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Chi ha ucciso il Carmen Bucarest?

di Damiano Benzoni*

Il 21 agosto 1947, a una settimana dall’inizio del campionato, il bollettino Sportul Popular annuncia a cinque colonne l’esclusione del Carmen Bucarest dalla Divizia A. Un evento che per chi non conosce a fondo il calcio della Romania potrebbe sembrare una semplice nota a margine nella storia sportiva del Paese, e che invece rappresenta uno dei momenti cruciali nel processo di nazionalizzazione dello sport in una Romania che sta trasformandosi, sotto l’influenza sovietica, in una Repubblica Popolare controllata dal Pcr, il Partito Comunista Romeno. Oltre a porre le basi per la nascita della squadra più titolata del Paese, la Steaua Bucarest che 39 anni più tardi vincerà – prima squadra del blocco orientale – la Coppa dei Campioni battendo il Barcellona ai rigori. Ma che squadra era il Carmen Bucarest e chi l’ha uccisa?

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Per capirlo è necessario comprendere anche cosa sia Sportul Popular, il bollettino dell’Organizzazione dello Sport Popolare (Osp), l’organo fondato nel 1944 per tradurre la missione del Pcr sul campo sportivo: eliminare dalla pratica sportiva ogni elemento reazionario e fascista ed educare gli atleti gli atleti “allo spirito di moralità proletaria e della lealtà al regime”, promuovendo la cosiddetta sindicalizarea, la “sindacalizzazione” delle società sportive, per legarle ai settori produttivi già nazionalizzati o ai ministeri dello Stato. Nel gergo del Partito e dell’Osp, la sindicalizarea segna il passaggio delle società sportive dalla proprietà privata alle mani delle masse lavoratrici. Già l’anno prima, nel 1946, l’Osp aveva congelato tutti i trasferimenti dei giocatori da un club all’altro, mentre nel 1948 avrebbe smantellato definitivamente il professionismo, impedendo agli atleti di ricevere compensi per la loro attività sportiva. Anche se questo si tradurrà nel cosiddetto “professionismo di stato”, con gli atleti pagati sottobanco e assunti attraverso impieghi “di facciata”.

Giornale che annuncia l'esclusione del Carmen Bucarest
La prima pagina dove si annuncia l’esclusione del Carmen (credit Fanatik.ro)

Il Carmen Bucarest, ovvero un “rimasuglio reazionario”

Parlando del Carmen Bucarest, per cui il direttivo del calcio romeno chiede la radiazione dai quadri della Federcalcio e dell’Osp, Sportul Popular definisce il club un “rimasuglio reazionario” e non risparmia il biasimo nei confronti della società appena scomparsa: “Questa misura non sorprende nessun vero amico dello sport, che non può che rimproverare che questa doveva essere presa prima. Consideriamo la misura adottata come una che porterà alla liquidazione di un club di nemici dello sport sotto la denominazione di una società sportiva”.

Mentre esce questo bollettino a Bucarest Raul Vizante, un factotum del Carmen Bucarest, raduna la squadra presso la sede della società. I giocatori, reduci da una spettacolare vittoria 6-0 contro il Ciocanul Bucarest allo stadio Giulești, ancora non sanno niente e ricevono la notizia che sono liberi dal contratto. L’annuncio li disorienta, chiedono a Vizante: “Bene, ma noi ora cosa facciamo?”. E il dirigente gli dice di andare dove preferiscono. Qualcuno si ritira, qualcuno torna al paese natale, altri trovano ingaggi presso altre importanti squadre della capitale.

La squadra del “re delle scarpe”

Capire chi abbia interrotto in maniera così improvvisa la storia del Carmen Bucarest è un’impresa difficile, ma il movente è chiaro se si legge la breve storia della squadra. Una squadra che il nuovo regime comunista non poteva tollerare. La storia del Carmen è infatti legata a doppio filo con quella della famiglia Mociorniță e in particolare di Dumitru Mociorniță – importante imprenditore calzaturiero – e del figlio Ionel. Il Carmen nasce nel 1937 con il nome Mociorniță-Colțea come squadra dello stabilimento di pelletteria fondato ai margini della città di Bucarest da Dumitru Mociorniță nel 1923 e diventato in quel momento la principale azienda calzaturiera del paese. In quel momento Mociorniță è conosciuto come “il re delle scarpe” e dà lavoro a circa 1.500 persone. Nel 1940 la squadra cambia nome in Carmen e viene affidata al figlio ventitreenne Ionel, un avvocato con una fervente passione per il calcio. Secondo Angelo Niculescu, CT della nazionale romena negli anni Sessanta e Settanta passato dai ranghi del Carmen come giocatore: “Era un uomo di ottime maniere, che aveva terminato la Facoltà di Diritto. Ha anche giocato per questa formazione e si occupava della preparazione tecnica prima dell’arrivo del tecnico Steinbach. Il padre era un tipo molto discreto, passava raramente dalla squadra. Sarà entrato in spogliatoio appena un paio di volte, e solo per incoraggiarci in momenti molto difficili. Per il resto, il patron si occupava degli affari, e noi del calcio”.

