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Dentro e fuori la Belarus’: voci da una dissidenza che non si arrende

Rivolgendo il nostro sguardo a est, le prime parole che sentiamo e pronunciamo sono quasi esclusivamente legate all’attuale guerra in Ucraina e a tutto ciò che ci gira intorno (Russia, Putin e Nato in primis). Si finisce così per dimenticare altre realtà dell’est, tutt’altro che apatiche, protagoniste di movimenti dal basso che passano in secondo o terzo piano nel momento in cui l’attenzione internazionale si sposta altrove: è il caso esemplificativo della Repubblica di Belarus’.

Come scrivevamo nelle scorse settimane su Valigia Blu, nonostante la brutale repressione del dissenso da parte del presidente bielorusso Aljaksandr Lukašenka, il movimento di opposizione pacifico emerso a seguito delle elezioni presidenziali “farsa” dell’agosto 2020 non si è ancora fermato. Al contrario, è diventato una minaccia sempre maggiore per il duro regime, soprattutto a seguito dell’invasione russa dell’Ucraina dello scorso 24 febbraio, e continua imperterrito la sua strada anche senza il sostegno aperto dell’Occidente e la dovuta copertura mediatica internazionale.

Per capirne di più su che aria tira a Minsk e tra la diaspora bielorussa in questi ultimi tempi, Claudia Bettiol ha intervistato Andrei Vazyanau, cittadino bielorusso trentaquattrenne, antropologo e lecturer alla European Humanities University, che si è ritrovato a scappare non da uno, ma da ben due paesi: la nativa Belarus’ e l’Ucraina.

Andrei, tu sei cittadino bielorusso ma hai origini ucraine: dove ti trovavi al momento delle proteste bielorusse antigovernative nell’agosto del 2020 e, successivamente, nel febbraio 2022, al momento dello scoppio della guerra totale in Ucraina?

Nel 2020 ero a Minsk, ho raccolto firme per il candidato alle elezioni presidenziali Viktar Babaryka (c’erano 10.100 persone nel gruppo), ho partecipato alle marce di protesta e ho scritto post su Facebook e su Instagram criticando apertamente il regime di Aljaksandr Lukašenka. Decine di miei amici, studenti e colleghi sono stati arrestati per aver fatto lo stesso, così alla fine del 2020 ho lasciato il paese e mi sono stabilito a Kyiv, in Ucraina: ho origine ucraine, perciò ho potuto chiedere senza problemi il permesso di soggiorno. Nel febbraio 2022 ero in viaggio per lavoro in Europa quando la Russia ha attaccato l’Ucraina, ho quindi deciso di rimanere in Lituania, dove si trova il mio datore di lavoro.

Sono trascorsi più di due anni dalle proteste antigovernative dell’agosto 2020: cosa è cambiato da allora? Le proteste sono diminuite? Secondo i dati raccolti e aggiornati quotidianamente da Viasna – l’organizzazione non governativa per i diritti umani fondata dal Premio Nobel per la Pace 2022 Ales’ Bjaljacki – arresti, perquisizioni, deportazioni e violenze da parte delle forze dell’ordine continuano e le repressioni sono alquanto dure.

Nel 2021, secondo un rapporto di Freedom House [ong che si occupa di libertà politiche e diritti umani, ndr], la Belarus’ si piazzava in classifica ben al di sotto di paesi come Iran, Venezuela, Cuba e Cina (e ben lontana dalla Russia). Più di 50 mila bielorussi sono stati arrestati, mentre molti di più hanno perso il lavoro; più di 300 mila persone (molto probabilmente mezzo milione) hanno lasciato il paese, che conta nove milioni di abitanti. Nel 2020-2021, solo l’Ucraina ha registrato una percentuale più alta di sfollati tra i paesi europei. Inoltre, quasi tutte le ong (più di 700) sono state chiuse a partire dal 2020. Il ritmo delle repressioni non è rallentato: nel novembre 2022, secondo Viasna, si sono verificati undici arresti al giorno solo per “violazioni amministrative” da parte dei manifestanti (molti altri per i casi penali). Infine, chi parla la lingua bielorussa in Belarus’ viene ora perseguitato più apertamente di prima: si può essere arrestati per questo “crimine” direttamente per strada (un caso recente è quello di Ihar Chmara a Minsk, ma ce ne sono molti altri). E questi fatti e numeri vengono spesso dimenticati quando l’Europa decide di introdurre nuovi limiti per l’assunzione di bielorussi nei paesi UE o per il rilascio di visti e permessi di soggiorno Schengen.

