“Era innegabile: a venticinque anni non era mai uscito dal paese e non era mai arrivato a più di tre giorni a piedi, un giorno e mezzo su un carro a cavalli o un pomeriggio abbondante in treno dal posto in cui era nato. D’altra parte, rifletteva Gyuri, quanti potevano dire di avere viaggiato nudi in lungo e in largo per l’Ungheria? Viaggiavano sempre nudi.
Non ricordava come e perché avessero iniziato, ma era diventata una regola inviolabile per la squadra del Locomotive durante le trasferte. Viaggiavano sempre nel loro vagone di lusso (costruito appositamente dalle ferrovie ungheresi per facilitare le Waffen-SS nelle loro razzie di opere d’arte in tutta Europa e noto agli esperti di cose ferroviarie come una vettura senza rivali su rotaie) e viaggiavano sempre nudi”.
Basta l’incipit per rimanere catturati da Sotto il culo della rana di Tibor Fischer, un libro che reca la dedica: “Per tutti coloro che hanno combattuto. Non solo nel ’56. Non solo in Ungheria”. Proprio l’incipit e la dedica possono fornire le coordinate per orientarsi nel romanzo dell’autore anglo-ungherese: da una parte il fervore della passione politica e delle emozioni umane, dall’altra uno humor nero che pervade l’intera narrazione e descrive con crudele sincerità il grigiore e l’ottusità della quotidianità nell’Ungheria di Mátyás Rákosi, l’ombra dell’ÁVO e l’eredità vanagloriosa e perdente della storia magiara
La Seconda Armata, come tutti gli eserciti ungheresi, aveva la sciagurata abitudine di farsi sbaragliare.
Dopotutto, il titolo deriva da un modo di dire ungherese, “Sotto il culo della rana in fondo a una miniera di carbone”, usato per descrivere la peggiore delle sfortune, il punto più basso, là dove la speranza muore. L’ambientazione non è casuale: Fischer è nato a Stockport, nel Regno Unito, da due cestisti della nazionale ungherese fuggiti dopo la repressione del 1956, in occasione delle Olimpiadi di Melbourne.
La storia è raccontata attraverso gli occhi dei ragazzi della squadra di pallacanestro del Locomotive, una combriccola di ragazzi della via Pál ormai cresciuti e disillusi che, più che all’idealismo politico, pensano a come sopravvivere alle angherie del sistema e alla miseria quotidiana, a come evitare l’esercito e a come procurarsi compagnia femminile, tra un aneddoto rocambolesco e l’altro.
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Ne emerge un quadro tragicomico di sventure che va dai soldati dell’Armata Rossa che rubano orologi dopo aver cacciato i nazisti a uno spaventoso soggiorno nella famigerata Terror Háza di Andrássy út, il quartier generale della polizia segreta; da una scommessa per ottenere la moto più veloce d’Ungheria a una pittoresca gara di uova mangiate nella campagna ungherese per liberare un villaggio rurale dall’opprimente boss mafioso locale, il tutto tra una barzelletta erotica a tema cammelli e l’altra.
Su questo sfondo, tra un allenatore di pallacanestro esigente e un padre ormai ridotto a guardare il figlio con fare sarcastico, va in scena l’amicizia tra Gyuri, il protagonista, e l’irresistibile Pataki. Quest’ultimo incarna allo stesso tempo l’arte di arrangiarsi e il bisogno giovanile di ritagliarsi spazi di libertà all’interno di un regime oppressivo. La loro è un’amicizia fatta di contrasti: da una parte il pessimista Gyuri, che deve sudarsi il proprio posto in squadra e gioca soprattutto al servizio dell’amico; dall’altra l’istrionico e indolente Pataki, un talento naturale poco avvezzo all’allenamento e sempre sicuro di trovare una scappatoia. A fare da carburante al loro rapporto sono il cinismo e la ribellione al conformismo imposto dal regime.
A fare da contraltare al disincanto di Gyuri e Pataki c’è Jadwiga, la studentessa polacca di cui il protagonista si innamora: un personaggio forte, passionale, coraggioso e combattivo, attraverso il quale prende forma la componente emotiva del romanzo. È lei a spingere Gyuri fuori dalla sua disillusione, dando un senso e una direzione alla sua ribellione.
I titoli dei capitoli sono mesi o date compresi tra il 1944, con l’arrivo dell’Armata Rossa a Budapest, e il 23 ottobre 1956, data che dà il nome al lungo, vorticoso e straziante capitolo finale. Un piano sequenza sui giorni della Rivoluzione soffocata nel sangue, che accompagna il lettore dalle proteste alla radio di Stato ai combattimenti intorno al cinema Corvin, dal fugace senso di trionfo seguito all’insediamento del governo di Imre Nagy fino al tetro scenario dei carri armati sovietici che marciano sulla capitale ungherese.
Sotto il culo della rana di Tibor Fischer, tradotto da Annamaria Biavasco e Valentina Guani, Mondadori, 1997