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“Qui si parla italiano, qui si saluta romanamente”. I crimini nei campi fascisti del Friuli e della Croazia

di Serena Prenassi*

Quanto sappiamo dei campi fascisti in Friuli e in Croazia e dei crimini commessi lì durante la Seconda guerra mondiale? Le evidenze storiche vengono preservate o taciute? Qual è la narrazione legata a questi tragici eventi? Un progetto europeo ha voluto rispondere a queste domande e far conoscere una storia con cui è necessario confrontarsi.

Tra aprile 2021 e giugno 2022 l’associazione Documenta – Center for dealing with the past di Zagabria ha curato una serie di attività sulla memoria dei crimini croati contro ebrei, serbi e rom e dei crimini nazisti; uno dei temi trattati nel quadro delle persecuzioni degli anni Trenta e Quaranta è quello dei campi fascisti in Slovenia, Italia e Croazia, istituiti durante la Seconda guerra mondiale ai danni della popolazione slava ed ebraica. Il progetto “Meeting Memories: Learning from the Past to Confront Dehumanization Today” (MeMe) ha portato l’attenzione sulla politica di disumanizzazione che ha caratterizzato questo periodo storico, con l’obiettivo di sensibilizzare l’opinione pubblica sul comportamento brutale dei fascisti italiani nei confronti della popolazione slovena e croata nelle zone occupate e annesse, perseguendo il principio politico della “purezza della razza, del popolo e dello stato” proclamato da Mussolini. A questo, si aggiunge la finalità di portare l’attenzione dei partecipanti verso forme di discriminazione simili nelle società odierne.

Cenni storici

Dopo il crollo politico e militare del Regno di Jugoslavia nell’aprile del 1941, una parte consistente del territorio in cui vivevano croati e sloveni passò sotto il potere dei fascisti italiani e fu annessa al Regno d’Italia.

Il 6 aprile 1941, le forze armate tedesche, italiane, ungheresi e bulgare attaccarono il Regno di Jugoslavia. La Slovenia fu occupata e divisa tra Germania, Italia e Ungheria.

In seguito a un accordo tra Germania e Italia, fu istituito lo Stato Indipendente di Croazia, fantoccio, nella zona centrale del Regno di Jugoslavia. L’Italia fascista, che aveva già occupato l’Istria ed alcune isole nel 1920, il 18 maggio 1941 annesse una buona parte della provincia del Quarnero, la cui città principale era Fiume. Di conseguenza, più di 400mila membri della popolazione autoctona slovena e croata passarono sotto il dominio del Regno d’Italia.

L’atteggiamento brutale dei fascisti italiani nei confronti della popolazione nei territori occupati e annessi era conforme al principio politico proclamato da Mussolini dell’unità di “razza, nazione e stato”. Per “pulire” il terreno e “proteggere” la popolazione dai partigiani, gli ostaggi venivano fucilati, le case bruciate, le proprietà confiscate, la popolazione sgomberata e internata nei campi.

I più grandi campi di concentramento per sloveni, croati e serbi (compresi donne e bambini) si trovavano sull’isola di Molat vicino a Zara (giugno 1942) e sull’isola di Rab (luglio 1942). I detenuti venivano trattati in modo estremamente crudele. Pur non trattandosi di campi di sterminio, gli internati morivano per fame, malattie, inedia e la mortalità arrivava ai numeri di alcuni campi nazisti, come Buchenwald. Un posto tristemente importante occupa il campo di Kampor sull’isola di Rab (o Arbe), divenuta simbolo del terrore italiano e delle sofferenze di sloveni e croati durante la Seconda guerra mondiale.

campi fascisti
Vista sul campo di concentramento di Rab/Arbe

Due campi di concentramento furono allestiti anche in Friuli, nelle località di Visco e Gonars nell’attuale provincia di Udine. Le condizioni di questi campi erano, per quanto possibile, migliori di quelli in Istria e Dalmazia.

campi fascisti
Alcuni nomi incisi sul memoriale di Gonars (Wikipedia)

Nei campi italiani (qui l’elenco completo) vigeva l’obbligo di utilizzare la lingua italiana e il saluto romano, per sottolineare l’inferiorità della cultura slava, e svalutare e disumanizzare ulteriormente i detenuti.

