Alfa Lum-Colnago: la squadra che aprì la Cortina di Ferro

Odori di alluminio lavorato e grasso da catena finirono per mischiarsi nell’aria della piccola Repubblica di San Marino all’inizio degli anni Ottanta. Da una fabbrica di infissi in piena espansione, la Alfa Lum, era infatti germogliata una squadra ciclistica che in pochi anni si sarebbe ritrovata emblematicamente al centro di una rivoluzione politica e sportiva.

Dagli albori ai vertici del ciclismo

Era il 1982 quando Primo Franchini, tecnico emiliano con esperienza nelle formazioni Magniflex e Mobili San Giacomo, diede forma al primo team professionistico sammarinese. Le maglie erano biancazzurre, il budget modesto e i risultati poco o per nulla soddisfacenti.

Poi venne ingaggiato un corridore di un certo spessore, lo spagnolo Marino Lejarreta, già vincitore della Vuelta di Spagna 1982. Con lui la squadra si fece notare, portando a casa vittorie di tappa nella corsa spagnola e un secondo posto in classifica generale. Fece bene anche al Giro d’Italia 1984, sfiorando il podio. Tra le fila della squadra ci furono anche corridori come Orlando Maini e Franco Chioccioli, vincitori di tappe al Giro nei due anni successivi. Insomma, numeri alla mano, e con intorno un entusiasmo crescente, la Alfa Lum si affacciò tra le grandi.

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In seguito, nel 1987, debuttò tra i professionisti un ventiduenne trentino dalla pedalata elegante: Maurizio Fondriest. Sotto la divisa verde del binomio Alfa Lum–Legnano, iniziò a vincere. Nel 1988, quando trionfò ai Campionati del Mondo di Renaix, la maglia iridata suggellò l’apice del progetto sammarinese: una piccola squadra aveva dato al mondo un campione.

Ma ci fu dell’altro. Perché, dopo il trasferimento di Fondriest e degli altri italiani in altre squadre e l’abbandono dello sponsor Legnano, proprio quando l’avventura sembrava destinata a spegnersi, l’Alfa Lum sarebbe diventata teatro di una delle svolte più singolari della storia del ciclismo.

L’Urss e la chiusura al ciclismo professionistico

Il Muro di Berlino non era ancora caduto. Michail Gorbačëv ancora non parlava di perestrojka e glasnost’, ma lo sport aveva già cominciato ad aprire spiragli verso l’Occidente.

Dagli anni Settanta, nel calcio, i club dell’Europa orientale partecipavano alle coppe europee e le squadre nazionali ai tornei più importanti. Anche nel basket e nella pallavolo veniva concesso qualche sporadico trasferimento di giocatori nei club occidentali e si svolgeva qualche torneo condiviso. Il ciclismo, invece, restava blindato dietro la Cortina di Ferro.

Dal 1965 l’UCI, Unione Ciclistica Internazionale, era divisa in due: la FIAC (Federazione Ciclistica Dilettantistica Internazionale) per il mondo dei dilettanti, dominata dai Paesi del blocco orientale, e la FICP (Federazione Ciclistica Professionistica Internazionale) per i professionisti. Tra i due mondi, nessun contatto, salvo rarissime eccezioni.

Tra i dilettanti i sovietici regnavano incontrastati: squadra compatta, disciplina inflessibile e successi in serie. Tra Olimpiadi, Mondiali e gare di rilievo, come la Corsa della Pace e il Tour de l’Avenir, divoravano gli avversari. A guidarli, la leggenda Sergej Suchoručenkov, detto “Sucho”, il più forte e carismatico di sempre. Ma anche per lui, il confine che separava il ciclismo amatoriale da quello professionistico fu impenetrabile. Fino al 1989.

La trattativa che cambiò il ciclismo

Con un clima ormai fortemente cambiato, il calcio fece il primo passo: Oleksandr Zavarov dalla Dinamo Kiev approdò alla Juventus e fu il primo giocatore sovietico a giocare in Italia. Era l’agosto 1988. Poi, sorprendentemente, ci fu la svolta anche per il mondo delle due ruote.

Il 6 gennaio 1989 La Repubblica titolava: “Ecco gli Zavarov del ciclismo”. Quindici corridori sovietici, scelti tra i migliori della nazionale dilettanti, erano pronti a diventare professionisti in Italia. A ospitarli sarebbe stata proprio l’Alfa Lum, la squadra di San Marino.

Alfa Lum
Assistenza dall’ammiraglia Alfa-Lum in corsa (Pavlo Kulychenko – CC BY 4.0)

Dietro l’operazione ci fu un uomo chiave: Ernesto Colnago, artigiano e fornitore storico delle bici del ciclismo sovietico, entrato nella squadra come secondo sponsor. Insieme alla Dorna Management di Vaduz, una società del Liechtenstein, Colnago orchestrò l’accordo che avrebbe cambiato tutto. L’Alfa Lum versò circa un miliardo e trecento milioni di lire, divisi in quattro rate, per ottenere i diritti sportivi dei quindici corridori.

I componenti della squadra erano tutti militari dell’Armata Rossa, godevano di uno stipendio privilegiato (oltre un milione di lire italiane), che veniva versato in patria, ed erano vincolati a un futuro impiego sportivo una volta ritirati. A carico dell’Alfa Lum rimaneva vitto, alloggio e una modesta paga per le spese ordinarie.

L’Armata Rossa sulle Dolomiti

Nello stesso mese di gennaio la squadra si ritrovò a San Martino di Castrozza per il primo ritiro di stagione. Un quadro inedito per una conferenza stampa che rimarrà nella storia: quindici atleti in tuta bianca e rossa, dall’aspetto rigoroso, in fila per le foto ufficiali sotto le Pale di San Martino. Parlavano poco e osservavano molto.

