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La chiesa del Cristo Salvatore a Banja Luka, capitale della Republika Srpska (Meridiano13/Lorenzo Mantiglioni)
Pace giusta. È questa una delle espressioni che più è ricorsa in questi mesi. Una pace giusta, sia per l’Ucraina sia per la Striscia di Gaza. Un concetto nobile, se non ideale dato che se fosse possibile fare una pace giusta, probabilmente, non ci sarebbe neanche “bisogno” di fare una guerra. In quest’ottica, in più occasioni, politici, storici, giornalisti e grandi esperti si sono interrogati sulla bontà degli Accordi di Dayton: senza mettere in dubbio il fine ultimo di quel patto, ovvero la fine dello scontro armato, ma domandandosi invece quale Bosnia ed Erzegovina – classificato frequentemente come “Stato Frankenstein” – sia nata dopo la fine della guerra.
Gli Accordi, tra i tanti elementi che presero in considerazione, cristallizzarono il riconoscimento della Republika Srpska, l’entità a maggioranza serba, con la sua assemblea nazionale e presidenza. Uno Stato dentro uno Stato, con una serie di normative che lo rendevano di fatto una realtà indipendente. Con una promessa però, per quanto sottointesa, che alle divisioni iniziali, dal sistema farraginoso e bizantino, ne sarebbe scaturito in futuro – a suon di riforme mosse da uno spirito di conciliazione, democrazia e progressismo – un paese unico e unitario: la Bosnia ed Erzegovina, appunto.
Com’è noto, le cose sono andate diversamente. La Republika Srpska è rimasta un’entità a sé stante, ancora prigioniera delle divisioni etniche, della propaganda bellicista e di una classe dirigente che pare tutt’altro che lungimirante. In questi mesi, poi, dalle parti di Banja Luka se ne sono viste molte. Lo scorso febbraio, infatti, la Corte di Stato aveva condannato in primo grado Milorad Dodik, presidente della Republika ed ex membro della presidenza tripartita, a un anno di carcere e a sei anni d’interdizione dai pubblici uffici per non aver rispettato l’autorità dell’Alto rappresentante Christian Schmidt, incaricato di garantire l’applicazione degli Accordi di Dayton.
Una decisione dovuta ad alcune leggi, volute da Dodik, che prevedevano la sospensione delle sentenze della Corte costituzionale e dell’Alto rappresentante. Da lì, come già abbiamo avuto modo di approfondire, ne scaturì una minaccia di secessione.
Elezioni alle porte
L’ultimo atto della querelle – al momento – risale a qualche settimana fa. Ovvero a ottobre, quando il parlamento della Republika Srpska ha nominato Ana Trišić Babić presidente ad interim, in sostituzione di Milorad Dodik, decaduto dopo la conferma della sua condanna. Una decisione presa dall’Assemblea con 48 voti a favore e solo quattro contrari. Una sostituzione che però durerà solo poche settimane, visto che l’entità a maggioranza serba tornerà alle urne il prossimo 23 novembre.
Una tornata elettorale che, come racconta a Estovest Aleksandr Trifunović, direttore del portale informatico locale Buka, avverrà all’interno di una “crisi permanente, che ora è in uno dei momento più gravi. Da febbraio 2025 la BiH non esiste più in Republika Srpska, è una situazione molto pericolosa. Il Paese esiste solo formalmente, ma dal punto di vista amministrativo la Bosnia ed Erzegovina non riesce a incidere nell’entità serba”.
Sempre secondo Trifunović, la Republika vive una situazione economica difficile, dove insiste “una catastrofe demografica, un’economia che ristagna; dove non ci sono nuovi investimenti e in cui prosperano solo gli imprenditori vicini alla politica”.
