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La volontà radicale e libertaria dei Laibach alla volta di Alamut

Il gruppo sloveno dei Laibach è pronto a mettere in scena l’opera Alamut, ispirata all’omonimo romanzo di Vladimir Bartol, che tratta temi radicali quali il nichilismo, la negazione dell’identità, il rapporto della società con la religione e la manipolazione politica. Si tratta di concetti ricorrenti nei dischi e nelle performance di un gruppo che già da oltre quarant’anni sta decodificando il rapporto tra arte, politica e ideologia e nel contempo allertando la società europea e quella mondiale sia a riguardo dei problemi irrisolti che quelli in divenire. 

Gli inizi dei Laibach

Il collettivo musicale Laibach si è formato nel 1980 in Slovenia, che all’epoca faceva parte della Jugoslavia socialista. Assieme ai Borghesia, i Laibach divennero in poco tempo la punta di diamante della scena underground ex jugoslava. Come ha correttamente osservato Emanuele Zoppellari Perale in un suo articolo, i componenti del gruppo si presentavano con nomi tedeschi di fantasia – Eber, Saliger, Dachauer, Keller – in modo da assicurare quel “trionfo dell’anonimato” rimarcato all’interno di un documento programmatico del collettivo. Proclamavano all’epoca i Laibach:

La felicità sta nella negazione della propria identità, nella depersonalizzazione, nel sacrificio, nell’identificazione con un sistema superiore.

Sin dai primi passi la band si è presentata come un gruppo di artisti dissidenti, adottando un atteggiamento ostico, quasi di sfida, nei confronti di qualsiasi tipo di potere autoritario. Già la scelta del nome, che rimanda al nome tedesco della capitale slovena sotto l’impero austro-ungarico e durante l’occupazione nazista della città, urtò non poco la sensibilità delle autorità politiche jugoslave. Tanto che dal 1983 al 1987 i concerti e le apparizioni dal vivo dei Laibach vennero a tutti gli effetti vietati dalle autorità slovene, croate e bosniache in quanto irrispettosi verso il sistema politico socialista e la simbologia statale e irriverenti verso i personaggi politici di riferimento. A detta dei membri del gruppo fu, quella, una proibizione che andò loro decisamente a genio.

Senza scomporsi né perdere la fiducia, nel 1983 hanno intrapreso una tournée intitolata “Occupied Europe Tour”. Da notare il fatto che i concerti si tennero sia nei paesi dell’Europa dell’est sia in quelli dell’Europa occidentale, in un contesto europeo ancora profondamente diviso a metà. Come ben documentato nel libro 40 Years of Laibach di Teodor Lorenčič, ai concerti di quel periodo accorsero dei pubblici molto disparati con gruppi di giovani variegati esponenti delle sottoculture europee, le cui connotazioni cambiavano di volta in volta in base al paese oppure alla città in cui si svolgeva il concerto.

Laibach, durante un concerto
(Flickr/Stephan Olsen)

Poi, alla fine degli anni Ottanta, il gruppo ha avuto il giusto riconoscimento, arrivato con il contratto con la casa discografica londinese Mute Records di Daniel Miller, con cui la band slovena mantiene tuttora un sodalizio inscindibile. Giunse anche il meritato successo commerciale a seguito della pubblicazione dell’album Opus Dei e i Laibach poterono calcare nuovamente i palchi sloveni per proporre la loro musica rock e industrial. Di lì a poco sarebbe crollato il Muro di Berlino e negli stessi anni sarebbe andata in frantumi l’utopia socialista dei paesi dell’est. Come ha scritto l’esperto di cultura contemporanea Michael Goddard in un saggio di qualche anno fa, i Laibach non si accontentarono però del crollo dei regimi socialisti: indirizzarono piuttosto la loro critica profonda verso le contraddizioni del capitalismo contemporaneo.

Chi trae profitto dai conflitti bellici?

