Come potrai immaginare, questo progetto ha dei costi, quindi puoi sostenerci economicamente con un bonifico alle coordinate che trovi qui di seguito. Ti garantiamo che i tuoi soldi verranno spesi solo per la crescita del progetto, per i costi tecnici e per la realizzazione di approfondimenti sempre più interessanti:

  • IBAN IT73P0548412500CC0561000940
  • Banca Civibank
  • Intestato a Meridiano 13

Puoi anche destinare il tuo 5x1000 a Meridiano 13 APS, inserendo il nostro codice fiscale nella tua dichiarazione dei redditi: 91102180931.

Dona con PayPal

Femminismo e diritti LGBT+ in Ucraina tra la Rivoluzione della Dignità e la guerra

di Eugenia Benigni*

Il femminismo ucraino ha una lunga storia che risale prima all’Impero russo e poi a quello sovietico. Tuttavia, si è sviluppato soprattutto dopo l’indipendenza dell’Ucraina nel 1991 e in modo significativo con la rivoluzione dell’Euromaidan del 2014, durante la quale la popolazione si è mobilitata in modo massiccio, organizzandosi in gruppi di volontari e volontarie che in molti casi si strutturarono in organizzazioni per i diritti umani e delle donne.

Con l’annessione russa della Crimea e l’inizio della guerra nel Donbas nel 2014, e ancor più con l’invasione russa su larga scala del 24 febbraio 2022, le donne e attiviste ucraine si sono organizzate fondamentalmente in due tipi di resistenza: una armata e una disarmata. Quella armata ha visto molte donne fare ingresso volontariamente nei gruppi di autodifesa territoriale, nella Guarda Nazionale e nelle forze armate. La resistenza disarmata ha visto le donne impegnarsi massicciamente nel volontariato e nell’attivismo femminile e femminista per la promozione dei loro diritti e l’emancipazione delle donne, negli aiuti umanitari e nell’assistenza alle persone sfollate dalla guerra e vittime di violenze e di violazioni dei diritti umani.

Dall’Euromaidan all’inizio della guerra nel 2014-2015

All’Euromaidan, o Rivoluzione della Dignità, come viene chiamata dagli ucraini, parteciparono massicciamente donne di ogni età, capacità, appartenenza etnica e identità di genere, incluse le attiviste per i diritti umani e le femministe. Le manifestazioni di massa iniziarono a Kyiv e in altre grandi città ucraine nel novembre 2013 e si protrassero fino alla primavera del 2014 in segno di protesta contro la mancata firma dell’Accordo di Associazione tra Ucraina e Unione Europea da parte dell’allora presidente ucraino Viktor Janukovyč. Volevano un governo più democratico, pro-europeo, rispettoso dei diritti umani e dello stato di diritto e contrario alla corruzione diffusa e alle interferenze russe nella politica e nell’economia.

Nei primi mesi della protesta, le donne costituirono quasi la metà dei manifestanti. Il loro numero diminuì considerevolmente con il crescere della violenza da parte della polizia anti-sommossa Berkut, che portò a un’escalation e alla morte di oltre cento civili (che gli ucraini chiamano Nebesna sotnja – “centuria celeste” – in ricordo delle centurie degli storici combattenti cosacchi ucraini), nonché di circa 17 poliziotti a febbraio 2014, quando l’Ucraina era ancora sotto la reggenza Janukovyč.

Olena Ševčenko, Insight NGO (Foto: Insight NGO Facebook Page)

Nonostante le manifestanti giocassero un ruolo centrale nelle proteste e nelle richieste di una maggior democratizzazione e del rispetto dei diritti umani, il loro ruolo da protagoniste non fu sempre e subito reso visibile e riconosciuto. Spesso a loro vennero inizialmente assegnati e riconosciuti i ruoli di supporto e di cura, in qualità per esempio di cuoche, infermiere o collaboratrici per il mantenimento della pulizia nelle zone occupate dai manifestanti, come il Maidan Nezaležnosti (Piazza dell’Indipendenza, più comunemente conosciuta come Maidan) e l’adiacente viale Chreščatyk, entrambi occupati con una tendopoli.

Le donne, tuttavia, ebbero un ruolo determinante anche nella costruzione delle barricate e nella protezione dei manifestanti contro gli attacchi della polizia antisommossa. Alcuni gruppi di femministe si organizzarono in centurie, come nel caso della 39-esima Centuria delle Donne (Žinoča Sotnja), anch’essa ispirata dalla tradizione cosacca ucraina. Queste centurie femminili organizzarono corsi sui diritti e l’empowerment delle donne, sulla teoria femminista, sensibilizzando in merito alla violenza contro le donne, ma anche promuovendo corsi di autodifesa personale. È importante ricordare che le donne scesero in piazza non solo a Kyiv, ma in molte città ucraine, incluse Donec’k e le città della Crimea successivamente occupate dalle forze filo-russe e poi dall’esercito russo.

Scesero in piazza donne di diverse provenienze etniche e linguistiche, tra cui ucrainofone, russofone e turcofone come le donne tatare di Crimea, il cui popolo è internazionalmente riconosciuto come indigeno della penisola.

Ricordiamo che i tatari di Crimea, deportati in massa in Asia Centrale, soprattutto in Uzbekistan, da Stalin nel 1944 con l’accusa di collaborazionismo con i nazisti, e a cui fu ufficialmente permesso di tornare in Crimea solo nel 1989, dall’annessione russa nel 2014 vengono perseguitati per le loro posizioni a favore del governo ucraino. Molte mogli, madri e figlie dei tatari di Crimea, nonché avvocate e difensori dei diritti umani che protestavano contro le forze di occupazione russe da cui sono stati poi perseguitati, sono diventate a loro volta attiviste per i diritti umani e per la liberazione dei propri familiari e di altri attivisti diventati prigionieri politici o di guerra in mano russa.