Vennero istituiti anche campi di concentramento per ebrei; come quelli per la popolazione slava, non erano luoghi di liquidazione, bensì di isolamento. Infatti il regime fascista italiano integrò le leggi razziali, ma senza un atteggiamento così brutale nei confronti degli ebrei come aveva fatto la Germania nazista.

Il progetto “Meeting Memories”

Documenta è un’associazione zagabrese operativa dal 2010, le cui attività si concentrano sulla ricerca e conservazione della memoria di eventi legati alle guerre che hanno coinvolto la Croazia dal 1941 al 2000. Collaborando con organizzazioni della società civile e istituzioni governative, nel paese e all’estero, mira a costruire una pace sostenibile attraverso il corretto confronto con il passato.

Il progetto MeMe è stato finanziato grazie ai fondi del programma Europe for Citizens dell’Unione europea e ha coinvolto partner da diversi Paesi: l’Università dei Studi di Udine (Italia), Center for Informative decontamination of youth (Bosnia-Erzegovina), Jasenovac Memorial Site (Croazia), Max Mannheimer Haus (Germania), Centre for Public History (Serbia), Socialna Akademija (Slovenia).

Le prime attività curate da Documenta hanno previsto dei laboratori con un approccio pratico ed artistico alla memoria dei campi. Dal 19 al 26 aprile 2021 si è tenuto il workshop internazionale di fotografia e memoria, che ha offerto ai partecipanti uno spazio di incontro e discussione attraverso la fotografia. Una parte delle attività si sono svolte in presenza e una parte online; per i partecipanti non era necessario possedere competenze pregresse in ambito fotografico, ma solo il desiderio di conoscere, documentare e andare oltre alle apparenze di quanto poco rimane ora dei campi. Le foto scattate dai partecipanti sono state raccolte per la creazione di una mostra online. Il laboratorio si è svolto in diversi luoghi della memoria: Donja Gradina in Bosnia-Erzegovina, Jasenovac e Stara Gradiška in Croazia, Dachau in Germania, Gonars e Visco in Italia, Staro Sajmište e Jajinci in Serbia, Bučka e Maribor in Slovenia.

Pochi mesi dopo, dal 7 al 14 giugno 2021, ha avuto luogo il workshop internazionale di fumetto e memoria, con sessioni teoriche e pratiche guidate dall’artista Saša Rakezić, meglio conosciuto con lo pseudonimo di Aleksandar Zograf, celebre fumettista attivo già dagli anni Ottanta in Jugoslavia con diverse pubblicazioni. Anche questo laboratorio ha previsto una parte di attività online e una parte di presenza, e i partecipanti sono stati accompagnati ad esprimere le proprie impressioni sui temi proposti attraverso l’arte del fumetto. I luoghi in cui si è svolto il laboratorio sono Zagabria in Croazia, Dachau in Germania, la risiera di San Sabba in Italia, Banjica e Topovske Šupe in Serbia, la prigione Stari Pisker e il memoriale Teharje in Slovenia.

mostra campi fascisti
La mostra allestita all’Università di Udine

L’evento conclusivo del progetto è stato organizzato a Udine il 25 e 26 maggio 2022. Il primo giorno i partecipanti sono stati invitati a un breve tour della città durante il quale una guida esperta li ha accompagnati a conoscere i luoghi legati alla memoria della Seconda guerra mondiale. Il secondo giorno si è tenuta la conferenza finale del progetto, durante la quale sono stati condivisi i risultati delle attività e sono intervenuti con la loro preziosa testimonianza due sopravvissuti del campo di Gonars, Slavko Malnar e Marija Šimić, che hanno condiviso con i presenti la loro drammatica esperienza nei campi e la loro vita da ragazzi e adulti.