Dopo aver messo allo scoperto le logiche dello show business musicale con le rielaborazioni dei dischi Let it be dei Beatles (1988) e Sympathy for the Devil dei Rolling Stones, negli anni Novanta i Laibach hanno dapprima cercato di ammonire l’opinione pubblica in tempo reale sull’ascesa dei nazionalismi nella Jugoslavia, per poi osservare il propagarsi della guerra sul campo. Non a caso, il concetto di conflitto è al centro di molti dischi dell’ensemble slovena. Sul tema si focalizza l’album NATO, pubblicato nel 1994, portato in giro per l’Europa nel corso di un tour che ha compreso 35 tappe dal vivo.

A chi può essere utile la guerra? È questo il quesito chiave su cui verte il disco, all’interno di cui la band ha proposto un radicale rifacimento di alcune hit della musica pop o rock, considerate nella cultura popolare come inni contro la guerra o espressione di una piena fiducia nelle facoltà umane: si pensi a War dei Temptations, oppure a The Final Countdown degli Europe. In chiave laibachiana i testi come anche i suoni delle canzoni cambiano completamente tono e registro. Le cover ci raccontano di una realtà in cui gli interessi politici ed economici sono allineati con la decisione di procedere con la guerra. Ne traggono profitto l’industria militare e quelle multinazionali che, con lo sviluppo della guerra, riescono a trovare sbocchi anche commerciali altrimenti impensabili, all’interno di un triangolo autoreferenziale politica-economia-comunicazione.

Dalla cupa prospettiva che ci propongono i Laibach si possono meglio comprendere alcuni fenomeni solitamente circoscritti alle situazioni di guerra; diventa pertanto comprensibile il perché dell’esistenza e l’utilizzo delle milizie speciali o dei gruppi paramilitari mai pronti a scendere a compromessi, che in tempi di pace risulterebbero totalmente fuori legge

The dogs of war don’t negotiate

The dogs of war won’t capitulate

cantano i Laibach nella cover di Dogs of War dei Pink Floyd, originariamente ispirata al romanzo “I mastini della guerra” di Frederick Forsyth.

Nel corso della tournée “Occupied Europe NATO Tour” i Laibach hanno suonato in molte città europee. Per la prima volta si sono presentati dal vivo a Trieste, in un Teatro Miela gremito di persone, ma anche al DK Gorbunova di Mosca in occasione del loro primo concerto nella capitale russa. L’apice del tour è stato però raggiunto con due concerti al Teatro di Sarajevo il 20 e 21 novembre 1995. Furono fra i pochi, assieme ad un numero veramente esiguo di musicisti internazionali, ad aver suonato nella città bosniaca ancora sotto assedio. Chi riuscì a prendere parte ad una delle due serate ha poi rivelato di aver sentito un vero e proprio senso di liberazione e catarsi: lo testimonia il film del 2019 Sarajevo: A State in Time di Benjamin Jung e Théo Meurisse che, appunto, racconta dei due concerti che i Laibach tennero in città appena prima che gli Accordi di pace di Dayton venissero firmati.

Alamut e la perdita del senso del reale

Uno dei membri più longevi del gruppo, Ivan Novak, ha recentemente paragonato i Laibach a “una macchina collettiva anonima”, sostenendo che:

in pratica chiunque potrebbe far parte dei Laibach: oggigiorno ci sono talmente tante persone che contribuiscono alla produzione delle opere del gruppo, che non è sbagliato paragonare i Laibach a un’idea; nell’accezione metafisica oppure nel senso suprematista di Malevič, questa idea garantisce il pieno anonimato ai collaboratori.

Ma arriviamo ai giorni nostri. Il nuovo spettacolo Alamut che i Laibach porteranno in tournée in autunno porta il titolo dell’omonimo romanzo di Vladimir Bartol, che a sua volta è il nome di una fortezza posta su una montagna situata nell’odierno Iran, paese che nel 1979 aderì al Movimento dei paesi non allineati, di cui faceva già parte la Jugoslavia. Il lavoro sembra molto promettente e si basa sul racconto, che il critico letterario sloveno Boris Paternu definì antesignano dello stile postmoderno per il modo in cui nel romanzo viene concepita la distinzione tra finzione e realtà. È opportuno perciò chiedersi cosa vogliano esprimerci i Laibach con quest’ultimo lavoro.