L’aspetto più interessante e che spesso resta in ombra nelle narrazioni italiane è che l’Euromaidan servì come propulsore e catalizzatore per tutta la società civile ucraina, comprese le organizzazioni femminili e femministe, organizzandosi in un movimento senza precedenti nello spazio post-sovietico che influenzò non solo lo sviluppo della società civile stessa, ma che esercitò una forte influenza sulla politica nazionale e locale, fornendo pressione ed expertise per l’adozione di un vasto pacchetto di riforme mai visto prima nello spazio post-sovietico.

A partire dall’Euromaidan, le già esistenti organizzazioni non-governative per i diritti umani, inclusi quelli delle donne, sono cresciute e hanno rafforzato la propria capacità di intervento e di organizzazione in coalizioni. Sono anche nate numerose Ong nuove, a partire dai molti gruppi di volontari e volontarie che avevano fornito assistenza ai manifestanti attaccati dalla polizia, agli sfollati provenienti dalla Crimea e dal Donbas, ai familiari delle persone scomparse e ad altre vittime di violenza. La leadership femminile è diventata ancor più centrale anche nell’attivismo intersezionale per i diritti della comunità LGBT+, come illustreremo dopo, delle persone rom, delle persone con diverse abilità e delle persone di diverse età. Molte di queste si sono strutturate in associazioni o, se già esistenti come tali, hanno aumentato la propria capacità di realizzare nuovi e significativi progetti.

Per esempio, una figura prominente è quella dell’attivista tatara Tamila Taševa. Nata nel 1985 a Samarcanda in Uzbekistan all’interno di una famiglia deportata da Stalin che tornò in Crimea a Sinferopoli nel 1991, Taševa fu attiva già durante la Rivoluzione Arancione del 2004 e fondò poi diverse associazioni, attivandosi anche in politica. Taševa partecipò alla Rivoluzione del Maidan fin dal dicembre 2013, quando aprì la pagina Facebook CrimeaSOS (KrymSOS in ucraino e russo) che copriva gli eventi che portarono all’annessione illegale russa della Crimea nel marzo 2014. Assieme ad altri volontari aprì una linea telefonica gratuita per assistere le migliaia di civili e militari perseguitati dalle forze di occupazione e che fuggivano dalla penisola e dal Donbas verso altre regioni ucraine, inclusi i tatari di Crimea. CrimeaSOS sviluppò in breve una vasta rete di volontari e volontarie fino a diventare un’associazione. Nell’aprile 2022, Taševa è diventata Rappresentante Permanente del Presidente Ucraino nella Repubblica Autonoma di Crimea, oltre ad aver vinto numerosi premi nazionali e internazionali.

Donbas SOS è un’altra Ong nata dall’Euromaidan con una leadership quasi esclusivamente femminile, composta inizialmente da volontarie e volontari che si sono poi costituiti in un’organizzazione per i diritti umani. L’Ong ha aiutato le persone in fuga dalla guerra nel Donbas fornendo informazioni sui percorsi e sulle strade sicure per l’evacuazione. Ha creato una linea telefonica gratuita, fornendo e coordinando iniziative che fornivano aiuti umanitari e servizi sociali, medici e legali alle persone sfollate, e aiutandole a trovare casa, lavoro e fornendo altri tipi di assistenza nei luoghi di arrivo. Donbas SOS ha realizzato un importante lavoro di advocacy sui diritti delle persone sfollate nei confronti del governo ucraino, riportando anche informazioni sui problemi delle persone rimaste nei territori fuori dal controllo governativo. A questo proposito, Donbas SOS si è impegnata in processi di mediazione e peace-building di comunità.  

Il Centro per le Libertà Civili (CCL, Center for Civil Liberties), fondato nel 2007 a Kyiv per promuovere i diritti umani e il processo di democratizzazione, è attualmente diretto dall’avvocata per i diritti umani Oleksandra Matvijčuk, una delle vincitrici del Premio Nobel per la Pace nel 2022. Come molte altre Ong ucraine, è composta da un personale quasi interamente femminile. Nel 2014 ha lanciato l’inziativa Euromaidan SOS che forniva assistenza legale ai manifestanti aggrediti dalla polizia anti-sommossa, ed è stata la prima organizzazione per i diritti umani a documentare i crimini di guerra nel Donbas. CCL ha svolto un ruolo centrale nel documentare le sparizioni forzate e nell’assistere i familiari delle persone scomparse a rintracciarle e a identificare i responsabili di questi crimini. Dopo l’invasione russa su larga scala del 2022, CCL ha ampliato significativamente la documentazione dei crimini di guerra, cooperando con tutte le maggiori organizzazioni internazionali, compresa la Corte Penale Internazionale dell’Aja. La missione del CCL è portare giustizia a tutte le vittime della guerra, compreso lo stupro di guerra, per realizzare una pace giusta e duratura. Per questo ha lanciato una campagna di advocacy per la creazione di un tribunale internazionale sui crimini di guerra commessi dalla Federazione Russa in Ucraina.