A dirla tutta, dall’autunno 2020 il paese si sta disgregando in ogni ambito. Le categorie più vulnerabili sono quelle professionali che nel 2020 si sono apertamente schierate contro la violenza: giornalisti, docenti universitari, operatori sanitari, specialisti nel campo dell’informatica (IT). Tutto questo si traduce in un rapido esodo della popolazione, mentre la qualità della vita all’interno della Belarus’ peggiora sempre di più – cosa questa che di solito veniamo a sapere dai nostri genitori perché le persone della mia età e con una mentalità simile alla mia sono state costrette a lasciare il paese. In Belarus’ è ormai un problema trovare un buon insegnante e un’assistenza medica qualificata. Dall’estero è impossibile inviare una lettera a un prigioniero politico o fare una donazione alla famiglia, che di solito arranca per trovare un lavoro: se, infatti, un tuo parente è un prigioniero politico, è quasi impossibile che tu venga assunto dallo Stato. Se si invita un esperto dalla Belarus’ per una consulenza online o per la partecipazione a un webinar, non è nemmeno possibile pagargli un onorario tramite un bonifico bancario dalla Lituania, per esempio: un’operazione del genere può portare sia al blocco del conto presso la banca lituana, sia a ulteriori sospetti da parte dei servizi speciali bielorussi nei confronti del destinatario.

Ricollegandoci al premio Nobel – ritirato dalla moglie di Bjaljacki, Natallia Pinčuk, lo scorso 10 dicembre in occasione della cerimonia ufficiale – quanto riesce a informarsi il cittadino bielorusso medio in patria? Quanto è facile/difficile accedere alle informazioni? Per esempio, la gente conosce Bjaljacki o Viasna, è al corrente della vincita del premio Nobel?

Finora in Belarus’ non è stata bloccata nessuna piattaforma di messaggistica e nessun social media; il governo ha solo redatto una lista che viene costantemente aggiornata di “media estremisti” a cui sono stati aggiunti tutti i media indipendenti. Se ti scoprono a leggere queste fonti, si rischia di finire in carcere per quindici giorni. Molte persone utilizzano una VPN o semplicemente evitano gli abbonamenti e controllano le notizie manualmente, anche se questo è sicuramente molto meno comodo che avere un feed già organizzato. I nostri genitori tendono a disiscriversi dai media non statali e a cancellare persino Telegram o Messenger per sentirsi più sicuri.  

Un bielorusso medio della mia età o più giovane è abbastanza informato sull’attualità ed evita di guardare la TV. L’unica cosa è che seguire le notizie sulla Belarus’ e sui bielorussi significa leggere di ingiustizie e umiliazioni estreme, per questo so che alcuni miei amici che vivono in patria tendono a farlo con minore frequenza semplicemente per rimanere emotivamente stabili; ma vedo che comunque visualizzano le mie stories su Instagram, per esempio, dove pubblico regolarmente.

Le persone sono al corrente del premio Nobel assegnato a un attivista bielorusso imprigionato ma non credono (e per una buona ragione) che ciò possa in qualche modo influenzare la loro vita. Non è una cosa importante in Belarus’ in questo momento, per quanto ne so. Anche Viasna è un’organizzazione ampiamente conosciuta, ma più nel contesto pragmatico del “dove chiedere aiuto e informazioni se qualcuno dei miei cari è stato arrestato” piuttosto che per la reputazione internazionale di Viasna stessa.

Qual è stato e qual è attualmente il ruolo della comunità internazionale? Già dopo i primi mesi dalle proteste, infatti, l’attenzione dei media internazionali nei confronti degli eventi in Belarus’ è andata calando. Cosa ne pensano a riguardo i bielorussi? Si sentono isolati o abbandonati come gli ucraini negli ultimi otto anni di guerra in Donbas?

