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La Moldova di Iulian Ciocan

La cosa più importante, ora, è che i carri armati russi non arrivino fino ai nostri confini. A tutto il resto c’è una soluzione. La Moldova è un paese europeo e il suo posto naturale è all’interno della famiglia degli stati europei. Spero che anche i nostri partner occidentali lo capiscano.

Un incontro con Iulian Ciocan, autore di Prima che Brežnev morisse
Ciocan

L’invasione russa su larga scala dell’Ucraina di un anno fa ha portato al centro dell’attenzione mondiale alcune aree dell’ex blocco sovietico dove le politiche del Cremlino sono ancora oggi particolarmente influenti e giocano un ruolo fondamentale non solo nell’assetto geopolitico europeo ma anche nella politica interna di quei paesi. Dal 24 febbraio 2022 nella Repubblica Moldova – o Moldavia se usiamo il termine russofono – si è largamente diffusa la paura di essere la prossima vittima della guerra insensata di Vladimir Putin, o meglio, “la prossima Ucraina” – come, peraltro, l’ha definita il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov qualche settimana fa.

Di questi timori, di questa follia e della situazione attuale in Moldova, ne abbiamo parlato con Iulian Ciocan, autore del romanzo Prima che Brežnev morisse uscito lo scorso autunno nella traduzione italiana di Francesco Testa. Nato nel 1968 a Chişinău, Ciocan è tra gli autori moldavi contemporanei più tradotti. Si occupa anche di giornalismo e critica letteraria in collaborazione con Radio Europa Libera Moldova. Questo romanzo è il primo di una trilogia che racconta il passato, il presente e il futuro (forse distopico, forse no) della Moldova: nel suo ultimo volume – uscito nel 2015 ma ancora inedito in Italia – racconta infatti l’invasione imminente del suo paese da parte della Russia.

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Prima che Brežnev morisse racconta, in maniera parzialmente autobiografica, la vita quotidiana nella Repubblica Socialista Sovietica di Moldavia, la cosiddetta periferia latina dell’Impero. Perché è così importante raccontare il suo passato sovietico?

Qualcuno una volta disse che non c’è futuro senza memoria. Il passato dell’Urss – ci piaccia o meno – merita di essere conosciuto perché le vite degli abitanti dello spazio post-sovietico sono in gran parte un prolungamento di quell’universo. Ancora oggi conserviamo abitudini e impulsi che risalgono a quell’epoca, il nostro modo di vedere porta con sé alcuni tratti tipici dell’homo sovieticus. Dobbiamo fare i conti con i lati positivi e negativi della defunta Unione Sovietica. Molti tra noi non ci sono ancora riusciti. In Russia, ad esempio, vengono perseguiti penalmente tutti coloro che tendono a equiparare il regime di Stalin con quello di Hitler. Ma il terrore comunista non è forse comparabile con quello del fascismo e del nazismo? Occorre approfondire, vedere in che misura una simile comparazione possa essere giustificata.

Oggi la classe politica della Repubblica moldava guarda all’integrazione nell’Unione europea. Tuttavia, chi è rimasto prigioniero del passato, nostalgici e schiavi della propaganda russa, si oppone a questo progetto. Sarebbe però il caso di mettere in luce un altro dettaglio rilevante. In Occidente, così mi pare, non esiste una visione nitida circa le conseguenze del progetto sovietico. È ancora in voga una certa idealizzazione dell’Unione Sovietica, intellettuali europei affascinati dal mondo bolscevico, benché non abbiano mai sperimentato sulla propria pelle gli effetti dell’egualitarismo sovietico. Credo che un occidentale non capirà mai cosa è accaduto in Urss e nello spazio post-sovietico leggendo soltanto narrativa russa. L’esperienza sovietica non è una prerogativa degli scrittori e degli intellettuali russi. Neanche un Vodolazkin [Evgenij Vodolazkin è tra i più noti autori russi contemporanei, nato a Kyiv durante la Repubblica Socialista Sovietica dell’Ucraina, N.d.A.] potrebbe descrivere in modo esaustivo cosa sia stata realmente l’Unione Sovietica. Sono certo che l’Italia abbia avuto una gran fortuna a essere stata liberata dagli americani. Se fossero stati i soldati di Stalin, le conseguenze oggi sarebbero desolanti. Se fosse arrivata l’Armata rossa, oggi l’Italia non sarebbe la meta di così tanti lavoratori moldavi alla ricerca di un salario migliore.

