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Bendela: calciatore, soldato, eroe georgiano

Questa è una storia poco nota, che parte da un campo di calcio e finisce in un campo di battaglia. Non ha un lieto fine, perché riguarda una guerra e i fatti di guerra il lieto fine non ce l’hanno quasi mai. Il protagonista di questa vicenda si chiamava Zaza Bendeliani, detto Bendela, ed era un promettente calciatore georgiano. A raccontarci di lui è stato lo scrittore, drammaturgo e sceneggiatore Mikho Mossulishvili che a questa storia ha dedicato un libro: Bendela. Romanzo documentario dedicato all’eroe della guerra in Abcasia e grande calciatore, Zaza Bendeliani, uscito nel 2003 per Saari Publishing House e non ancora tradotto in italiano.

Siamo alla fine degli anni Sessanta, più precisamente nel febbraio del 1969, a Zugdidi, nella regione georgiana della Mingrelia, proprio al confine con l’Abcasia, all’epoca una repubblica autonoma in seno alla Repubblica Socialista Sovietica Georgiana. Zaza viene alla luce, figlio di un’insegnante di letteratura russa, Natela Churgulia, e di suo marito, Jumber Bendeliani, ingegnere civile. Qualche anno dopo arriverà anche una sorellina, Veriko, ma per il momento Zaza è l’unico figlio della coppia, che nel 1971 si trasferisce a Tbilisi. Soltanto cinque anni dopo però, papà Jumber riceve una chiamata lavorativa: il nuovo incarico è a Gagra, in Abcasia e per la famiglia è di nuovo il momento di fare le valigie. 

Bendela e il calcio

Sulle rive del Mar Nero, Zaza inizia a giocare a pallone. Tira i primi calci sui campi della squadra della scuola sportiva cittadina. Si mette quasi subito in mostra. A guidarlo ci sono due allenatori di spessore, come Tamaz Kuchukhidze e Giorgi Sichinava (campione dell’Unione sovietica nel 1962 con la Dinamo Tbilisi e 8 presenze in nazionale). Nel 1980 Bendela è un ottimo centrocampista offensivo e si mette in mostra al torneo dedicato a Konstantin Leselidze, colonnello generale ed eroe dell’Unione Sovietica. La sua squadra arriva prima ed è proprio lui a guidarla alla vittoria.

Soltanto un anno dopo però la famiglia Bendeliani fa ritorno a Tbilisi. Mentre la Dinamo guidata da Davit Kipiani, Aleksandr Chivadze e Vitali Daraselia vince la Coppa delle Coppe, Zaza gioca nella scuola calcio dedicata a Mikheil Meskhi, leggenda del calcio georgiano. È proprio il “Garrincha georgiano” a consacrare Bendela, raccontando che per movenze e carisma gli ricorda Shota Iamanidze, famoso calciatore degli anni Sessanta e compagno di squadra di Meskhi.

Il passaggio alle giovanili della Dinamo Tbilisi è solo questione di tempo e, infatti, arriva puntualmente. Cambia il contesto. Adesso Bendela gioca nella squadra più famosa della Repubblica, quella capace di infiammare tutti i georgiani. L’allenatore del tempo Vili Gogichadze trova per lui un nuovo ruolo in campo, che inizialmente scoraggia profondamente il calciatore. Zaza diventa un terzino destro, perché, a detta del tecnico, ha le doti di spinta necessarie per supportare la squadra, ma ha anche la grinta per recuperare i palloni e la visione di gioco per far ripartire l’azione. Infine, cosa non da poco, ha l’intelligenza per accettare la decisione del mister.

Zaza Bendeliani Bendela
Zaza Bendeliani

Mentre si diploma alla scuola numero 61 di Tbilisi, Bendela tocca il suo apice sportivo. Viene convocato nella rappresentativa under 18 georgiana e quindi diventa un candidato per quella dell’Unione Sovietica. La squadra caucasica vince per quattro volte la competizione fra le repubbliche e trionfa nelle coppe di categoria. Givi Nodia, allenatore della Torpedo Kutaisi e primo giocatore della storia di un mondiale a rimediare un cartellino giallo (Messico 1970) lo vuole nella sua squadra che sta disputando il campionato di prima divisione sovietica. Sembra che tutto stia andando per il meglio.

La vita di Bendela va in frantumi

Alla soglia dei vent’anni Bendeliani sembra destinato a un futuro di primo piano nel calcio che conta, ma in pochissimo tempo la sua vita subisce due colpi tremendi. Uno personale, uno nazionale. L’adorata madre Natela si ammala di cancro e il figlio trascorre intere giornate al capezzale del suo letto in ospedale. La donna se ne va nel 1990 e per il ragazzo è un colpo davvero duro. Attraversa un momento difficilissimo, privo di stimoli, tanto da pensare di abbandonare anche il calcio. È solo grazie all’intervento del suo allenatore che Zaza torna sui propri passi e prova a continuare con l’avventura sportiva.

Il destino però ha in serbo un’altra dura prova per la vita di Bendela. Il 14 agosto 1992 scoppia la guerra in Abcasia e il 27 Zaza è arruolato come soldato semplice. La comunità calcistica nazionale si mobilita per ottenere il suo ritorno a casa: per quanto la causa sia nobile non è possibile sacrificare un figlio della Georgia così prezioso. Le richieste hanno effetto e Zaza torna a Tbilisi.