Nel 2020 c’erano molte speranze nei confronti della comunità internazionale perché i bielorussi credevano che la protesta non violenta contro un dittatore sostenuto dal Cremlino potesse avere successo grazie alla solidarietà dei paesi europei democratici. Ma i paesi membri dell’UE si sono comportati e si comportano in modo molto, molto diverso nei confronti della Belarus’. La Lituania, la Lettonia e la Polonia hanno sviluppato un iter di protezione per i bielorussi vittime delle repressioni, le persone se ne avvalgono quando riescono a lasciare la nazione e sono grate che esista. Questi governi hanno anche limitato abbastanza attivamente le relazioni economiche con Lukašenka. Molti altri, invece, pur dichiarando di sostenere pienamente le aspirazioni democratiche del popolo bielorusso, di fatto non introducono alcuno strumento legale per aiutare le vittime delle repressioni e nella sfera economica si limitano a fare “business as usual”.

Questo ha portato molti bielorussi a provare una certa delusione nei confronti dell’Europa occidentale nel 2021. E, dopo l’inizio dell’invasione russa su larga scala dell’Ucraina nel 2022, la situazione è peggiorata perché i politici europei hanno iniziato a trattare i cittadini bielorussi alla pari di quelli russi. È stato uno shock per molti bielorussi per i quali la vita normale era finita nell’agosto 2020, quando il governo riprese il potere con la forza in Belarus’: praticamente un regalo al Cremlino, che ha potuto incalzare ulteriormente la sua propaganda anti-occidentale nei media bielorussi. La società bielorussa si è schierata, in maggioranza, contro il coinvolgimento del paese nella guerra, ma in molti hanno perso simpatia per l’Europa. Sanzionare i bielorussi allo stesso modo dei russi non è solo discutibile dal punto di vista etico, ma anche da quello strategico (a dirla tutta, per me è ridicolo): sono già state messe sullo stesso piano la popolazione russa, il cui esercito commette crimini di guerra in tutta l’Ucraina, e la popolazione bielorussa, il cui esercito non ha (ancora) oltrepassato i propri confini. L’esercito russo è ora sul territorio di tre paesi, mentre quello bielorusso è in Belarus’, e se mai dovesse entrare in guerra, non c’è margine per altre sanzioni.

Quanto ha influito l’invasione russa dell’Ucraina dello scorso 24 febbraio sulla politica interna bielorussa e quanto influisce la propaganda russa del Cremlino sulle scelte politiche del presidente Lukašenka?

Mi è difficile rispondere a questa domanda: non sono un esperto di scienze politiche, ma condivido l’opinione popolare secondo cui Lukašenka da solo non inizierebbe mai una guerra, ma avendo Putin come unico amico, tutto dipende da quest’ultimo. Nel complesso, non sembra che il futuro della Belarus’ dipenda molto da Lukašenka. Perfino il Reggimento Kalinoŭski (formato da oltre duemila bielorussi che combattono a fianco dell’esercito ucraino) potrebbe avere più influenza sul prossimo evento di transizione. Ma questo è molto soggettivo.

Leggi anche: La situazione dei dissidenti e dei prigionieri politici, la mobilitazione “nascosta”, l’attesa per capire se Lukashenko entrerà in guerra al fianco di Putin
Molti cittadini bielorussi sin dall’inizio delle proteste e nel corso degli ultimi due anni hanno deciso di cercare rifugio all’estero: come vengono trattati e accolti?

Credo che la situazione vari da paese a paese. Ci sono ricerche approfondite che paragonano le esperienze dei rifugiati bielorussi nei tre principali paesi di destinazione: Georgia, Lituania e Polonia. Avendo amici bielorussi in Georgia e Polonia, posso confermare che le conclusioni di questi studi non contraddicono le mie intuizioni: mentre i bielorussi in questi tre paesi hanno mantenuto una visione del mondo uniforme, le loro esperienze all’interno dei paesi ospitanti sono state molto diverse. La società georgiana ha dimostrato di non conoscere le specificità bielorusse e di essere poco incline a distinguere i bielorussi dai russi, mentre si è mostrata solidale con gli ucraini. Le cose sono diverse in Polonia e Lituania, dove i rifugiati bielorussi e ucraini hanno più contatti personali tra loro e sono quindi più informati. A Varsavia e Vilnius, molti bielorussi sono coinvolti in misura diversa nell’aiuto all’Ucraina: solo la scorsa settimana ho contribuito a inviare in Ucraina delle power bank che i giornalisti bielorussi avevano acquistato per i loro colleghi ucraini; in un seminario della Croce Rossa per i bambini ucraini due dei tre volontari sono risultati essere bielorussi;  i miei amici bielorussi a Varsavia mi hanno aiutato a inviare agli operatori sanitari ucraini i bendaggi occlusivi per le ferite da pneumotorace esterno che ho comprato con le donazioni della comunità bielorussa a Vilnius. Nelle comunicazioni personali, gli ucraini esprimono gratitudine. I lituani, invece, sono generalmente consapevoli della situazione bielorussa e delle sue differenze rispetto al caso russo. A luglio e a settembre 2022 mi sono recato in Ucraina con un pacco umanitario per gli operatori sanitari e ho saputo che dei bielorussi facevano volontariato in molti luoghi dove i russi non sarebbero stati accettati. 