La Fondazione Ucraina per le Donne (UWF, Ukranian Women’s Fund), fondata a Kyiv nel 2000, è una delle principali organizzazioni femministe ucraine. Oltre a promuovere da oltre 20 anni i diritti delle donne, gestisce importanti progetti internazionali e rifinanzia ONG femminili e femministe più giovani e più piccole in altre regioni ucraine, facendole crescere anche tramite la formazione. A partire dal 2014, l’UWF ha ampliato le proprie attività per fornire maggiori servizi di assistenza e integrazione sia alle donne sfollate che alle donne rimaste nelle zone di guerra e vittime di violazioni, inclusa la violenza di genere. Il suo approccio femminista l’ha portata a realizzare progetti sulla micro-impresa femminile anche per le donne rimaste vicino alla linea di contatto (la linea stabilita dagli Accordi di Minsk che separava le parti in conflitto fino al 24 febbraio 2022). L’UWF ha giocato un ruolo fondamentale nell’advocacy per l’adozione di leggi migliori sulla parità di genere e contro la violenza sulle donne, compresa la ratifica della Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica (Convenzione di Istanbul), avvenuta nel 2022 durante la guerra, a 10 anni dalla sua firma. Natalia Karbowska, a capo della ONG, nel dicembre 2022 ha vinto il premio Hillary Rodham Clinton della Georgetown University Institute for Women Peace and Security, uno dei premi più prestigiosi al mondo sulla protezione e la promozione dei diritti delle donne nei conflitti armati.

La Strada Ukraine è un’altra associazione femminista, fondata nel 1997 e la prima a occuparsi di contrasto alla tratta delle donne in Ucraina. Fa parte di La Strada International che ha sede nei Paesi Bassi. L’Ong promuove i diritti delle donne partendo da principi di empowerment e di auto-determinazione delle donne e gestisce la linea telefonica nazionale gratuita attiva 24/7 contro la discriminazione di genere, la violenza domestica e la tratta delle donne, alle cui vittime e alle donne a rischio di violenza fornisce assistenza sociale, legale e psicologica. La Strada gestisce anche la linea telefonica nazionale sui diritti dei minori. Dall’inizio della guerra nel 2014, La Strada Ukraine si è occupata anche dell’assistenza alle donne sfollate e della violenza di genere, compresa quella sessuale causata dalla guerra, raccogliendo dati e fornendo consulenze anche alle donne rimaste nei territori occupati dalle forze russe e filo-russe. Anche La Strada ha giocato un ruolo essenziale nell’adozione delle leggi sulle pari opportunità, contro la tratta di esseri umani e la violenza di genere, compresa la ratifica della Convenzione di Istanbul e un ampio pacchetto di emendamenti legislativi sulla lotta alla violenza di genere adottati nel 2017, in gran parte in linea con la Convenzione stessa. Una delle sue direttrici e co-fondatrici, deputata nel 2006-2007, Kateryna Levčenko è una delle più prominenti femministe ucraine.

Oksana Potapova, Kyiv, 8 marzo 2019, Marcia per la Giornata Internazionale per i Diritti delle Donne: “I diritti delle donne sono diritti umani!” (Eugenia Benigni)

Theatre for Dialogue è un’organizzazione femminista co-fondata a Kyiv dopo l’Euromaidan da Oksana Potapova e Jana Salachova, ricercatrici e attiviste femministe esperte dell’Agenda Onu Donne, Pace e Sicurezza. Basandosi sull’approccio del Teatro dell’Oppresso e su una prospettiva femminista intersezionale, l’Ong pratica il teatro di comunità sulla base dell’analisi delle tensioni e dei conflitti di comunità con la partecipazione diretta delle persone, soprattutto donne, colpite dal conflitto armato e dalle violazioni dei loro diritti in quanto donne, persone LGBTQIA+, persone sfollate, disabili e appartenenti a minoranze etniche.

Tutte queste e altre Ong sono diventate partner di importanti progetti dell’Onu, dell’Ue, dell’Osce, del Consiglio d’Europa e di altre importanti organizzazioni governative e non-governative nazionali e internazionali.

Dall’attivismo alla politica

L’attivismo femminile e femminista ucraino ha portato non solo a uno sviluppo senza precedenti dei movimenti femministi ucraini e delle loro istanze, ma anche a importanti cambiamenti legislativi e istituzionali, nonché a un aumento considerevole delle donne in politica, anche questo senza precedenti dalla caduta dell’Urss. Nel periodo sovietico, le donne avevano raggiunto picchi del 30% tra le deputate, che però erano drasticamente scesi a meno del 10% dopo il crollo dell’Urss. Con le elezioni parlamentari del 2014, le donne passarono dal 9,7% della legislatura precedente all’11,8%, mentre la loro rappresentanza crebbe in modo significativo a livello locale dopo l’introduzione di una quota di genere del 30% per le elezioni amministrative locali, dove nei paesi più piccoli le donne raggiunsero anche il 50% tra i consiglieri. La percentuale delle deputate della Verchovna Rada (parlamento unicamerale ucraino) ha raggiunto circa il 20% nel 2019 dopo l’introduzione di una quota di genere del 30%.

Risulta interessante notare che la Rivoluzione della Dignità non ha solo portato a un aumento significativo delle donne in politica, ma anche a un aumento considerevole di donne della società civile che sono entrate nella politica sia nazionale che locale e che hanno giocato un ruolo fondamentale nel miglioramento delle leggi e delle politiche sui diritti delle donne. Questa presenza delle donne in politica, accompagnata dall’attivismo femminista, ha portato a un avanzamento significativo sia delle leggi a favore delle donne, sia dell’istituzionalizzazione dei loro diritti e delle questioni di genere più in generale.