Alla pari del suddetto romanzo, pubblicato nel 1938, nel nuovo spettacolo, concepito assieme all’Orchestra sinfonica di Teheran, gli sloveni si cimentano in una profonda analisi degli assunti su cui poggiano i regimi autoritari e dell’annichilimento dell’essere umano per motivi politici, di fede o religiosi. Sono – questi – temi trattati in maniera più o meno diretta anche in altri lavori del gruppo, a partire dall’album WAT del 2003.

In WAT – acronimo ambiguo che alcuni cultori della band traducono in “We Are Time” ed altri con “War Against Terrorism” – i Laibach sperimentarono con suoni decisamente tecnologici e digitali fino a raggiungere un sound cupo seppure orecchiabile con canzoni quali Du bist unser, Achtung e Das spiel ist aus oppure Ende. Data l’attenzione verso i temi del terrorismo e delle cospirazioni in quegli anni a seguito degli eventi dell’11 settembre, il disco ebbe un buon successo commerciale. (lo stesso dicasi per il romanzo di Bartol, riscoperto e commercializzato – per usare le parole del giornalista Alessandro Mezzena Lona – “come fosse un instant-book scritto in fretta e furia per mettere a fuoco il fenomeno del terrorismo islamico”).

Ed ecco che, nuovamente, i Laibach con l’opera Alamut ritornano a temi che vertono sulle cospirazioni, sugli scontri tra fazioni opposte, tra gli stessi seguaci del Corano. Il nocciolo del romanzo di Bartol, del resto, sta tutto lì: comprendere cosa può portare dei giovani fedeli guerrieri (i feydan) al sacrificio fino ad annichilirsi in un mondo dove “nulla è più reale”, per ambire al massimo godimento ultraterreno. Come in altre circostanze, i Laibach ci mettono in guardia sul fatto che la fede, qualora estremizzata, può accecare. Del resto è un tema ricorrente nell’opus della band. Per citare alcuni versi dell’album Jesus Christs Superstars del 1996

You shall be blinded by light

You shall see darkness.

La perdita della concezione della realtà a scapito di una società in cui in apparenza tutto sembra permesso (posto che vada a guadagno del potere) è quello che l’ensemble sloveno sottolinea in quest’opera. Eppure il nichilismo dei Laibach non è mai solo fine a se stesso. E così anche un rapporto più equilibrato verso la fede può svilupparsi attorno ad un approccio più positivo alla vita e costruttivo nei confronti dell’esistenza, si pensi per esempio ai versi poetici della canzone Koran, contenuta nell’album Spectre (2014):

You believe in a better world

You believe in a better place

You believe in brotherhood, equality and freedom

You believe in happiness for all.

In questa chiave di lettura, paradossalmente, l’opera dei Laibach coincide con una concezione decisamente radicale del concetto di libertà e di speranza e con la ricerca – per quanto utopica – di una società giusta e responsabile.


Foto copertina di Allert Aalders/Flick

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Mitja Stefancic
Mitja Stefancic

Nato a Trieste, dopo gli studi conseguiti all’Università dell’Essex e all’Università di Cambridge, è stato cultore in Economia politica all’Università di Trieste. È stato co-redattore della rivista online di economia “WEA Commentaries” sino alla sua ultima uscita. Si interessa di economia, sociologia e nel tempo libero ha seguito regolarmente il basket europeo ed in particolare quello dell’ex-Jugoslavia nel corso degli ultimi anni. Ha tradotto per vari enti ed istituzioni atti e testi dallo sloveno all’italiano e dall’italiano allo sloveno.