Le testimonianze dei sopravvissuti

Slavko Molnar è nato nel 1937 a Ravnice, presso Čabar a nord di Zagabria. Dopo che gli italiani diedero fuoco al suo villaggio natale il 26 luglio 1942, fu deportato, a soli cinque anni, insieme alla maggior parte dei suoi compaesani al campo italiano di Kampor, sull’isola di Rab. Nella primavera del 1943, insieme alla madre, fu trasferito al campo di Gonars. Gli orrori a cui è sopravvissuto e a cui ha assistito da bambino hanno segnato per sempre la sua vita. Da adulto ha svolto diversi lavori, e si è sempre impegnato in organizzazioni sociali, politiche e sportive. Insieme a Željko Malnar, è stato autore e redattore dello spettacolo “Under the old roofs” su Radio Čabar. Grande appassionato della sua terra, ha scritto diversi libri sulla lingua, il linguaggio e la storia della regione in cui è nato e vive, ottenendo premi e riconoscimenti.

Marija Hećimović in Šimić è nata a Prezid in Croazia nel 1942. La madre era una casalinga e contadina, e suo padre era un minatore di Like. Dopo l’ingresso dell’esercito italiano nel suo villaggio nel luglio 1942, dopo soli tre mesi dalla nascita, fu deportata con la madre nel campo di Kampor, e da lì al campo di Gonars. Dopo la capitolazione dell’Italia, raggiunse Zagabria con la madre (allora aveva due anni e mezzo e per le difficili condizioni del campo dove è vissuta fino a quel momento, non era ancora in grado di camminare), dove furono accolte dalla facoltosa famiglia di un’amica della madre. Dopo aver terminato la scuola, ha lavorato come insegnante. Oggi vive a Prezid. Aveva pochi mesi al momento del suo internamento, e i suoi ricordi sono frutto dei minuziosi racconti della madre.

Alcune testimonianze, raccolte in video, sono disponibili qui, qui o qui.

Al termine della conferenza, si è tenuta l’inaugurazione della mostra, che prevedeva un percorso cronologico attraverso la memoria dei campi fascisti. Per la creazione dei pannelli esplicativi sono state utilizzare alcune delle fotografie realizzate durante i workshop, mentre i fumetti sono stati raccolti e messi a disposizione dei visitatori. L’autrice della mostra è Nataša Mataušić, autrice e curatrice all’interno del Museo di storia croata a Zagabria; hanno collaborato all’allestimento il fotografo Saša Kralj e Alice Straniero, la coordinatrice del progetto. È stato riservato uno spazio alle interviste dei sopravvissuti, Slatko Malnar, Marija Šimić ed altri, con la possibilità di visionare i filmati e guardare le loro interviste.

mostra campi fascisti
La mostra allestita all’Università di Udine

È stato un onore ascoltare le voci di due sopravvissuti, e poterli conoscere di persona. Oggi sono anziani, ma i loro ricordi sono vivi e si percepisce con chiarezza il desiderio di far conoscere la propria esperienza e quella delle persone che l’hanno condivisa, per far sì che questa triste parte della storia italiana non venga dimenticata. É sorprendente come siano riusciti a narrare le proprie vicende con spontaneità e con un pizzico di ironia, a suscitare persino ilarità nel pubblico con aneddoti simpatici e divertenti. Hanno commosso tutti i presenti esprimendo un profondo amore per la vita, nonostante le sofferenze inimmaginabili che hanno vissuto.

Le finalità del progetto ruotano intorno al senso di responsabilità:

Oggi abbiamo il dovere di fare tutto ciò che è in nostro potere affinché le vittime dei campi fascisti italiani e le loro sofferenze rimangano perennemente impressi nella memoria, oggi e per le generazioni a venire.

Un obiettivo fondamentale, che invita a un confronto aperto e oggettivo verso un passato pesante, per lo più ignorato e non ancora riconosciuto dalle autorità italiane, e punta a fornire ai cittadini europei strumenti per poter essere più resilienti e critici nei confronti dell’autoritarismo e del populismo, e meno inclini al razzismo e alla radicalizzazione.

* Serena Prenassi, dopo aver lavorato diversi anni nel campo delle spedizioni marittime, studia mediazione culturale presso l’Università degli Studi di Udine. Si ringraziano la professoressa Natka Badurina (Università di Udine) per la revisione del testo e Alice Straniero di Documenta per la messa a disposizione dei materiali relativi al progetto.

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Serena Prenassi
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