Il direttore sportivo, Primo Franchini, fece le sue prime dichiarazioni. Raccontò della puntualità e della precisione di quei ragazzi nei primi giorni di allenamento:

“Sono pronti come un’orchestra muta china sugli strumenti”.

Il più anziano era Sergej Suchoručenkov, ormai trentaduenne. Poi c’era Dmitrij Konyšev, ventidue anni, vincitore del Giro d’Italia dilettanti 1988, talento completo per corse a tappe e classiche. Con loro Volodymyr Pul’nikov, scalatore di Kyiv, Pëtr Ugrjumov, potente passista-scalatore lettone, Mindaugas Umaras, pistard lituano e campione olimpico d’inseguimento, Andrej Čmil’ (conosciuto come Andrei Tchmil) destinato a scrivere il futuro del ciclismo. Gli altri erano: Viktor Klimov, Ivan Ivanov, Oleksandr Zinoviev, Sergej Uslamin, Vasilij Ždanov, Oleg Jarošenko, Oleg Logvin, Nikolaj Golovatenko, Vladimir Muravskis.

Si dice che ogni mattina eleggessero tra loro un capitano diverso che raccoglieva le opinioni dei compagni e le riferiva al direttore sportivo. Per Franchini, abituato alle caotiche dinamiche delle squadre italiane dell’epoca, quella disciplina ferrea e quello spirito democratico erano una rivelazione. Non serviva motivarli, erano abituati all’impegno costante. In fin dei conti, con i loro metodi di allenamento innovativi e la loro meticolosità, i corridori sovietici erano avanti di una trentina d’anni nella concezione del ciclismo.

A San Martino, quel giorno, arrivò anche Alfredo Martini, allora commissario tecnico azzurro. Osservò i quindici uomini schierati e commentò:

Sembra una messe umana che si agita. Il ciclismo aveva bisogno di una spinta agonistica così.

L’Alfa Lum sovietica: una squadra tra due mondi

Se c’era una cosa che turbava i corridori sovietici erano gli interessi extra sportivi, complessi e perfino inquietanti, che ruotavano intorno al ciclismo professionistico: sponsor, contratti, ingaggi, pubblicità. Ma affrontarono l’esperienza con curiosità, cercando di abituarsi al mondo professionistico, ai suoi usi e costumi, ai suoi schemi, alle partenze lente, agli arrivi selvaggi.

Il 1989 per l’Alfa Lum fu un anno con un programma serrato. Il debutto ufficiale avvenne il 18 febbraio al Giro di Sicilia, tra curiosità e scetticismo. Passando per Tirreno-Adriatico e Milano-Sanremo si arrivò al Giro d’Italia, dove i sovietici mostrarono solidità e compattezza, senza vittorie ma con la maglia bianca di miglior giovane conquistata da Pul’nikov.

La prima vittoria dei sovietici fu quella di Dmitrij Konyšev alla Coppa Agostoni, in piena estate, in una volata ristretta con il danese Rolf Sørensen. A fine settembre bissò al Giro dell’Emilia. Poi arrivarono i Campionati del Mondo, per la prima volta aperti ai corridori sovietici professionisti e il russo, in piena condizione, compì l’impresa: conquistò la medaglia d’argento a Chambéry dietro a Greg LeMond.

Nel frattempo, la scena mondiale cambiò. A novembre cadde il Muro di Berlino e la storia si mosse velocemente. L’anno successivo vennero ingaggiati nomi di spessore, tra cui lo sprinter uzbeco Džamolidin Abdužaparov, detto “Abdù”, e arrivarono altri buoni risultati: Pul’nikov chiuse quarto al Giro d’Italia, vinse una tappa e conquistò di nuovo la maglia bianca; Klimov invece vestì per cinque giorni la maglia di leader alla Vuelta di Spagna.

Nonostante le soddisfazioni, nel 1990 la squadra visse la sua ultima stagione. L’Alfa-Lum abbandonò definitivamente la sponsorizzazione ciclistica e i corridori, tra i quali era emersa col tempo una certa rivalità, si trasferirono in altre squadre occidentali. Cominciò un’epoca nuova.

Dopo l’Alfa Lum

I “quindici dell’89” non scomparvero. Ugrjumov salì sul podio del Giro 1993 e del Tour 1994 rendendo la vita difficile a un certo Miguel Indurain. Tchmil, naturalizzato belga, dominò le classiche del Nord, conquistando la Parigi–Roubaix 1994, la Milano–Sanremo 1999 e il Fiandre 2000. Konyšev, il giovane prodigio, diventò un simbolo del nuovo ciclismo russo. Abdužaparov vinse tre volte la classifica a punti del Tour de France e ce lo ricordiamo protagonista, per gran parte degli anni Novanta, di una grande rivalità in volata con Mario Cipollini.

L’esperimento Alfa Lum fu breve ma dirompente. Da una piccola repubblica e da un’azienda di serramenti nacque una squadra capace di unire est e ovest, prima ancora che lo facessero i governi. Dietro quella divisa biancorossa e quelle biciclette Colnago, c’era un pezzo di storia europea.

Nota: i nomi presenti in questo articolo seguono la traslitterazione scientifica come da nostra scelta editoriale. Per questo motivo potreste trovare dei nomi traslitterati in maniera diversa da come gli appassionati di ciclismo sono abituati a conoscerli.
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Laura Carletti
Laura Carletti

Appassionata di Balcani, ciclismo ed età medievale. Giornalista ed esperta di comunicazione, collabora attualmente con la testata Liguriaday dove si occupa di sport, arte e storia romana.