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Evgenij Charitonov, un autore russo omosessuale da riscoprire

“Siamo sterili fiori fatali”.

“Quanto più saremo visibili, tanto più vicina sarà la fine del mondo”.

Così scriveva nella Mosca sovietica tra la fine degli anni Settanta e i primi anni Ottanta Evgenij Charitonov in quello che può venire considerato un vero e proprio manifesto dell’omosessualità, intitolato Listovka, Volantino, un testo che riprende e sviluppa ulteriormente istanze presentate in terra russa a inizio secolo da Michail Kuzmin nel suo Kryl’ja (1906; tradotto in italiano con il titolo Vanja. Un’educazione omosessuale). 

Dopo Kuzmin (1872-1936) Charitonov è stato probabilmente il maggior rappresentante della letteratura russa omosessuale: morto prematuramente a soli quarant’anni (1941-1981), era riuscito nel corso della sua breve vita – sdoppiata tra mondo ufficiale sovietico e dimensione underground – a guadagnarsi una propria nicchia, proponendo non solo una matura rivendicazione dell’esperienza gay all’interno della società sovietica, ma anche uno stile letterario del tutto particolare. Il fatto che nel 1981, ormai postumo, gli sia stato assegnato il premio simbolo della cultura non ufficiale, intitolato ad Andrej Belyj, è indice di quanto la sua figura e produzione artistica fossero riconosciute e apprezzate nell’ambiente dell’arte clandestina. Eppure, a oggi Evgenij Charitonov resta un autore poco conosciuto, ancora da scoprire e studiare in Russia come all’estero, vittima di uno stigma – quello dell’“autore omosessuale” e dunque apparentemente “per omosessuali” – che non ha reso giustizia alla sua interessante dimensione artistica.

Charitonov nasce l’11 giugno 1941 a Novosibirsk, ma è nell’agosto del 1958 che inizia la sua “vita moscovita”: viene preso allora come studente al VGIK, l’istituto di cinematografia, che frequenterà assieme a un nucleo di promettenti attori e registi come Vasilij Šukšin e Igor’ Jasulovič. Sono anni fondamentali per la società sovietica: nel 1956 la relazione segreta di Nikita Chruščëv al XX Congresso del Partito aveva denunciato i crimini di Stalin e il culto della sua personalità, dando inizio al cosiddetto disgelo. Mosca era, come da tradizione, un centro nevralgico delle novità in campo artistico sia ufficiale che clandestino e la statua in onore di Majakovskij inaugurata nel luglio del 1958 era diventata ben presto un luogo di incontro per chi nutriva velleità poetiche, pittoriche, musicali. 

Alla fine degli studi nell’aprile del 1964, la parabola biografica Charitonov poteva ricordare quella di molti altri giovani giunti dalla provincia carichi di belle speranze e riusciti poi a trovarsi un posto nella capitale (nel suo caso, piccole parti nel mondo del cinema e del teatro). Allora tuttavia viene invitato a rimanere al VGIK, alla cattedra di pantomima, dove in seguito, dal 1968 (l’anno dei carri armati sovietici su Praga), frequenterà il dottorato. La tesi che discute poi con successo nel maggio del 1972 è piuttosto irriverente nel panorama sovietico in quanto fa proprio l’approccio – all’epoca sospetto – semiotico e porta avanti un’idea di arte pura che mal si inserisce nel principio fondamentale dell’estetica utilitaristica e razionale di stampo sovietico. Nonostante la brillante carriera di giovane accademico, le strade per Charitonov tuttavia si chiudono presto e al VGIK gli fanno capire che non potrà proseguire nel contesto universitario. 

Evgenj Charitonov

Nel frattempo però il giovane attore e regista si è formato già a tutto tondo, facendosi le ossa poetiche a suon di traduzioni e poi con le prime opere in poesia e prosa e i testi drammatici. Da “ragazzetto dalla periferia operaia” si era anche trasformato in un estroverso dandy alla Oscar Wilde, scrittore da lui molto ammirato assieme, in primo luogo, a San Giovanni Evangelista e James Joyce (letture che testimoniano l’ampiezza della sua formazione). Come riassume Aleksej Konakov che da diversi anni ne sta redigendo una biografia, Charitonov vantava “un intelletto fuori dal comune, un’arguzia bonaria e una naturale bellezza” che nell’insieme non passavano inosservati, soprattutto tra gli studenti che lo circondavano ammirati. Come raccontano alcuni, nonostante il tenore di vita modesto, aveva addirittura assunto una donna per la pulizia del suo appartamento. Dopotutto, “c’è chi dice che l’opera più grande di Charitonov fosse la sua stessa vita”, riassume Kevin Moss, curatore di una ricca antologia di testi russi di tematica omosessuale in traduzione inglese, intitolata Out of the Blue (1997).

Le autorità tolleravano tutto sommato le attività dell’Evgenij Charitonov docente, attore e regista teatrale, per quanto talvolta irriverenti, ma nessun suo testo letterario vide mai la luce fuori dai circoli dell’underground. La raccolta delle sue opere uscì postuma ormai nella Russia post-sovietica, intitolata Slëzy na cvetach, Lacrime sui fiori (1993), in due volumi. La morte prematura dell’autore, come viene spesso suggerito, può essere almeno in parte ricondotta alla pressione esercitata negli ultimi anni su di lui dal KGB che lo sospettava della morte di un amico. 

La raccolta Lacrime sui fiori si apre con il racconto Duchovka, Il forno (1969; tradotto in italiano nell’antologia curata da Viktor Erofeev I fiori del male russi, 2001), il testo che Charitonov sentiva come “veramente proprio” e che talvolta viene definito La morte a Venezia di quest’autore (così, ad esempio, Aleksandr Timofeevskij nel suo commento contenuto nella raccolta). 

Interessante, nella scrittura di Charitonov, è l’inserimento organico delle storie narrate all’interno del contesto sovietico, quasi a dimostrazione e rivendicazione dello dimensione omosessuale entro i confini di questa realtà apparentemente ingessata, una rivendicazione che spesso passa anche attraverso le parole autorevoli di precedenti illustri, in primo luogo del filosofo e scrittore Vasilij Rozanov:

“In segreto noi [omosessuali] governiamo i gusti del mondo. Ciò che trovate bello è in parte stabilito da noi, ma voi questo non sempre lo intuite (al contrario di Rozanov)”, scrive in Listovka

Noi omosessuali, suggerisce in questo manifesto Charitonov, siamo una “leggera varietà floreale”, il cui “polline vola non si sa verso dove” e che vive “di solo amore (insaziabile e infinito)”. Sono questi fiori a essere i più cari a Dio, rivendica infine l’autore:

“Ed è chiaro come il sole che proprio tutto ciò che è fragile, malizioso, tutti gli angeli caduti, tutto ciò che è fatto di perle, fiori di carta e lacrime, tutto ciò è caro a Dio; a ciò spetta il primo posto in paradiso e il bacio divino. Le migliori tra le nostre giovani creature morte Lui le farà sedere più vicino a sé. Mentre tutto ciò che è pio, normale, barbuto, tutto ciò che sulla terra viene preso a modello, il Signore, anche se gli assicurerà il proprio amore, segretamente con il cuore non l’amerà molto”.

Foto copertina Oteatre.info

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Martina Napolitano

Dottoressa di ricerca in Slavistica, è docente di lingua russa e traduzione presso l’Università di Trieste e di Udine, si occupa in particolare di cultura tardo-sovietica e contemporanea di lingua russa. È traduttrice, curatrice di collana presso la casa editrice Bottega Errante ed è la presidente di Meridiano 13 APS.