Nel complesso, si avverte uno strano contrasto tra comunicazioni interpersonali amichevoli e l’odio verso i bielorussi diffuso sui social media.

Quindi la mia risposta è: sì, sicuramente i bielorussi si sentono abbandonati e usati. Uno dei recenti scandali è legato a Ikea, scoperta a utilizzare la manodopera dei prigionieri politici bielorussi (in Belarus’ il lavoro in carcere è obbligatorio per tutti). I bielorussi erano soliti fare battute grottesche riguardo ai prodotti bielorussi di alta qualità non reperibili in patria perché vengono tutti esportati in Russia e nei paesi della CSI; ora lo stesso vale per un’azienda svedese che non ha mai avuto un negozio in Belarus’ e che è diventata riluttante nel fornire protezione a diverse persone, compresi i cittadini bielorussi.

La mia opinione personale è che la storia della Belarus’ e il modo in cui i bielorussi vengono trattati in questi anni si ripercuotono negativamente sull’UE stessa. Non è una novità che le dittature dimostrino solidarietà e unanimità l’una con l’altra: che la Russia intervenga nelle proteste democratiche di un paese che considera parte della sua sfera d’influenza; che le repressioni diventino più severe quando le proteste diminuiscono; che le persone abbiano paura di protestare quando i loro cari vengono torturati in prigione. I bielorussi hanno scoperto qualcosa di nuovo sull’UE quando la Repubblica Ceca ha aperto un programma di sostegno per gli studenti bielorussi repressi nel 2020, per poi precludere all’atto pratico ogni possibilità di recarvisi a studiare nel 2022, come se la società bielorussa avesse improvvisamente compiuto una svolta di centottanta gradi la notte prima del 24 febbraio. La memoria istituzionale dell’UE è estremamente corta: i paesi dell’UE possono prendere posizioni diametralmente opposte nei confronti dello stesso regime, possono imporre restrizioni in maniera non ponderata a un’intera popolazione per le azioni di un dittatore illegittimo che l’UE stessa non ha riconosciuto nel 2020. Ecco, credo che in sostanza sia nell’interesse dell’UE sviluppare le proprie competenze nell’Europa orientale e in particolare nei paesi del Partenariato orientale. Inoltre, sarebbe meglio per il futuro dell’Europa se le politiche nei confronti dei paesi vicini fossero meno contraddittorie e prive di logica. 

La candidata all’opposizione e leader delle proteste Svjatlana Cichanoŭskaja ha formato un nuovo governo di opposizione in esilio: cosa ne pensano i bielorussi in patria e la diaspora?

Nella diaspora bielorussa Cichanoŭskaja è spesso percepita come una legittima rappresentante dei bielorussi; anche coloro che la criticano come personaggio politico si avvalgono dei benefici derivanti dal suo lavoro e da quello del suo team – in primo luogo, in termini di politica dei visti. Menziona ripetutamente le repressioni di massa in Belarus’, il che rende meno facile fare pressioni per un’ulteriore restrizione dei diritti dei cittadini bielorussi nell’UE. Ha indubbiamente contribuito per far sì che la politica dei visti UE per i bielorussi sia leggermente meno restrittiva di quella per i russi (anche se di fatto è molto più difficile e rischioso per un bielorusso medio ottenere un visto Schengen all’interno della Belarus’ che per un russo medio all’interno della Russia). Ci sono altri successi minori, ad esempio nella sfera dell’educazione e della cultura, ma sono per lo più percepiti come significativi da coloro che sono fuggiti dalla Belarus’ dal 2020.