Per esempio, nel 2016 la Presidenza della Commissione sulla Parità dei Diritti tra Donne e Uomini è stata assegnata alla vice-premier per l’Integrazione europea ed euro-atlantica Ivanna Klympuš-Tsintsadze (2016-2019) e poi, dal 2020 a oggi, a Ol’ha Stefanišyna. Su pressione delle femministe e delle deputate, il Governo ha creato la carica di Commissaria Governativa sulle Politiche di Genere che ha il ruolo di integrare una prospettiva di genere in tutte le politiche. La posizione è stata assegnata a Kateryna Levčenkoche come abbiamo già menzionato è stata una tra le più note attiviste ucraine, in precedenza a capo della Ong La Strada Ukraine e anch’essa vincitrice del premio Hillary Rodham Clinton.

Altre politiche di alto profilo che hanno usato il proprio ruolo per promuovere i diritti delle donne includono la First Lady Olena Zelens’ka, Iryna Vereščuk, vice-premier e ministra per la Reintegrazione dei territori temporaneamente occupati, e Hanna Maljar, vice-ministra della Difesa. Iryna Vereščuk, responsabile delle negoziazioni sugli scambi dei prigionieri di guerra, ha pubblicamente criticato l’esitazione della Russia a rimandare in Ucraina le donne civili, affermando: “Ora ci rifiutiamo di effettuare uno scambio senza nemmeno una donna nell’elenco [dei prigionieri]. È così che cerchiamo di salvare in qualche modo le nostre donne e i nostri civili”.

L’Agenda Onu Donne, Pace e Sicurezza e le donne nei processi di pace 

L’esclusione delle donne dai negoziati e dai processi di pace, nonché la mancata menzione dei loro diritti e delle loro istanze negli accordi di pace e nella ricostruzione post-bellica, è un problema storicamente radicato e persistente ancora oggi a livello globale, con pochissime eccezioni. Per promuovere la partecipazione delle donne e i loro diritti, nel 2000, il Consiglio di Sicurezza Onu ha adottato la risoluzione n. 1325, a cui sono succedute altre dieci risoluzioni, che insieme costituiscono l’Agenda Onu sulle Donne, la Pace e la Sicurezza (WPS), una delle agende più ricche adottate dal Consiglio, ma ancora poco conosciuta in Italia.

L’Agenda Onu è nata in particolare dalla mobilitazione dei movimenti femminili e femministi in seguito alle guerre nell’ex Jugoslavia degli anni 1990, dove varie forme di violenza di genere, compresi lo stupro di guerra, la tratta delle donne e la prostituzione forzata, furono usate in modo sistematico e come arma di guerra per umiliare l’avversario. Inoltre, il machismo violento dei leader politici (anche di alcune donne) fu una componente costitutiva dell’etno-nazionalismo che portò alle violenze di matrice etnica e al genocidio e come tale fu giudicata dall’analisi femminista. Inoltre, il processo che portò alla fine del conflitto e agli Accordi di Dayton escluse completamente le donne dalle delegazioni ufficiali dei negoziati, e le consultazioni con la società civile femminile furono insignificanti e di nessun impatto. Gli Accordi di Dayton sono infatti considerati un caso-studio sull’esclusione delle donne, dei loro diritti, delle loro istanze e delle soluzioni da loro proposte nei processi di pace.

L’agenda Donne, Pace e Sicurezza da oltre 20 anni ha quindi lo scopo di correggere una mancanza storica che minaccia la pace giusta, equa e sostenibile a livello mondiale. 

L’Ucraina non è stata finora un’eccezione da questo punto di vista, nonostante la mobilitazione delle attiviste femministe e delle donne in politica. Tra il 2014 e il 2019 solo due donne hanno partecipato alla delegazione governativa ai negoziati del Gruppo di Contatto Trilaterale dell’Osce sulla soluzione pacifica della situazione nelle regioni di Donec’k e Luhans’k legata agli Accordi di Minsk. Nel 2019, una donna rappresentava meno del 10% della delegazione governativa. Nel marzo 2022, in seguito all’invasione russa su larga scala, i tavoli di pace apparsi sui mass media mostravano una composizione esclusivamente maschile delle delegazioni sia ucraina che russa.

L’Agenda Onu promuove la partecipazione delle donne e l’inclusione dei loro diritti, delle loro esperienze di guerra, diverse da quelle degli uomini, e delle loro proposte e soluzioni in tutte le fasi del conflitto: dalla prevenzione ai processi di pace, alla ricostruzione post-bellica. L’Ucraina è stato il primo paese al mondo con una guerra in corso ad adottare un Piano d’Azione Nazionale su Donne, Pace e Sicurezza. Nel 2014 le attiviste femministe ucraine hanno fatto pressione sul governo per l’adozione di un Piano Nazionale che, con l’expertise dell’Onu e dell’Osce, fu adottato nel 2016 con durata fino al 2020. Successivamente fu adottato un secondo Piano per il periodo 2021-2025, la cui implementazione è tuttavia stata interrotta dall’invasione russa del 2022 che ha portato il governo, in collaborazione con la società civile, ad emendare il nuovo Piano, adattandolo alle condizioni belliche su larga scala. L’attuale Piano Nazionale copre quattro macro-aree: (1) la partecipazione delle donne ai processi decisionali (compresi i futuri negoziati di pace); (2) la resilienza alle sfide della sicurezza; (3) la ripresa post-bellica e la giustizia di transizione; (4) il contrasto alla violenza di genere, compresa la violenza sessuale connessa alla guerra; (5) la formazione e il rafforzamento della capacità delle istituzioni di realizzare gli obiettivi del Piano Nazionale.