Parlando di transizione e di passato, quanta Unione Sovietica è rimasta nella società moldava degli ultimi trent’anni? E quanta nostalgia sovietica si percepisce per le strade di Chişinău oggi?

Evidentemente il tempo cancella tutto, e la nostalgia per il passato sovietico non rappresenta certo un’eccezione. Le nuove generazioni non hanno vissuto l’esperienza dell’Urss. Eppure, molte persone ricordano ancora come ai tempi dell’Unione Sovietica lo stato si prendesse cura di loro, a differenza dei giorni nostri. Nella mentalità di molti moldavi – anche tra i più giovani – è saldamente radicata l’idea che ogni minimo problema quotidiano debba essere risolto grazie all’intervento statale. Allo stesso tempo, però, non esiste una coscienza civica attiva, il sentimento di appartenere a una comunità e la volontà di dare un contributo al proprio paese. A mio modo di vedere, la nostalgia per l’Urss oggi è stata rimpiazzata dalla tentazione russa. L’Unione Sovietica non esiste più, ma la Russia sì. Incapace di liberarsi della propria politica imperialista, essa rappresenta per diversi moldavi una specie di faro, la luce di una verità assoluta.

Prima che Brežnev morisse rappresenta il passato, ma lei ha scritto anche di presente e futuro rispettivamente in Tărâmul lui Saşa Kozak (Il regno di Saša Kozak) e Iar dimineața vor veni rușii (E col mattino arriveranno i russi) – i due volumi della tua trilogia che speriamo arrivino presto anche in Italia. Quest’ultimo, in particolare, è un romanzo distopico sull’invasione della Moldova da parte della Russia, una storia che teme possa diventare realtà. Da dove nasce questa sua paura? È legata all’invasione russa su larga scala dell’Ucraina, che ha avuto ripercussioni anche sul suo paese?

Sono felice che il mio romanzo di debutto sia apparso in Italia. Negli anni della mia infanzia sovietica, le canzoni italiane in voga nell’Urss mi facevano sognare una terra meravigliosa, inaccessibile e piena d’amore. Colgo l’occasione per ringraziare ancora una volta il traduttore Francesco Testa e la casa editrice Bottega Errante per questa opportunità. In realtà, Prima che Brežnev morisse è il primo volume di una trilogia dedicata al passato, al presente e al futuro della Moldova. Tra i miei romanzi figurano anche due distopie. Nella prima, immagino la città di Chişinău venire inghiottita da una voragine, metafora della corruzione. Nella seconda, invece, scrivo di una misteriosa fondazione nata per comprare i peccati degli uomini. Per quanto riguarda Iar dimineața vor veni rușii [E col mattino arriveranno i russi] – libro appena pubblicato in Francia e che considero la mia opera più riuscita – è un romanzo che narra la fantomatica invasione della Moldova da parte della Russia e della regione separatista della Transnistria. Nella finzione narrativa, l’invasione russa e l’occupazione di Chişinău hanno come obiettivo la liberazione della Moldova dal giogo romeno-occidentale. È un romanzo tragicomico in cui il grottesco va a braccetto col dramma, come nell’episodio di un gruppo di politici moldavi che, saliti sull’aereo che li avrebbe dovuti portare fuori dal paese, vengono polverizzati da un missile russo.

Mi sono lasciato ispirare da una paura che qui da noi, nei cuori di molte persone, è sempre esistita: la paura dei russi, che rimonta all’annessione della Bessarabia del 1812 e all’invasione sovietica del 1940. Ho iniziato a scrivere il romanzo nel 2012 e dopo l’invasione della Crimea, avvenuta di lì a due anni, mi sono dato da fare per finirlo il prima possibile, dato che la realtà stava cominciando a superare l’immaginazione. Dunque, non c’è nessun legame diretto con ciò che sta avvenendo oggi in Ucraina, perché l’invasione russa della Moldova mi è sempre parsa un’eventualità plausibile. Sono convinto che la Russia consideri il nostro paese a tutti gli effetti un suo territorio.

In una recente intervista afferma che la Moldova è un paese bilingue, dove si parla sia romeno che russo, ma i moldavi “non vogliono avere niente a che fare con il mondo russo”, il russkij mir. In questo senso, com’è percepita la scelta di parlare russo ora, in questi tempi di guerra?