Molti probabilmente risponderebbero “è meglio di niente” riguardo all’attività politica di Cichanoŭskaja. Ma la vita all’interno della Belarus’ è molto meno influenzata dai politici in esilio. Alcuni di coloro che sono rimasti in patria vedono che la loro vita è peggiorata significativamente dal 2020 e danno la colpa a lei. 

Andrei, tu suoni in una band, Novy Byt, con cui hai composto di recente una canzone dal titolo Uciekačy che significa “rifugiati” in lingua bielorussa. Si tratta di un brano di solidarietà nei confronti dei rifugiati ucraini e bielorussi e mediante il quale avete avviato una campagna di raccolta fondi per sostenere gli ucraini in fuga dalla guerra e i loro animali domestici che soffrono per l’invasione russa. Purtroppo, molti artisti e molte band sono state messe a tacere dal regime: com’è la situazione in questo momento e cosa si rischia oltre alla “semplice” censura?

La situazione della scena musicale bielorussa è davvero sconfortante. Molti musicisti hanno subito anni di carcere dopo aver sostenuto le proteste del 2020. Anche senza cercare su Google, posso ricordare i collettivi IrdoRath e Tor Band (i membri di Tor Band sono stati condannati a quindici giorni di carcere per ogni canzone pubblicata); anche il gruppo di batteristi che accompagnavano le manifestazioni di protesta è stato arrestato, mentre il Volny Chor (coro libero, ndr) è dovuto emigrare. Razbitae Sjerca Pacana e Petlia Pristrastija, gruppi rock di culto, sono stati tutti sottoposti a detenzione amministrativa e hanno poi dovuto lasciare la Belarus’. E questa è solo una piccola parte dell’elenco.

Il titolo del brano di Tor Band “My ne narodec” (non siamo un piccolo popolo) si riferisce al fatto che Lukašenka definisce spesso il paese “un minuscolo pezzo di terra” e chiama i bielorussi narodec (piccolo popolo), diminutivo poco apprezzato.

Molti musicisti hanno dovuto guadagnarsi da vivere con qualcos’altro, facendo della musica solo un hobby; e questo è anche il caso della mia band. Anche se avessi la forza di tornare a cantare dopo gli eventi di febbraio 2022, dubito che troverei il tempo per farlo tra le attività di volontariato: la priorità è aiutare le vittime della guerra.

Alcune band sono ancora attive in Belarus’, il che mi sembra molto coraggioso e molto importante per coloro che restano nel paese. L’insoddisfazione dell’opinione pubblica nei confronti della dittatura non è scomparsa, la resistenza si è solo spostata in sfere più difficili da monitorare: l’arte contemporanea e la musica indie sono tra queste. È possibile che i servizi speciali cercheranno di intensificare il loro controllo anche in questi ambiti, e questo andrà a significare più arresti e più partenze, e sempre meno cultura bielorussa. La tragedia è che, sebbene ami ascoltare queste band e le vorrei poter raccomandare sinceramente a chiunque sia interessato, non posso minimamente pensare di menzionarle tutte insieme in una pubblicazione mediatica perché sarebbe seriamente rischioso per i musicisti. Per un appassionato di musica, non sarà difficile trovare i loro dischi sul web.

Tutte le foto all’interno dell’articolo sono di proprietà del nostro intervistato, Andrei Vazyanau, e sono state scattate a Minsk nella primavera 2021.

Questo articolo è stato pubblicato anche in lingua inglese il 31 gennaio 2023 dalla rivista New Eastern Europe: In and out of Belarus: the dissidents will not give up

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Claudia Bettiol
Claudia Bettiol

Traduttrice e redattrice, è giornalista-corrispondente da Kyiv per Osservatorio Balcani e Caucaso. L’anno di scambio con AFS-Intercultura ad Astrachan’, alle foci del Volga, l’ha portata a studiare slavistica all’Università di Udine e di Tartu e a occuparsi poi di est, in particolare di Russia e Ucraina, dove vive dal 2017. Nel 2022 ha tradotto dall’ucraino il reportage “Mosaico Ucraino” di Olesja Jaremčuk, edito da Bottega Errante.