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Capire la rotta balcanica. Rotte fluide

Di Lorenzo Tondo (The Guardian)

Estratto dal terzo capitolo del volume “Capire la rotta balcanica” di Marco Siragusa, Luigi Tano (autore anche della foto che accompagna questo estratto) e Lorenzo Tondo, curato da Martina Napolitano con prefazione di Roberto Saviano, edito da Bottega Errante nel maggio 2022. 

Tra il 2019 e il 2020, l’alto rischio di mortalità nelle rotte via mare, la lentezza nelle procedure di accoglimento delle richieste d’asilo, il sovraffollamento nei centri di accoglienza hanno contribuito a trasformare la rotta balcanica in un gigantesco crocevia di richiedenti asilo provenienti dalle più disparate aree del globo. Molti dei migranti che vivono oggi in Serbia e in Bosnia arrivano ad esempio dai campi della Grecia. Nel 2019, dopo che i conservatori del partito Nuova Democrazia sono tornati al potere ad Atene, il nuovo governo ha introdotto più controlli e vincoli per i richiedenti asilo, adottando una linea decisamente più dura sull’immigrazione. Durante l’estate 2019, Atene ha ritirato la carta per l’assistenza sanitaria ai cittadini non europei, impedendo così di fatto ai migranti di accedere al sistema sanitario greco. Subito dopo, il Parlamento ha approvato una nuova controversa legge che ha modificato l’effetto sospensivo dei reclami e ricorsi al rigetto delle istanze di asilo. L’obiettivo era quello di velocizzare le domande. Il risultato è stato un inevitabile aumento di migranti considerati “irregolari”, che non hanno avuto altra scelta che quella di uscire dall’Unione Europea e provare a rientrarvi dalla rotta balcanica, verso paesi con regole sull’accoglienza più flessibili.

Tra le famiglie afghane di Bosanska Bojna, c’era quella di Zohra, avvocato di trentatré anni di Kabul, fuggita dall’Afghanistan insieme al marito e ai suoi quattro figli. Ne aveva un quinto, morto in un attentato bomba nel 2016, durante il Ramadan. Aveva solo sette anni. La sua gemella, Nourin, rimase paralizzata su un lato del corpo, mentre Zohra porta ancora oggi i segni delle ustioni che le hanno deturpato buona parte dell’addome. Nel 2018 avevano finalmente raggiunto la Grecia. Vivevano nel sovraffollato campo di Moria. Zohra aveva anche trovato lavoro come mediatrice culturale per Medici senza Frontiere. Tuttavia, dopo quasi due anni, la loro richiesta d’asilo è stata rigettata. Zohra e la sua famiglia non avevano altra scelta: dovevano riprovarci. Così, dopo ventiquattro mesi trascorsi nell’inferno di Moria, si sono rimessi in cammino sulla rotta balcanica, lasciandosi alle spalle un pezzo di Unione Europea che si era rifiutata di accoglierli.

Sono esattamente storie come queste che, insieme alla violenza perpetrata dai poliziotti europei di frontiera contro i migranti e alle migliaia di morti in mare, scatenano nuove crisi e nuove rotte verso l’Europa. Già prima del picco della crisi dei migranti del 2015, il fenomeno migratorio rappresentava uno dei temi principali con cui i partiti di governo europei guadagnavano o perdevano consensi. I populisti e l’estrema destra ne hanno fatto un punto di forza dei loro programmi politici, cavalcando le ansie e le paure dell’opinione pubblica nei confronti del “diverso”. L’Unione Europea, ben lontana dall’idea dei suoi padri fondatori, è stata e rimane la somma di interessi nazionali e visioni politiche diverse, spesso contrapposti a quelle dei vicini. Non c’è nulla al mondo che spaventi di più i popoli che abitano gli stati membri di una fantomatica invasione di cittadini stranieri. In termini di consensi, le politiche anti-immigrazione pagano molto più delle manovre finanziarie volte a creare più posti di lavoro. Questo le destre lo sanno bene, ma lo sanno bene anche i paesi confinanti con l’Unione Europea, che nel corso degli anni hanno utilizzato i richiedenti asilo come arma di ricatto nei confronti di Bruxelles. Forte dei milioni di rifugiati presenti in Turchia, inevitabile crocevia tra il Medio Oriente e l’Europa, il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan, ha trasformato le crisi umanitarie afghane e siriane in una straordinaria risorsa economica e politica, o meglio in uno strumento di ritorsione con il quale ottenere fondi da parte dell’Unione Europea. Il ricatto è semplice: «Se non volete i migranti, pagatemi».