Ma succede qualcosa di terribile che segna per sempre la vita del calciatore. La battaglia per la conquista di Gagra, città dove Zaza ha vissuto, vede contrapposte da una parte le forze regolari georgiane e dall’altra l’esercito separatista abcaso. A supporto del secondo ci sono anche l’esercito della Confederazione dei popoli delle montagne del Caucaso e – in maniera non ufficiale – la Russia, che fornisce armamenti e supporto logistico. Quando la città cade nella mano degli insorti, le truppe vincitrici si lasciano andare a vendette e uccisioni. Un gruppo di un centinaio di georgiani viene rinchiuso nello stadio e decapitato. Secondo alcune fonti, i soldati usano le teste dei morti per giocare a calcio.

Fra quei cento georgiani assassinati ci sono anche quattro compagni di classe di Bendela. La notizia ha su di lui un effetto devastante. La conoscenza delle vittime e l’utilizzo del calcio per vilipendere i cadaveri sono un detonatore per Zaza, che ritorna subito in prima linea. Guida il quarto battaglione delle forze speciali “Tetri Georgi” che fa parte della prima brigata della Guardia nazionale georgiana.

Il 2 dicembre 1992, durante i combattimenti per prendere il villaggio di Tamish, il battaglione “Tetri Georgi” sta per contrattaccare le forze nemiche. Composto da circa 80 uomini, il gruppo si ferma davanti a un campo, perché c’è il rischio che sia minato. Non c’è tempo però per fermarsi. Bendela lo sa bene e, nonostante le richieste di non farlo, corre sul terreno, sacrificandosi per i commilitoni. È così che il calciatore perde la vita, dando però ai compagni la possibilità di cambiare strada e salvarsi.

Le ragioni dietro al gesto

Cosa spinge un giovane a rinunciare alla propria vita per il gesto eroico di salvare i propri compagni? Per provare a rispondere a questa domanda abbiamo dato ancora la parola a Mikho Mossulishvili, e alla digressione poetica contenuta nel suo libro Bendela:

Zaza Bendeliani sentì che l’eroismo è quell’istante, quell’unico lampo in cui capisci che andando avanti puoi salvare tanti dei tuoi compagni. Zaza Bendeliani sentì gli ordini del suo comandante svanire di fronte a un atto eroico, perché in casi come questo gli ordini perdono forza, scompaiono letteralmente e rimani solo, solo di fronte a te stesso. 

E in quel momento apparve di fronte ai suoi occhi lo stesso cipresso, solitario sotto la neve, innanzi al quale lui era solito passare il tempo durante i suoi anni a Gagra.

Gli apparve la mamma, che lo rimproverava di aver sostituito il pallone da calcio con il kalašnikov: “Perché non ti fermi, invece di continuare ancora a combattere contro questo branco di lupi?” Il padre che gli chiedeva di tornare a casa. L’amata sorella che lo pregava piangendo: “Perché te ne sei andato?”. Gli apparvero gli amici disperati e i compagni di squadra, gli allenatori e il paese tutto…

Immaginò l’eroe della seconda guerra mondiale Chichiko Bendeliani, al quale Bendela veniva spesso paragonato dal suo allenatore Boris Sichinava. Gli apparve il suo antenato Temraz Bendeliani, che attraversò a nuoto il fiume Enguri, durante un’inondazione primaverile che solo in pochi seppero affrontare.

Gli apparve il famoso fuorilgge Arsen Kobalia – una sorta di Robin Hood -, che sembrava pentito per i suoi peccati ed era contento del fatto che il suo parente Zaza accendesse spesso candele nella chiesa di San Giorgio al villaggio di Ilori. Per questo sperava che Bendela sarebbe sopravvissuto.

Ma molto più chiaramente, Bendela immaginò lo stadio di Gagra, dove i barbari giocavano a calcio con le teste mozzate dei suoi amici, gridando ed esultando… in quello stesso stadio in cui lui aveva imparato a giocare per far gioire le persone sugli spalti.

Zaza Bendeliani sentì ancora più forte che l’eroismo è quell’istante, quell’unico lampo in cui capisci che andando avanti puoi salvare tanti dei tuoi compagni. Gridò: “Vado!” senza attendere l’ordine del suo comandante, e corse verso l’eternità…

La memoria di Bendela

Dopo la sua morte, Zaza Bendeliani ha ricevuto dal presidente della Repubblica l’Ordine di Vakhtang Gorgasali, un importante riconoscimento militare georgiano. La scuola numero 61 dove si era diplomato è stata dedicata alla sua memoria e oggi porta il suo nome, così come la strada della capitale dove aveva vissuto. Vicino all’università di medicina di Tbilisi c’è uno stadio intitolato a “Bendela” e dal 1993 si disputa un torneo di calcio giovanile . Il compositore Vazha Azarashvili ha composto l’inno della manifestazione, con i versi dello scrittore Mikho Mossulishvili.

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Gianni Galleri
Gianni Galleri

Autore dei libri “Questo è il mio posto” e “Curva Est” (di cui anima l’omonima pagina Facebook), editi da Urbone Publishing, e dei podcast “Lokomotiv” e “Conference Call”. Fra le sue collaborazioni passate e presenti SportPeople, L’Ultimo Uomo, QuattroTreTre e Linea Mediana. Da settembre 2019 a dicembre 2021 ha coordinato la redazione sportiva di East Journal.