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“Albania, si gira”. Intervista dietro le quinte

In questi giorni la Casa del Cinema di Villa Borghese (Roma) sta ospitando la quarta edizione del Festival del cinema albanese, intitolato "Albania, si gira". Abbiamo intervistato gli organizzatori approfondendo i temi trattati durante il Festival e allargando lo sguardo alla storia del cinema albanese e ai suoi rapporti con il mondo circostante. 

Il vostro festival “Albania, si gira”, ospitato presso la Casa del Cinema di Villa Borghese (Roma) dal 9 al 12 giugno, è giunto alla quarta edizione. La prima domanda sorge quasi spontanea: perché un Festival sul cinema albanese in Italia? Da dove nasce l’idea?

L’idea nasce dalla necessità di promuovere il cinema di una regione sottorappresentata come l’Albania e invertire il punto di vista che ha maggiormente contribuito a definire gli albanesi in Italia, come in tutti i paesi dell’Europa occidentale. Il nostro intento è mostrare il modo in cui gli albanesi si relazionano al mondo e agli eventi in cui sono stati coinvolti come l’imperialismo, le guerre mondiali, il comunismo, la transizione, l’emigrazione. Si punta perciò a dare spazio a autori e autrici le cui voci sono state soppresse dalle narrazioni dominanti che tendono a creare visioni stereotipate degli albanesi così come degli est europei in generale. La storia degli albanesi non è molto diversa da quella delle altre comunità est europee e dei contesti coloniali.

Per questo motivo, il Festival del cinema albanese non è solo un festival di cinema albanese, ma un evento che mira ad esplorare dinamiche politiche e sociali che caratterizzano un contesto più ampio. Noi cerchiamo di evitare ogni nazionalismo metodologico che spesso limita i criteri di selezione di film in eventi cinematografici organizzati per paese o macroregioni. L’obbiettivo principale è problematizzare le categorie che sono utilizzate per raggruppare le persone. L’essere albanese in Italia, in Europa e nel mondo, oggi come ieri, non è determinato solo da individui che si identificano come tali, ma anche dagli altri che esprimono dei giudizi su di loro e che hanno il potere di mettere veti e di ostacolare le loro capacità di agire e pensare come persone libere senza doversi necessariamente sentirsi dire di essere “albanesi” o qualcos’altro. Per questa ragione in tutte le edizioni abbiamo incluso opere di autori non-albanesi al fine di esplorare come l’identità nazionale (o etnica, razziale, di genere ecc.) sia il frutto di un rapporto conflittuale tra coloro che costruiscono queste categorie e coloro che ci si ritrovano più o meno volentieri, a seconda delle circostanze.

Non si può pensare al futuro senza considerare i retaggi dell’ideologia coloniale e imperialista che ancora condizionano fortemente il nostro modo di rapportarsi agli altri e all’ambiente.

Il titolo di quest’anno è “Futuri Passati”. I talks quotidiani inseriti nel programma trattano temi quali l’ecologia, la musica, il razzismo, in una prospettiva temporale che va dall’occupazione fascista all’Albania contemporanea, passando per il periodo comunista. In che modo, passato, presente e futuro si intrecciano all’interno del vostro Festival?

Come accennavi, le tre dimensioni temporali si intrecciano soprattutto nella programmazione dei film e nei contributi che daranno i nostri ospiti. Trattare le tematiche delle serate attraverso prospettive contestuali e temporali diverse è utile per decentrare lo sguardo dalle narrative contemporanee che sono spesso caratterizzate da derive opposte, che vanno dal catastrofismo alla totale negazione dei problemi. Questi approcci sono soprattutto utili a vendere contenuti e a creare followers, non tanto per costruire una comune coscienza ecologica, anti-razzista e anti-autoritaria. La selezione dei film serve per aprire una riflessione su come determinate tradizioni di pensiero e prassi che si riflettono e vengono tramandate anche dal cinema ci impediscono di affrontare i suddetti problemi in una prospettiva più lungimirante. Ad esempio, non si può pensare al futuro senza considerare i retaggi dell’ideologia coloniale e imperialista che ancora condizionano fortemente il nostro modo di rapportarsi agli altri e all’ambiente. Il suono, la voce e la musica hanno un ruolo di primo piano nella socialità di tutti i giorni e nei rapporti tra persone e potere. Essi sono uno strumento utilizzato per sottomettere e per sovvertire le strutture gerarchiche dominanti. I film vanno ascoltati, oltre che visti, per comprendere come articolano l’idea di “futurità” che può rimandare a una proiezione più o meno conservativa o trasformativa della società in cui viviamo.