Partecipazione e contributi delle donne ai processi di mediazione e pacificazione di comunità

Le reti dei mediatori in Ucraina risalgono agli anni ‘90 e fino al 2014 si sono occupate principalmente della mediazione dei conflitti nel settore privato. Dal 2014 molti mediatori, in gran parte donne, hanno ridirezionato il proprio lavoro sulla mediazione e sull’uso del dialogo nel contesto di guerra, sviluppando un’importante expertise sulla risoluzione dei conflitti di comunità con l’aiuto della comunità internazionale. Secondo uno studio del 2018, il 65% dei facilitatori del dialogo e il 66% dei partecipanti ai dialoghi del livello Track 3 (livello informale della risoluzione dei conflitti nella società civile, diversamente da quello dei negoziati ufficiali definito Track 1), sono donne il cui ruolo e la cui competenza sono diventati sempre più rilevanti nella trasformazione dei conflitti. Tuttavia, come detto in precedenza, la loro partecipazione ed expertise non sono state finora tenute in considerazione dai negoziatori ufficiali, nonostante fossero riuscite a promuovere numerosi tregue e a risolvere molti conflitti a livello comunitario, almeno fino al febbraio 2022.

Un’importante rete di donne attive nei processi di pace di comunità, le cui proposte potrebbero rivelarsi efficaci in futuro per i negoziati ufficiali (o almeno così sarebbe potuto essere fino a inizio 2022), è la Women’s Initiative for Peace in Donbas (WIPD), una piattaforma transfrontaliera di donne provenienti da diversi contesti e regioni dell’Ucraina, comprese quelle non controllate dal governo. La rete include anche alcune donne attiviste della Federazione Russa (alcune delle quali perseguitate come “agenti stranieri”) e altre esperte dei processi di pace dell’Europa occidentale, inclusa la Germania. Il WIPD promuove il dialogo e la ricerca di soluzioni comuni su questioni concrete per la pace e la risoluzione dei conflitti in Ucraina attraverso la metodologia della diapraxis, o “dialogo attraverso la pratica”, e trasmette le proprie raccomandazioni ai decisori e ad altre parti interessate.

Nel 2022 alcune attiviste femministe, tra cui diverse esperte che uniscono la propria ricerca accademica all’attivismo dal basso, hanno formato la Ukrainian Feminist Network for Freedom and Democracy (Rete femminista ucraina per la libertà e la democrazia). L’obiettivo è sostenere le donne della società civile e dei gruppi di attivismo dal basso, il rafforzamento delle loro voci e istanze e la loro partecipazione ai processi decisionali a livello nazionale, regionale e locale con un approccio inclusivo e intersezionale che comprende le donne di diverse provenienze ed esperienze, comprese le donne della diaspora ucraina.

Un’ultima organizzazione che vale la pena menzionare è Dignity Space con la sua Scuola degli Ingegneri di Pace (School of Peace Engineers). Questa Ong non è propriamente nata da istanze femministe, ma da una coppia di mediatori (il formatore danese sulla Comunicazione Non-Violenta Carl Plesner e l’attivista Olena Hancjak-Kas’kiv, poi divenuta sua moglie) che nel 2014, dopo aver partecipato all’Euromaidan ed esser stati testimoni dell’uccisione dei manifestanti, hanno messo in atto processi di riconciliazione tra gruppi di attivisti dell’Euromaidan e la polizia anti-sommossa. Da questi laboratori è nato il progetto dei Peace Engineers che ha formato centinaia di mediatori sulla risoluzione dei conflitti a livello di comunità, compresi alcuni funzionari governativi. La gran parte dei mediatori formati in questa scuola sono donne che sono diventate attive nelle comunità di diverse regioni, soprattutto nel Donbas. Dopo il febbraio 2022, i mediatori e le mediatrici hanno dovuto in gran parte trasferirsi in regioni ucraine più sicure e riorientare temporaneamente le proprie attività. L’Ong sostiene la resistenza armata ucraina.

Anche le donne sfollate e le donne della diaspora hanno svolto un ruolo di primo piano come leader nel crowdfunding, nella creazione di organizzazioni della società civile umanitarie e per i diritti delle donne e nella promozione dell’Agenda Onu Donne, Pace e Sicurezza.

Il consolidamento dei movimenti femministi dopo l’invasione russa del 2022

Nella prima fase della guerra (2014-2021) alcuni gruppi femminili e femministi erano più aperti a soluzioni che prevedevano la deposizione delle armi e la realizzazione del processo di pace previsto dagli accordi di Minsk. Questi gruppi promuovevano la partecipazione delle donne alle negoziazioni ufficiali e informali sulle diverse “Tracks” della diplomazia formale e informale e avevano posizioni critiche verso la militarizzazione attuata soprattutto dal presidente Porošenko. Questo attivismo fondava le proprie posizioni sull’Agenda ONU su Donne, Pace e Sicurezza e voleva dare voce anche alle donne che vivevano nelle zone direttamente colpite dalla guerra e a quelle residenti nei territori controllati dalle forze filo-russe.

Per esempio, si era creata la Women’s Network for Dialogue and Inclusive Peace (Rete delle donne per il dialogo e la pace inclusiva) che riuniva attiviste femministe per i diritti delle donne basate in diverse regioni ucraine, compresi i territori del Donbas non controllati dal governo, e che promuoveva l’Agenda Onu e i diritti delle donne, incluse quelle della comunità LGBTIQIA+, la lotta alla violenza di genere, l’aiuto alle donne profughe e l’emancipazione socio-economica e politica delle donne.