Il candidato di Milorad Dodik
E per quanto le dimissioni di Dodik hanno in qualche modo fatto rientrare parte della crisi, sono evidenti le spinte nazionalistiche e secessionistiche. Ma chi parteciperà? Sicuramente non Milorad Dodik, che ha già annunciato di non correre, ma gli elettori potranno scegliere tra sette candidati, di cui due indipendenti (Slavko Dragićević e Igor Gasević). Le due figure di spicco, quelle che sostanzialmente si contenderanno la guida di Banja Luka, sono Siniša Karan, ex ministro del governo Dodik, candidato per l’Alleanza dei socialdemocratici indipendenti (Snsd), e il professore universitario Branko Blanuša per il Partito democratico serbo (Sds).
Siniša Karan, candidato alle elezioni in Republika Srpska (Facebook)
“Chi mi sostiene – ha detto Dodik a Bijeljina, come riporta Agenparl.eu – dovrebbe votare per Karan. Chi vota per lui vota anche per la Republika Srpska, mentre chi sceglie altri vota per Schmidt, per il tradimento e la distruzione dell’entità”. Gli ha fatto eco Karan: “La Republika Srpska è nata per volontà del popolo e, trent’anni dopo Dayton, quel popolo riafferma il proprio diritto a decidere. Nessuno ha il diritto di tradire la Srpska, costruita sul sacrificio di decine di migliaia di vite eroiche”.
Intorno a Karan però, come scrive il portale Bosna.hr, aleggiano alcune ombre, soprattutto quella relativa al suo ipotetico ruolo durante la guerra in Bosnia ed Erzegovina:
Karan è in una cosiddetta ‘lista di 810 nomi’ pubblicata dalla Commissione di Srebrenica, che elenca individui legati al genocidio del luglio 1995. Sebbene non sia mai stato avviato alcun procedimento formale nei suoi confronti, il fatto che il suo nome figuri in questo elenco suscita preoccupazioni e sospetti. […]. Questo problema è ulteriormente aggravato dal fatto che Karan è uno dei più accesi negazionisti del genocidio e oppositori della risoluzione delle Nazioni Unite che dichiara il genocidio di Srebrenica un fatto storico indiscutibile.
L’outsider
Dall’altra parte, restando tra chi pare abbia più possibilità di vittoria, c’è Branko Blanuša. Il candidato di Sds, punta il dito contro la maggioranza, scrivendo su Facebook:
Quando taglieremo la corruzione, i soldi che finiscono nelle tasche dei funzionari di regime andranno in stipendi, pensioni e sussidi.
Attacca la corruzione, parla di una continua umiliazione del popolo della Republika, di un sistema clientelare che, giura, combatterà.
Branko Blanuša, candidato alle elezioni in Republika Srpska (Facebook)
In molti osserveranno l’esito delle elezioni in Republika Srpska del 23 novembre. La Russia, per esempio, non ha mai nascosto il suo appoggio nei confronti di Milorad Dodik, tanto che il ministro degli Esteri Sergej Lavrov ha accusato l’Occidente di cercare di prendere il pieno controllo dell’area, privando i serbi dei loro diritti, al fine di creare uno Stato unitario in Bosnia ed Erzegovina. Ma anche l’Unione Europea, che da tempo si pone l’obiettivo di estendere i suoi confini nell’area balcanica, guarda verso Banja Luka. La sconfitta di Siniša Karan – difficile – e quindi di Milorad Dodik potrebbe essere forse il primo passo verso una normalizzazione dei rapporti tra le due entità.
Una normalizzazione che, se davvero un giorno dovesse cristallizzarsi, sarebbe prodromica all’avvio di quelle riforme e di quella unificazione reale che dagli Accordi di Dayton si trascinano nell’arco dei decenni. Lasciandoci ancora con quel dubbio: quale Bosnia ed Erzegovina è nata dopo la pace?
Giornalista e dottore in Giurisprudenza, attualmente cura l’ufficio stampa del Comune di Capalbio e collabora il progetto divulgativo Frammenti di Storia. Nel 2019 è stato selezionato per partecipare, in Bosnia ed Erzegovina, all’International Summer School Rethinking the culture of tolerance, organizzata dai tre atenei di Sarajevo, Sarajevo Est e Milano-Bicocca. Autore del libro Stante così le cose, edito da Edizioni Creativa.