciò anni dopo porterà alle stragi del teatro Dubrovka (2002), Beslan (2004) e altre disgrazie.

Mosca mise a ferro e fuoco tutta la regione ma non riuscì ad avere la meglio della resistenza cecena. Così, mentre El’cin faceva i conti con le proteste degli oligarchi, dei militari e dell’opinione pubblica, la Cecenia si privava dei quasi 300mila profughi, il conflitto terminò senza risolvere in alcun modo la situazione relativa allo status della repubblica caucasica che restò quindi un’entità de facto.

Il comandante delle forze armate cecene Aslan Maschadov prese il potere e inizialmente provò a negoziare con Mosca una via d’uscita che contemplasse sia l’indipendenza che un regime di aiuti economici mediante un dialogo il più possibile pacifico con i russi. Fallita questa via, Maschadov non riuscì a gestire le crescenti pressioni di Basaev e degli altri signori della guerra ispirati e sostenuti dagli interessi di chi, da fuori, elargiva importanti e vitali liquidità in cambio della conversione della questione cecena in una jihad islamica su scala regionale e globale.

La nuova vita del Terek Grozny

In tutto questo patire il Terek restò in vita ma divenne strumento di propaganda interna al regime ceceno. Fino al 1999, il Terek – privati del talento dei professionisti Ruslan İdiqov, Adam Ismailov, Deni Qaysumov, Aschab Al’sultanov, Rizvan Sadaev, Sultan Tazabaev, Isa Baitiev e il futuro capitano del nuovo Terek Timur Džabrailov che optarono per il prosieguo della carriera in Russia – giocò nel massimo campionato della Repubblica cecena di Ichkeria (un torneo a 14 squadre tutte rigorosamente cecene e costituite da giocatori autoctoni) assicurandosi il titolo di campione nel 1997.

Al centro la maglia del Terek/Achmat Grozny (Meridiano 13/Francesco Zema)

Il campionato ceceno si interruppe definitivamente nell’estate del 1999 quando, a seguito del tentativo degli islamisti di estendere la questione Cecena al vicino Daghestan, la Russia diede il via alla Seconda guerra cecena, un conflitto più duro e duraturo (10 anni) del primo che porterà morte e terrore in Cecenia e in Russia e farà rivivere all’opinione pubblica i traumi vissuti ai tempi della campagna sovietica in Afghanistan. 

La Seconda guerra cecena segnò la definitiva ascesa politica di Vladimir Putin che riuscì a riportare la Cecenia sotto il controllo di Mosca, grazie ai lealisti guidati da Achmat Kadyrov e successivamente dal figlio Ramzan. Con lo scoppio della guerra il Terek cambiò radicalmente il suo destino, uscendo dai confini della Cecenia per collocarsi momentaneamente nella regione di Stavropol’. L’obiettivo era riprendere la via del professionismo che solo poteva avvenire mediante l’inserimento nel sistema calcistico russo.

Politica e pallone dovevano prendere strade differenti, per il bene del club e per il futuro bene di un popolo in cerca di pace e una quotidianità priva degli orrori e delle sofferenze della guerra. Nel 2001 il Terek venne iscritto nella Seconda lega sud dove ottenne un quinto posto nella classifica finale. L’anno successivo i verdi riuscirono a conquistare il campionato e con esso la promozione nella seconda serie russa.

Il miracolo del Terek

Il Terek continuava a giocare fuori dalla Cecenia ma faceva parlare di sé a Groznyj e dintorni. Nel suo primo anno in Prima Divisione la squadra vide svanire all’ultima giornata la promozione nella massima serie russa a causa di un pareggio contro il Kuban Krasnodar che fece scivolare il Terek dalla prima alla quarta posizione finale. La festa fu rimandata alla stagione successiva, per molti l’anno dei miracoli, per altri l’anno in cui Mosca fece capire al mondo che i giochi in Cecenia andavano chiusi a quanto prima e a qualsiasi costo.

Da circa tre anni Groznyj era passata sotto il controllo russo che aveva instaurato un regime lealista con a capo l’ex Gran Mufti Achmat Kadyrov, colui che a suo tempo abbandonò la causa indipendentista in favore della Russia. Kadyrov e la sua milizia personale, i kadyrovcy, sostennero Putin nell’azione di pacificazione del paese ma la guerra andava avanti e la resistenza cecena guidata da Basaev si faceva sempre più dura. Per questa ragione il Terek rimase a Pjatigorsk della regione di Stavropol’ e sul campo centrale cittadino giocò tutti i match di campionato e coppa. 

Il campionato prese il via a marzo 2004 e andò avanti fino a novembre. Il Terek partì forte e ben presto divenne la squadra da battere. Se il campionato stava regalando importanti soddisfazioni alla squadra e chi da lontano tifava per lei, le vere gioie arrivarono dalla Coppa di Russia, torneo nel quale i ceceni riuscirono a compiere una vera e propria impresa sportiva. Dopo aver eliminato in sequenza lo Spartak da Nalchik (3-1), il Chernomorets Novorossijsk (2-0, 1-1), il Kuban Krasnodar (3-0, 1-1), il Rotor Volgograd (0-2, 3-0) e lo Shinnik Yaroslavl (0-0, 2-1), il Terek giunse in finale dove ad attenderlo c’era il Soviet Samara.

Il 29 maggio 2004 – venti giorni dopo l’attentato esplosivo che mise fine alla vita di Achmat Kadyrov – nella cornice del Lokomotiv Stadion di Mosca, il Terek – la squadra simbolo della riottosa o forse redenta Cecenia, il club di serie B costretto dalla guerra all’esilio – vinse la coppa di Russia con una rete del bomber Andrej Fedkov siglata due minuti oltre il novantesimo. La Russia, sportiva e non, era incredula mentre invece la Cecenia fu ebbra di una felicità da troppo tempo sopita e dimenticata.

