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Murales fuori dallo stadio del Borac a Banja Luka (Meridiano 13/Gianni Galleri)
In Bosnia ed Erzegovina, gli effetti degli accordi di Dayton si riflettono anche sul campionato di calcio. Sembra un’esagerazione, ma non lo è: basti dire che, mentre la massima divisione è unica (come richiede la Uefa), il secondo gradino della piramide sportiva già è diviso in due e naturalmente lo è su base etnica. Ma andiamo con ordine.
Brevissima storia del calcio in Bosnia
I primi palloni vengono presi a calci a Sarajevo e Mostar. Siamo all’inizio del secolo scorso e ben presto la “malattia inglese” si sposta anche in altri importanti centri della Bosnia: Banja Luka, Tuzla, Zenica e Bihać, pur mantenendo una portata locale. Allo scoppio della prima guerra mondiale i club nel paese sono poco meno di trenta. L’adesione al nuovo regno, dopo la fine del conflitto, segna il proliferare delle squadre e la formazione di un campionato unitario, che va avanti fino allo scoppio della seconda guerra mondiale.
Un murales nei pressi dello stadio dello Željezničar (Meridiano 13/Gianni Galleri)
Nel 1946 a Sarajevo viene fondata una squadra nuova, che dovrà competere con le grandi formazioni serbe e croate, inizialmente si chiama Torpedo, ma poi diventa Fk Sarajevo. Tuttavia resiste anche lo Željezničar che diventa una presenza fissa della nuova Prva Liga della Jugoslavia socialista. I due club saranno gli unici provenienti dalla Bosnia a vincere il campionato nazionale, rispettivamente per due e una volta. Le altre squadre a partecipare alla prima divisione saranno: Velež Mostar (38 volte e vincitore di due coppe nazionali), Sloboda Tuzla (25), Čelik Zenica (18), Borac Banja Luka (14 e una coppa nazionale), Iskra Bugojno (1).
Da segnalare che nel 1992, quando scoppiò la guerra e le squadre bosniache si ritirano dal campionato jugoslavo, il Borac continua a giocare, trasferendosi in Serbia per le partite casalinghe.
Dopo la dissoluzione
Nel 1992 la neonata federazione di Bosnia ed Erzegovina chiede l’affiliazione alla Uefa, ma in quell’anno non viene disputata nessuna partita. Solo a partire dal 1993 si inizia di nuovo a correre e i primi a darsi da fare sono i croati, che spezzano l’unità e fondano la Federazione di calcio dell’Herzeg-Bosna e il relativo campionato (1993/94), che raccoglie l’Erzegovina occidentale e qualche altra enclave croata. La componente musulmana di Bosnia ha il suo campionato un anno dopo (1994/95), mentre quella serba parte nel 1995/96.
Murales in centro città a Zenica, con i migliori giocatori del Čelik (Meridiano 13/Gianni Galleri)
Andando a vedere i primi campioni si incontrano sia vecchie conoscenze che squadre mai sentite: il Čelik Zenica vince i primi tre campionati bosgnacchi, seguita poi da Bosna Visoko, Sarajevo e Jedinstvo Bihać. Nella parte croata a dividersi il titolo saranno Široki Brijeg (5 volte) e Posušje (2 volte), oggi entrambe presenze fisse del massimo campionato unitario.
Le più grandi sorprese arrivano dall’area serba: Boksit Milići (2 volte), Rudar Ugljevik (2 volte), Radnik Bijeljina. Nella stagione 2000/01 musulmani e croati giocano insieme (vince 2 volte lo Željezničar), mentre i serbi continuano da soli (Borac Banja Luka e Leotar Trebinje i campioni). Il primo campionato unitario della Bosnia ed Erzegovina (2002/03) viene vinto dal Leotar. Il conteggio a oggi è di 11 vittorie croate, 7 musulmane e 5 serbe.
Gli effetti di Dayton sul calcio in Bosnia
Ci sono due livelli che mostrano gli effetti degli accordi di Dayton sul calcio bosniaco. Uno evidente e uno più indiretto, ma anch’esso molto potente. Partiamo dal secondo. Non ci stancheremo mai di dirlo, il calcio non è un compartimento stagno e quello che succede sul rettangolo di gioco e sui suoi spalti accade anche nella società. Così ogni squadra in maniera più o meno esplicita si è legata a una fazione etnica o a un partito politico che la rappresenta. Chi ha rifiutato questo gioco ne ha pagato le conseguenze: lo dimostrano vecchie e gloriose squadre impantanate nella seconda divisione, se non nelle serie inferiori (Sloboda Tuzla e Čelik Zenica, ad esempio).
Lo stadio dello Sloboda Tuzla (Meridiano 13/Gianni Galleri)
L’altro aspetto è ancora più paradossale. Non esiste in tutta Europa un campionato che sia organizzato su base etnica. Tranne la Bosnia ovviamente. Ci sono due gironi di seconda divisione, uno bosgnacco-croato e uno serbo. Il sistema è complicato, proviamo a spiegarlo. Se dalla prima divisione retrocedono una squadra serba e una croata (o musulmana), non succede niente di strano, vengono promosse le vincenti dei due gironi e ogni retrocedente prende parte al successivo campionato di seconda divisione della sua componente etnica.
Se per ipotesi però retrocedono due squadre di etnia serba dalla Premier, che succede? Non possono andare una di qua e una di là. Le prime classificate dei due gironi salgono in prima divisione, ma a quel punto nel girone croato-bosgnacco mancherà una squadra (visto che non ne è retrocessa nessuna), mentre in quello serbo ce ne sarà una in più (perché ci sarà una promossa in uscita e due retrocesse in arrivo). Quindi si andrà a cambiare il numero di squadre che salgono dalla terza divisione (o che retrocedono dalla seconda). Se ne farà salire una in più o in meno, a seconda di quante ne serviranno per pareggiare i conti e avere un numero di squadre pari.
Insomma un grande caos sul quale si possono implementare come meglio si crede tutta una serie di teorie (spesso con qualche fondamento) su trattamenti di favore, attenzioni speciali, regole ad hoc etc.
Murales del Velež Mostar (Meridiano 13/Gianni Galleri)
Autore dei libri “Questo è il mio posto” e “Curva Est” (Urbone Publishing), "Predrag difende Sarajevo" (Garrincha edizioni), "Balkan Football Club" e "Spomenik" (Bottega Errante Edizioni), e dei podcast “Lokomotiv” e “Conference Call”. Fra le sue collaborazioni passate e presenti R/Est, SportPeople, L’Ultimo Uomo, QuattroTreTre e Linea Mediana. Dal 2019 al 2021 ha coordinato la sezione sportiva di East Journal. Fa parte della redazione della rivista letteraria "Risme".