Dal 2016, il costo del “pizzo” pagato dall’Unione Europea alla Turchia si aggira intorno ai 6 miliardi e 700 milioni di euro. Così, sulle orme di Erdoğan, nell’estate del 2021, la Bielorussia di Aleksandr Lukašenko, infastidito dalle sanzioni imposte da Bruxelles contro il suo regime, iniziò a spianare la strada a migliaia di richiedenti asilo in primo luogo siriani e curdo-iracheni. Una volta atterrati a Minsk con voli diretti da Damasco, Erbil e Istanbul, i migranti venivano poi trasferiti in hotel e da lì si riversavano al confine con la Polonia, dove i soldati dell’esercito bielorusso, armati di cesoie, spezzavano il filo spinato al confine con i polacchi e aprivano loro la strada verso l’Unione Europea.

Secondo i dati raccolti dalla ONG Grupa Granica, oltre diecimila persone hanno raggiunto la Germania dalla Bielorussia passando dalla Polonia. Non sono mancati i morti, con oltre 19 persone decedute, soprattutto a causa del freddo, nelle foreste tra la Polonia e la Bielorussia. Non sono mancate nemmeno le violenze, con i poliziotti polacchi che hanno respinto migliaia di persone con l’uso della forza. In un magazzino doganale nel villaggio bielorusso di Bruzgi, a inizio 2022 vivono circa mille richiedenti asilo, bloccati dalle temperature glaciali che sfiorano durante l’inverno i quindici gradi sottozero. Non possono tornare indietro nei loro paesi. Non possono nemmeno provare a raggiungere la Polonia a causa del freddo. Tra di loro ci sono molti anziani, che non vengono risparmiati dai violenti pushback dei polacchi, come sulla rotta balcanica.

La crisi al confine tra Polonia e Bielorussia alla fine del 2021 ha attratto, nel giro di pochi mesi, centinaia se non migliaia di reporter da tutto il mondo. Le foto e i video di decine di richiedenti asilo bloccati nelle foreste al confine tra i due paesi hanno fatto il giro del globo e occupato le prime pagine dei giornali per intere settimane, oscurando di fatto l’attenzione mediatica sui flussi migratori della rotta balcanica. Eppure, in termini numerici, i richiedenti asilo al confine polacco non sono che appena un quarto rispetto alla popolazione migrante che abita l’area tra Serbia e Bosnia. Il numero di migranti che oggi risiedono all’interno del magazzino doganale di Bruzgi, convertito in dormitorio per richiedenti asilo, è lo stesso che può arrivare a sbarcare in un solo giorno nella piccola isola di Lampedusa dalla Libia. Due equazioni semplici che ci aiutano a riflettere su una verità che a oggi appare indiscutibile: se l’Unione Europea avesse realmente a cuore il futuro di queste persone, avrebbe potuto risolvere la crisi bielorussa nel giro di pochi giorni. Ma nella guerra fredda ingaggiata tra Bruxelles e il regime di Lukašenko non c’era spazio per atti di solidarietà che, in un clima di tensione, con oltre ventimila tra soldati e poliziotti schierati alla frontiera, rischiavano, forse, di essere interpretati come un segno di debolezza da parte dell’UE, determinata a non concedere nulla al dittatore bielorusso. Un rischio che Bruxelles non poteva permettersi di correre davanti alla sua opinione pubblica, spaventata dall’ennesima invasione immaginaria. A pensarci bene, non è un atteggiamento poi così distante dalla politica di non-tolleranza messa in campo dalla Croazia nei confronti dei migranti al confine con la Bosnia. Perché, alla fine, quello che conta davvero è il consenso. Lo stesso consenso che dal 2015 alimenta la politica dei muri, dei fili spinati, delle barriere, dei respingimenti, delle violenze e degli abusi, dietro cui l’Europa si è trincerata, in una guerra contro gli ultimi, quelli che l’antropologo, psichiatra e scrittore Frantz Fanon, definiva i “dannati della terra”.

Così, barricata dentro una fortezza, l’Europa si difende da quel poco che resta di se stessa.

Foto: Luigi Tano

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Redazione
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