Dopo il febbraio 2022, tuttavia, le attiviste femministe che non sostengono la resistenza armata ucraina sono rimaste un’esigua minoranza. La larga maggioranza del movimento femminista ucraino ha sostenuto in vari modi la resistenza armata all’invasione russa, intesa come difesa dell’identità nazionale oppressa da secoli dal giogo imperialista e colonialista russo. Le Ong femminili e femministe hanno dovuto spesso ricollocarsi in regioni sicure e ridirezionare il proprio lavoro dall’attivismo agli aiuti umanitari, all’evacuazione e alla ricollocazione della popolazione colpita dalla guerra. Le Ong hanno dovuto impegnarsi improvvisamente in campagne di crowdfunding per far fronte alle urgenze di dimensioni inaspettate. Per questo motivo hanno aspramente criticato le grandi organizzazioni internazionali per la loro lentezza nell’invio di finanziamenti e per la loro rigidità nel permettere alle ONG di ridestinare i fondi ricevuti in precedenza dall’attivismo all’emergenza umanitaria. Le femministe ucraine hanno inoltre aspramente criticato le loro colleghe pacifiste straniere, accusandole di non comprendere la gravità della situazione e la necessità della resistenza armata per la sopravvivenza del paese e della popolazione.

Nel loro Manifesto femminista le attiviste ucraine hanno fatto appello alle femministe di tutto il mondo per sostenere la resistenza ucraina, rivendicando in particolare il diritto all’autodeterminazione, alla protezione della vita, dei diritti fondamentali e dell’autodifesa; il diritto a una pace giusta e inclusiva; il diritto a una giustizia internazionale per i crimini di guerra e contro l’umanità; garanzie di sicurezza effettive per prevenire futuri conflitti; la promozione dei diritti delle donne con un approccio intersezionale e inclusivo delle persone LGBTQIA+, delle persone con disabilità e delle persone appartenenti alle minoranze nazionali, nonché l’inclusione delle donne nei processi decisionali in condizioni di parità con gli uomini.

Questa posizione unisce quasi tutte le femministe, comprese le attiviste di sinistra e quelle anarchiche e queer. Secondo Lutyi-Moroz, giovane attivista di FemSolution, un’organizzazione femminista queer fondata da un gruppo di studenti a Kyiv nel 2016, “un’invasione su larga scala ha costretto gli ucraini a lottare per la loro sopravvivenza. Come femministe sosteniamo con forza il diritto all’autodifesa”, pur restando critiche nei confronti delle possibili conseguenze negative della militarizzazione. Alisa Šampans’ka, un’altra attivista di FemSolution che si definisce anarchica, femminista e queer, sottolinea che “viviamo dalla parte sbagliata della barricata per avere una posizione contro la guerra”.

Fin dal 2014 le femministe ucraine hanno usato la metafora dello stupro per definire l’annessione russa della Crimea e le interferenze politiche e militari russe nel Donbas, in cui la Russia rappresentava lo stupratore e l’Ucraina la vittima della violenza sessuale. A partire dall’invasione russa su larga scala del 24 febbraio 2022 e con l’arrivo in Ucraina di informazioni relative ai dibattiti occidentali contrari all’invio di armi in Ucraina, le femministe ucraine apertamente critiche di queste narrazioni e di quelle che raffiguravano l’Ucraina come un paese dominato da un’élite neonazista (narrazioni percepite come frutto della propaganda del Cremlino), hanno cominciato a usare la metafora dell’Ucraina come donna doppiamente violentata e vittimizzata.

Il doppio stupro si riferisce, in primo luogo, alla violenza dell’invasione russa e, in secondo luogo, all’accusa rivolta all’Ucraina di aver provocato tale invasione dopo aver subito tale violenza, proprio come le vittime di stupro vengono accusate di aver provocato il loro violentatore dopo essere state stuprate. Difficilmente una metafora può risultare più efficace.

Le donne nelle Forze Armate

La presenza delle donne nei ruoli di combattimento è visibilmente cresciuta in una prima ondata nel 2014 e ancor più nel 2022. In entrambe le ondate, migliaia di donne provenienti dalle professioni più diverse (attiviste, giornaliste, registe, cantanti, ecc.) si sono unite ai gruppi territoriali di autodifesa e alle forze armate per difendere i territori e i confini ucraini. Nel 2014 molti ruoli di combattimento erano preclusi alle donne per legge. Nonostante ciò, molte donne si sono recate al fronte svolgendo vari ruoli, dalle mediche e infermiere di campo, alle carriste, alle cecchine e alle pilote di aerei (come per esempio il famoso caso di Nadija Savčenko, rapita dai russi, detenuta per mesi, messa a processo in Russia e poi liberata in uno scambio di prigionieri ed eletta in parlamento) e di droni (Mariia Berlins’ka), rimanendo però volontarie o arruolate ufficialmente in ruoli prettamente civili e secondari.

L’attivismo delle combattenti e delle veterane di guerra contro il sessismo e la discriminazione di genere nell’esercito ha portato alla pubblicazione di due rapporti con il sostegno dell’ONU, noti come Invisible Battalion 1 e 2 (il Battaglione invisibile), e alla produzione di un film omonimo da parte di Mariia Berlins’ka, pilota di droni militari. La campagna di Invisible Battalion ha portato all’eliminazione delle discriminazioni di genere nelle leggi ucraine, permettendo l’accesso delle donne a tutti i ruoli di combattimento precedentemente preclusi e all’opportunità di fare carriera nell’esercito. Secondo la vice-ministra della Difesa ucraina Hanna Maljar, a luglio 2022 le Forze Armate Ucraine contavano oltre 50mila donne, di cui 35mila nel personale militare e 5.000 sulla linea del fronte.