Dall’inizio della guerra, in Moldavia non si sono verificati cambiamenti drastici. Nel nostro paese vive una grande comunità russofona. Il problema non è certo la lingua russa, ma il fatto che queste persone non vogliano apprendere il romeno. Discriminazioni verso l’utilizzo del russo non si sono verificate, e le persone intelligenti non mettono certo sullo stesso piano la lingua russa e l’ideologia di Putin. Gran parte della popolazione russofona, però, segue le emissioni dei canali televisivi filorussi che nel corso degli anni si sono moltiplicati. Sono persone che nutrono un’opinione positiva nei confronti di Putin. Lo Stato moldavo ha iniziato una forma di lotta contro queste emittenti televisive, ma la situazione, ancora oggi, è preoccupante. Allo stato attuale, è fondamentale che i moldavi russofoni inizino a imparare il romeno, in modo da avere una fonte di informazione alternativa alla propaganda filo-putiniana. A parte questo, sono felice di parlare fluentemente il russo – una lingua che amo – e poter leggere gli scrittori russi in originale.

Andando ad approfondire la questione linguistica e culturale, cosa ne pensa la classe intellettuale moldava sulla questione della cancel culture? È un fenomeno che trova spazio anche nel tuo paese?

Non credo che una forma di boicottaggio del genere, diffuso in altri paesi, possa funzionare anche in Moldova. Siamo una società variegata, disarticolata e disorientata. In Ucraina, che ora sta lottando per la propria sopravvivenza, un sostenitore di Putin non avrebbe certo vita facile. Qui da noi, invece, troverebbe persino piattaforme su cui potersi esprimere senza il minimo rischio di sanzioni. Le personalità pubbliche moldave, benché condannino espressamente l’invasione russa dell’Ucraina, mostrano sempre una certa prudenza quando parlano della Russia, continuando a sostenere gli scambi commerciali con la regione separatista della Transnistria.

Lo scorso 23 giugno è stata approvata la candidatura di adesione all’Unione Europea della Repubblica Moldova. Il processo è lungo e complesso e il paese ha ancora molta strada da fare per conformarsi al processo di integrazione europea. Lei è anche giornalista e collabora per Radio Free Europe Moldova. Quali sono le sfide maggiori che si ritrova ad affrontare Chişinău e il suo governo filoeuropeista guidato da Maia Sandu?

Sono ovviamente contento che la Moldova abbia ottenuto il riconoscimento della sua candidatura a paese membro. Per tutti noi rappresenta una possibilità. Alternative non ce ne sono. Si parla anche di una ipotetica riunificazione con la Romania, ma a mio modo di vedere l’integrazione nell’Unione europea è una via molto più realistica. Ovviamente mi pongo una domanda: e se la Russia non avesse invaso l’Ucraina, avremmo comunque ottenuto questo riconoscimento? Nutro forti dubbi. Il governo di Maia Sandu ora dovrà soddisfare molti requisiti. E anche se gli europei si mostrassero più indulgenti nei nostri confronti, anche a causa della guerra in Ucraina, occorrono riforme che trasformino la nostra società. Oltre al gravoso problema della corruzione, è fondamentale portare a termine la riforma del sistema giudiziario, un progetto politico che sembra non aver fine. Sono tempi duri e non invidio affatto i politici attuali. Ma se falliranno, il rischio di un ritorno al potere delle forze favorevoli al Cremlino sarà reale. La cosa più importante, ora, è che i carri armati russi non arrivino fino ai nostri confini. A tutto il resto c’è una soluzione. La Moldova è un paese europeo e il suo posto naturale è all’interno della famiglia degli stati europei. Spero che anche i nostri partner occidentali lo capiscano.

Intervista tradotta dal romeno da Francesco Testa, docente liceale e traduttore letterario, e pubblicata originariamente su Osservatorio Balcani e Caucaso Transeuropa

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Claudia Bettiol
Claudia Bettiol

Traduttrice e redattrice, la sua passione per l’est è nata ad Astrachan’, alle foci del Volga, grazie all’anno di scambio con Intercultura. Gli studi di slavistica all’Università di Udine e di Tartu l’hanno poi spinta ad approfondire le realtà oltrecortina, in particolare quella russa e quella ucraina. Vive a Kyiv dal 2017, collabora con Osservatorio Balcani e Caucaso e altre testate italiane. Nel 2022 ha tradotto dall’ucraino il reportage “Mosaico Ucraino” di Olesja Jaremčuk, edito da Bottega Errante.