Il problema però è che la squadra fa capo a un’impresa privata, per giunta diretta da colui che nel periodo pre-bellico era stato un parlamentare del Partito Nazional-Liberale. E nonostante Ionel nel 1945 sia riuscito a rendere formalmente la propria squadra un club sindacale, rinominandola Asfm-Carmen (Asociația Sportivă a Funcționarilor Mociorniță-Carmen) pur di preservarne l’affiliazione alla Federcalcio, la presenza di una squadra finanziata da un privato resta un’anomalia che il nuovo “sport popolare” non può tollerare, anche se la nazionalizzazione delle industrie non si realizzerà ancora per tre anni. D’altronde, come racconta Niculescu: “Tra i 1945 e il 1947 avevamo contratti da professionisti, anche se si era già instaurato il comunismo. Eravamo inquadrati, come camuffamento, nella fabbrica di Mociorniță, ma ricevevamo salari completamente a parte. Prendevamo soldi in funzione dell’attività sportiva e in più ci venivano accordati dei premi partita”. Le organizzazioni sindacali vedono il comportamento dei Mociorniță come una sfida, e il club fa un passo falso inimicandosi uno dei nomi più influenti nelle alte sfere del partito, quello del ministro degli Esteri Ana Pauker.

Una vecchia formazione del Carmen (credit Wikimedia)

Carmen Bucarest contro Dinamo Tbilisi

Nata da una famiglia ebraica, Ana Pauker fu uno dei fondatori del Partito Comunista Romeno. Nel periodo interbellico visse tra esilio e arresti. Quando il marito cadde vittima delle purghe staliniane del 1938, girò voce che fosse stata lei stessa a denunciarlo in quanto traditore trotskista. Quando il comunismo prese il potere in Romania, lei divenne una delle prime donne al mondo a occupare una posizione governativa così importante, tanto che nel 1948 Time le dedicò una copertina definendola “la donna più potente al mondo”. E il suo pugno di ferro e la sua ideologia intransigente le fecero guadagnare il soprannome di “Stalin con la gonna”.

Secondo la figlia di Ionel Mociorniță fu Ana Pauker a richiedere che nel dicembre del 1945 il Carmen accettasse di perdere la partita programmata contro i sovietici della Dinamo Tbilisi. Una delle squadre più forti del campionato sovietico, capace di far sudare il triumvirato moscovita rappresentato da Spartak, Dinamo e Cdka (l’attuale Cska) grazie a un talento come Boris Paichadze e alla protezione di Lavrentij Berija, il temibile capo dell’Nkvd e patron dell’intera società sportiva Dinamo in Unione Sovietica. Insomma, una squadra di fronte a cui non ci si potevano permettere incidenti diplomatici. Di fronte alla richiesta di scansarsi di fronte alla squadra georgiana, Mociorniță si rifiutò di giocare la partita. Mettendo, almeno secondo la versione della figlia di Mociorniță, il primo chiodo sulla tomba del Carmen Bucarest. La partita verrà annullata e la tournée della Dinamo Tbilisi vedrà i georgiani affrontare – e battere – il Cfr Bucarest (2-1), la Juventus Bucarest (10-5) e una rappresentativa di Timișoara (5-0). 