Eppure, la gioia e il senso di evasione dai traumi di guerra durarono ben poco poiché l’estate avrebbe portato una nuova scia di sangue e morte. Ad agosto morirono 99 civili negli attacchi terroristici della metropolitana di Mosca e in quelli suicidi sugli aerei di linea Avia-Express con destinazione Volgograd e il Siberia Airlines con destinazione Soči ambedue decollati dall’aeroporto Domodedovo della capitale russa. A settembre fu il turno dei 350 morti tra bambini e insegnanti della scuola elementare di Beslan. A ottobre fu il turno dei 90 innocenti che erano presenti all’interno della sede del governo dell’Inguscezia a Nazran.

Se ti interessano articoli sul rapporto fra Russia e le minoranze presenti sul territorio della Federazione russa, leggi anche Russia e minoranze: intervista allo storico Giovanni Savino e Le minoranze etniche e la “Russia dopo Putin”

Gli attacchi, le rappresaglie, le uccisioni e i regolamenti di conti sarebbero proseguiti per tutto il 2005 e il 2006, portando alla morte di Maschadov, Basaev e altri guerriglieri ceceni ma anche quella di chi, come la giornalista di Novaja Gazeta Anna Politkovskaja stava raccontando e indagando sui fatti di guerra.

Il 2004 del Terek si concluse con i 100 punti, la striscia di imbattibilità durata 21 partite e i 38 gol di Fedkov che valsero la vittoria della seconda serie e la promozione nella Premier League russa. La squadra di tutti i ceceni veniva così definitivamente integrata nella Russia che già stava rappresentando in Coppa Uefa, torneo nel quale eliminò al secondo turno di qualificazione i polacchi del Lech Poznań (1:0; 1:0) per poi cedere innanzi al più quotato Basilea nel turno successivo (1:1; 0-2).

Achmata Arena, nuova casa del Terek Grozny
Ingresso dell’Achmat Arena (Wikipedia)

Il Terek “russo”

Il Terek in Europa rappresentava per molti il trionfo politico di Mosca e di Ramzan Kadyrov, che nel frattempo era diventato primo ministro della Cecenia presieduta da Alu Alchanov e presto avrebbe preso il posto del padre alla guida della repubblica caucasica. La guerra era ancora lontana dal fermarsi e Kadyrov capì che un corretto uso del Terek e di ciò che poteva significare e fare dentro e fuori la Cecenia avrebbe facilitato e velocizzato il consolidamento del potere e la normalizzazione della regione.

Kadyrov divenne presidente onorario del Terek e progressivamente la squadra si convertì nel fiore all’occhiello di un kadyrovismo forte sia dal punto di vista militare e paramilitare che nella propaganda incentrata sul culto della personalità dei Kadyrov (padre e figlio) e di Putin. Bandiere lealiste e russe tappezzavano una Groznyj che rifioriva di nuovi e scintillanti palazzi moderni e di moschee volute per rinsaldare attraverso la fede una comunità ferita, dolorante e spaccata. 

Come le moschee, anche il Terek aveva questa funzione riparativa e nello stesso tempo esplicativa – verso Mosca e il mondo – di un nuovo corso storico e politico. Non è un caso che a parte le due stagioni di purgatorio in seconda serie (2005 e 2006) il Terek abbia sempre partecipato alla Premier League russa. Kadyrov attirò importanti liquidità provenienti da magnati ceceni residenti in Russia e all’estero; tra questi, scelse Bulat Chagaev come vice presidente e rinnovò sia la squadra che le strutture sportive. 

Nel marzo 2011 Kadyrov invitò a Groznyj una selezione di giocatori brasiliani nella quale spiccavano i nomi di Romario, Bebeto, Cafu, Dunga, Denílson e Raí. Le immagini del presidente della Cecenia che si destreggiava in una giungla di maglie verde-oro fecero il giro del mondo. Due mesi più tardi – dopo aver affidato la squadra alla leggenda olandese Ruud Gullit – venne inaugurata l’Achmat Arena, la nuova e moderna casa del Terek posta alla periferia di Groznyj.

Il match inaugurale vide di fronte la selezione del Caucaso settentrionale capitanata da Kadyrov contro una squadra All Stars capitanata da Diego Armando Maradona che aveva tra le sue fila nomi importanti quali Franco Baresi, Luís Figo, Enzo Francescoli, Jean-Pierre Papin, Alessandro Costacurta, Christian Vieri e Iván Zamorano. La partita fu vinta 5-2 dalla formazione del Caucaso del Nord, con il presidente ceceno protagonista assoluto del match disputato sotto gli occhi del Presidente Fifa Sepp Blatter e della Uefa Michel Platini. 

Fu il trionfo politico della nuova Cecenia post-guerra, un roboante successo dal quale il popolo ceceno e i tifosi del Terek sentivano in qualche modo di volersi sfilare. Per loro, il Terek o l’Achmat – per come è stato ribattezzato il club a partire dal 2017 – non è una vetrina, non fa politica e non può limitarsi a essere solo il vanto del potere. Il Terek è e resterà soltanto la squadra di tutti i ceceni, l’unica nazionale da sostenere, il punto fermo di una comunità che ha a lungo patito il suo destino.


*Specialista di Welfare di Comunità e Restorative Justice, lavora al servizio di enti del terzo settore italiani ed esteri. Marsiglia, Tiraspol, Belize City e Macao sono i suoi porti sicuri. È fondatore del progetto socioculturale Calci: Comunità Resilienti, un museo itinerante che racconta storie di calcio e di sociale dal mondo attraverso simboli di calcio. È autore per la rivista Zeta Vision e ha collaborato con la rivista Linea Mediana

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