Dopo il 2014, anche l’ingresso delle donne nelle forze di polizia è aumentato considerevolmente. Il Governo ucraino ha varato il progetto Polina, con il sostegno dell’ONU e dell’OSCE, che ha previsto la creazione di squadre mobili di poliziotte e poliziotti in varie regioni dedicate agli interventi di contrasto alla violenza sulle donne.

Le femministe della comunità LGBTQIA+

L’attivismo LGBTQIA+ è costituito da molte femministe che hanno fondato e fatto crescere associazioni importanti a Kyiv e in molte altre città ucraine, come per esempio Charkiv, Cherson e Mariupol’ (prima dell’occupazione russa). Queste attiviste si sono unite alle altre organizzazioni e ai gruppi femministi nella promozione della parità di genere, nella lotta contro la violenza sulle donne e la tratta delle donne e per la ratifica della Convenzione di Istanbul.

Le attiviste LGBTQIA+ hanno co-organizzato le marce annuali dell’8 marzo per i diritti delle donne e i Pride in diverse città, anche in tempo di guerra, fronteggiando l’opposizione di gruppi conservatori, religiosi e di estrema destra che le hanno ripetutamente attaccate, tacciandole di minacciare i valori della “famiglia tradizionale” e di promuovere la “pedofilia”, sulla falsariga della narrativa russa. Per esempio, nel 2020 il Patriarca Filarete, capo del Patriarcato di Kyiv della Chiesa Ortodossa ucraina, ha fatto dichiarazioni omofobe in cui attribuiva la diffusione del Covid-19 ai matrimoni tra persone dello stesso sesso. La Ong Insight sui diritti LBTQIA+ ha intentato una causa contro Filarete nello stesso anno.

Olena Ševčenko, che dirige Insight, una Ong femminista per i diritti delle donne LBTIQIA+ con sede a Kyiv fondata nel 2008 e con una presenza importante in diverse regioni, è tra le attiviste e femministe più note sui diritti delle donne LGBTQIA+. Lo staff di Insight è tutto femminile. Negli anni l’Ong ha aperto diverse case rifugio per le persone LGBTQIA+ vittime di violenza a seguito del loro coming out in famiglia o come vittime di violenza di guerra causata dalla guerra.

Olena Ševčenko è stata ripetutamente picchiata e aggredita sia fisicamente (7 volte) che online da gruppi di estrema destra e religiosi, l’ultima volta il 14 aprile 2022 quando è stata attaccata con un gas lacrimogeno a Leopoli, dove si era temporaneamente rifugiata dopo l’escalation militare russa di febbraio 2022. Molti eventi che ha organizzato o co-organizzato, tra cui le marce delle donne dell’8 marzo, i Pride Festival, le manifestazioni IDAHOBIT e la Conferenza Euro-Asiatica delle donne lesbiche a Kyiv nel 2019, sono stati attaccati da gruppi religiosi e di estrema destra che percepiscono i diritti LGBTQIA+ come una minaccia ai “valori tradizionali della famiglia” e all’identità ucraina. Per anni, i gruppi religiosi conservatori, di estrema destra, in particolare il Consiglio ucraino delle Chiese, così come i politici, tra cui un gruppo maggioritario di membri del parlamento, si sono opposti ai diritti delle donne e ai gruppi LGBTQIA+, inclusa la ratifica del Convenzione di Istanbul. Olena Ševčenko è stata appena nominata “Woman of the Year” dal Times magazine.

A Charkiv, Anna Šarychina dirige Sfera, una Ong femminista che serve da centro di aggregazione per la comunità LGBTQIA+ femminile locale e che svolge attività ricreative, educative, sociali e di advocacy sul femminismo, i diritti e l’empowerment delle donne e i diritti LGBTQIA+. Con l’escalation della guerra nel febbraio 2022, Anna Šarychina si è rifiutata di lasciare Charkiv e l’Ucraina e, dopo essersi rifugiata con la sua famiglia in un appartamento privo di finestre (i vetri delle finestre sono a rischio di esplosione durante le guerre), ha trasformato Sfera nella Ong più attiva e importante nell’est del paese nel rifornimento di aiuti umanitari alle donne e alla comunità LGBTQIA+. L’ONG fornisce alla comunità medicine, assistenza sanitaria e psicologica, alloggi sicuri in Ucraina e all’estero e svolge una raccolta fondi per attrezzature militari protettive per i combattenti LGBTQIA+ al fronte.

Nonostante i ripetuti attacchi di gruppi conservatori e gli ostacoli imposti dalle autorità locali, negli anni Šarychina è riuscita a organizzare le marce per i diritti delle donne l’8 marzo e soprattutto il Charkiv Pride, l’ultimo dei quali si è tenuto a settembre 2022 in tempo di guerra.

Šarychina e le sue colleghe hanno organizzato performance simboliche tra gli edifici distrutti di Charkiv. Il 9 aprile 2022, in una performance davanti all’ex-consolato della Federazione Russa, l’attivista ha scritto sul tabellone del consolato «Mogli degli stupratori russi» e ha esposto una valigia piena di vestiti e un computer portatile per simboleggiare lo stupro di guerra e i furti commessi dai soldati russi, invitando le donne sopravvissute agli stupri a portare altri oggetti per affrontare i traumi subiti. Il 26 aprile 2022, per la Giornata della Visibilità Lesbica, lei e la sua compagna hanno indossato una bandiera ucraina e una bandiera lesbica in mezzo agli edifici bombardati di Charkiv.