Un’azione di gioco (credit historia.ro)

A gennaio il Carmen Bucarest viene messo sotto inchiesta e sospeso fino a che verrà emesso un verdetto. La decisione arriverà il 16 aprile, con l’inibizione per la squadra di disputare incontri con squadre straniere. Il Carmen se la cava con poco, almeno per questa volta, e riuscirà a iscriversi alla Divizia A per la prima stagione del campionato nel dopoguerra (1946/47). Ionel Mociorniță per l’occasione ha ingaggiato un nuovo allenatore, Petre Steinbach. Da giocatore Steinbach aveva vinto il campionato con il Colțea Brașov nel 1928, oltre a vestire in diverse occasioni la maglia della nazionale. E in due occasioni, nel 1933 e nel 1937, era stato mandato a trascorrere un mese in Inghilterra e studiare i metodi di allenamento dell’Arsenal di Herbert Chapman e George Allison. Subito dopo la guerra, invece, dovette subire la deportazione in Unione Sovietica, con la sola ragione di essere uno svevo del Banato, una minoranza etnica di origine tedesca sospettata dal regime comunista di collaborazionismo con le truppe naziste e sottoposta dai sovietici a lavoro forzato con lo scopo di ripagare il debito di guerra della Germania. 

Una volta tornato dalla deportazione, Steinbach guiderà il Carmen a un campionato storico. La squadra segnerà 90 gol in 26 partite disputate e inscenerà una lotta per il titolo con l’ITA Arad (ora UTA Arad). Non basterà però al Carmen battere l’ITA 5-2 in casa e registrare vittorie enfatiche come il 13-0 ai danni del Prahova: sarà la squadra di Arad a primeggiare con 11 punti di distacco in classifica, mentre la squadra di Mociorniță dovrà accontentarsi del secondo posto. Sarà l’ultimo atto della sua brevissima esistenza, visto che qualche mese dopo arriverà la decisione della Federcalcio che segnerà la fine della squadra. Steinbach finirà sulla panchina dell’ITA Arad, qualche giocatore si ritirerà, qualcuno si unirà alle altre squadre della capitale, i pochi giocatori che rimarranno proseguiranno nel campionato locale sotto il nome di Pielari.

La fine di Mociorniță

Il destino dei Mociorniță è segnato. Sia Dumitru sia Ionel si rifiutano di lasciare il Paese e, poche settimane prima della nazionalizzazione del 1948, vengono entrambi arrestati. Il padre morirà in carcere cinque anni più tardi. Ionel, arrestato il 10 maggio 1948, avrebbe invece visitato tutti i principali centri di detenzione del regime, assistendo a momenti scioccanti, come raccontò Sanda Vulcănescu, figlia del filosofo Mircea Vulcănescu: “Papà è morto ad Aiud dopo che a Jilava fu percosso e tenuto in cella di isolamento 26 ore nudo, insieme ad altri sei detenuti. Non avevano più le forze per stare in piedi fermi, essendo il luogo stretto, si sono stesi a terra. Papà ha proposto a uno di loro, molto giovane e debole, di dormire vicino al proprio corpo in modo da tenergli caldo e da salvarlo. Era inverno, il cemento era umido, ghiacciato. Come risultato papà, che già aveva la pleura perforata dalle percosse, ha preso la tubercolosi ed è morto, riportato ad Aiud, dopo qualche mese, nel 1952. Queste cose me le ha raccontate Ionel Mociorniță, che è stato in prigione sette anni”. Liberato nel 1955, nel 1977 otterrà il permesso di lasciare il paese e stabilirsi in Canada, grazie all’insistenza del governo canadese. A sua figlia, però, spiegherà: “La mia vita è terminata quando le porte del carcere di Jilava si sono chiuse alle mie spalle”.

Nella stagione 1947/48 il Carmen Bucarest non esiste più: il suo posto viene preso dall’ASA Bucarest, la nuova squadra dell’esercito. Una squadra destinata a diventare una delle potenze del calcio romeno con il nome di Steaua Bucarest. Il destino però giocherà un tiro mancino alla squadra dell’Armata 70 anni più tardi, in un palcoscenico insolito come i play-off per la promozione di quarta divisione. Perché la rinata Steaua controllata dall’esercito dovrà affrontare proprio il Carmen Bucarest, o meglio una sua nuova incarnazione fondata nel 2017. E contro questo fantasma del suo passato la Steaua perderà, dovendo rinunciare così alla promozione.


*Giornalista sportivo con lo sguardo rivolto a est e al calcio lontano dai riflettori, video editor e presentatore per la app OneFootball. Ha ideato il podcast Lokomotiv e il documentario Petrolul Nu Moare e ha vissuto tra Como, Roma, Bucarest e Berlino. Tra le collaborazioni passate: Avvenire, Il Giorno, Radio 24, The Blizzard, When Saturday Comes, East Journal, Kosovo 2.0.

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