Anna Šarychina, Ong Sfera, Charkiv, 26 aprile 2022, Giornata per la Visibilità Lesbica (Foto di Anna Šarychina)

Un’altra Ong femminista queer che vale la pena menzionare è L’Altra (Inaja/Inša in russo e ucraino, rispettivamente) di Cherson, presieduta da Maryna Usmanova. L’organizzazione, formata inizialmente da un gruppo di attiviste che redigevano la rivista Inaja, si è registrata come ONG nel 2014 sull’onda dell’Euromaidan. Il suo attivismo è caratterizzato da arti e performance, a partire da un documentario sulle donne sfollate dalla guerra realizzato nel 2014. In seguito agli scontri violenti avvenuti durante il Kyiv Pride del 2017, Cherson, come altre città, ha organizzato un piccolo Pride. Una buona collaborazione con la polizia locale le ha permesso di continuare a organizzare dei festival queer annuali di arti visive e performative, come mostre, un festival del cinema, spettacoli teatrali, spazi artistici, un orto urbano, eventi educativi e conferenze sulla teoria queer, quella femminista e quella post-coloniale, organizzati in modo partecipativo e inclusivo con la popolazione locale.

Quello di Cherson è forse l’unico caso in Ucraina dove le organizzazioni femministe e queer sono riuscite a collaborare con i gruppi religiosi e persino di estrema destra (inclusi i Corpi Nazionali) su questioni di interesse comune come i diritti degli animali e la conservazione dei beni culturali. La cooperazione con le donne locali e i gruppi religiosi ha portato all’apertura di un centro di accoglienza per le donne vittime/sopravvissute alla violenza di genere nel 2019.

Con l’avanzata della Russia nella regione di Cherson nel marzo 2022, Usmanova si è trasferita in Germania prima che diventasse quasi impossibile attraversare la linea del fronte. Come altri attivisti, ha ridirezionato il lavoro della sua Ong sugli aiuti umanitari sia per le persone LGBTQIA+ che volevano restare a Cherson, che per quelle che volevano fuggire dai territori occupati, un viaggio estremamente rischioso che poteva costare fino a 1.000 dollari senza garanzie di successo.

All’inizio dell’occupazione, i residenti di Cherson, comprese molte donne e colleghe di Usmanova, hanno continuato le proteste di piazza ampiamente riportate dai media internazionali, a cui hanno fatto seguito rapimenti e detenzioni illegali da parte delle forze russe. L’ufficio della sua Ong è stato occupato dai combattenti russi e filo-russi e un suo volontario è scomparso. La polizia locale che aveva collaborato con la comunità queer è stata assassinata, uccisa, rapita o si è rifiutata di giurare lealtà agli occupanti russi. Usmanova ha ricevuto testimonianze di stupri e violenze di genere contro persone queer, ma molti di questi casi non sono stati registrati dalla polizia e dai medici durante l’occupazione per paura di essere considerati testimoni dei crimini di guerra commessi dalle forze russe.

Fin dal 2014 le attiviste LBTQIA+ si sono dedicate al crowdfunding, al rifornimento di aiuti umanitari, tra cui la distribuzione di assorbenti igienici e degli ormoni necessari nei percorsi di transizione delle persone transgender, spesso dimenticati dalle organizzazioni umanitarie. Le associazioni LGBTQIA+ hanno aiutato i propri assistiti, incluse le persone transgender, a evacuare dai territori occupati dalle forze russe e filo-russe, dove il diverso orientamento sessuale e l’identità di genere rappresentano un rischio reale per la vita.

L’attivismo femminista e LBTQIA+ ucraino sviluppatosi soprattutto a partire dall’Euromaidan non si è mai fermato, anzi è cresciuto davanti alle repressioni violente della polizia anti-sommossa e a quelle delle forze filo-russe e russe dal 2014 a oggi. Molte attiviste ucraine, sia quelle rimaste nel proprio paese che quelle rifugiatesi all’estero, continuano ad avere bisogno del sostegno internazionale nella difesa dell’Ucraina e nella promozione dei diritti delle donne e di tutta la società. Tutte le guerre vedono le donne emanciparsi in ruoli dai quali prima venivano escluse. Tuttavia, la partecipazione delle donne alla risoluzione del conflitto e alla ricostruzione, alla luce della competenza e della resilienza accumulata in nove anni di guerra, non può andare dispersa, come spesso succede alle donne una volta che le guerre finiscono. Anche se la fine della guerra in Ucraina non sembra prossima, il continuo sostegno umano, politico, umanitario e militare è l’augurio che le donne ucraine continuano ad aspettarsi dalla comunità internazionale per l’8 marzo.

Per approfondire si consiglia la lettura di: Eugenia Benigni, “Queer/LGBTQIA+ Rights in Ukraine: Striving for Equality through Feminism, Resistance and the War”, in Queer Transnationalities, Università di Pisa, 2023 (di prossima pubblicazione).

Immagine: Kyiv Pride 2019 (Foto di Eugenia Benigni)

*Eugenia Benigni è una Consulente internazionale per le Pari Opportunità e la Diversity & Inclusion. Ha lavorato per quasi 20 anni come consigliera, analista, programme manager e direttrice programma paese per missioni internazionali dell’UE, dell’OSCE e della Fondazione svedese “Kvinna till Kvinna” (Da donna a donna) in Russia, Ucraina, Moldova, Kazakhstan e Tagikistan. È stata membro della Commissione Pari Opportunità del Comune di Udine nel 2016-2017.

Condividi l'articolo!
Redazione
Redazione