In campo letterario, negli ultimi anni scrittori e scrittrici albanesi (di nascita o di origini) sono riusciti a ottenere grande successo. Penso a Tom Kuka, vincitore del Premio dell’Unione Europea per la Letteratura 2021 con il romanzo Flama, o a Elvis Malaj, semifinalista al Premio Strega 2018 con il suo libro Dal tuo terrazzo si vede casa mia, solo per citarne due. In campo cinematografico, quali sono secondo voi le tendenze più interessanti del momento?

Aggiungerei alla tua lista cantanti pop albanesi del Kosovo di enorme successo come Era Istrefi oltreché Dua Lipa, Rita Ora e Bebe Rexha che sono nate in Occidente, ma che si sentono comunque legate alle loro comunità di origine. Anche il cinema albanese sta vivendo una fase di maggiore riconoscimento da parte della critica e del pubblico internazionale. I film in lingua albanese prodotti in Albania e in Kosovo finalmente riescono ad accedere e a vincere in festival importanti come L’alveare di Blerta Basholli che abbiamo in programma quest’anno.

Per quanto riguarda le tendenze cinematografiche è difficile tracciare dei profili precisi. In parte perché, come hai fatto notare, i registi “albanesi” provengono da contesti differenti e spesso si rivolgono anche a pubblici diversi. In parte gli stessi registi esplorano diversi generi e modi di produzione. Ci sono dei film che puntano a concorrere nei festival internazionali e che trattano questioni politiche e sociali legate alla contemporaneità. Nelle trame si notano riferimenti ai recenti conflitti balcanici, alla dittatura comunista, all’emigrazione, ai rapporti Est-Ovest, alla criminalità organizzata e a tradizioni culturali come le “vergini giurate” e il “kanun” che stimolano la curiosità dello spettatore occidentale che vi vede in essi qualcosa di esotico e di sovversivo. Rientrano tra questi i recenti film di Pluton Vasi, Bujar Alimani, Lendita Zeqiraj, Fatmir Koçi e Blerta Zeqiri solo per citarne alcuni.

Altri film vengono prodotti quasi esclusivamente per il mercato interno e raramente trovano riscontro in altri Paesi. Va inoltre segnalato un movimento di produzioni indipendenti che cercano di distaccarsi dai soggetti e dalle narrazioni più comuni. I film di Joni Shanaj, Odeta Çunaj e alcune produzioni della Black Box Production di Tirana possono essere considerati parte di questo trend. A questa corrente si possono associare delle sperimentazioni nel campo dell’arte audio-visuale come le opere di Jonida Prifti, Elton Gllava e Ermela Teli. Bisogna sottolineare che non ci sono delle linee divisorie nette tra queste “tendenze” che in verità si intrecciano e si sovrappongono.

È infatti raro trovare cineasti che non siano anche politicamente “engagé”. Ogni autore imprime la propria visione del mondo nelle sue opere, la quale è comunque frutto di un contesto di pensiero più ampio

Durante il periodo comunista lo Stato finanziava e sosteneva la produzione cinematografica, anche a fini propagandistici. Dalla fine del comunismo, nei primi anni Novanta, sembra esserci stato un arretramento del ruolo dello stato nel settore culturale. Quali sono le prospettive per il cinema albanese, in patria come all’estero?

Ti ringrazio per aver posto questa domanda. Ne approfitto per fare un mio punto sul legame tra propaganda e cinema che è un tema sempre attuale. Secondo me è difficile dissociare il cinema dalla propaganda, soprattutto quello cosiddetto di “autore”. È infatti raro trovare cineasti che non siano anche politicamente “engagé”. Ogni autore imprime la propria visione del mondo nelle sue opere, la quale è comunque frutto di un contesto di pensiero più ampio. È ovvio poi che ciascun cineasta si posizioni in maniera più o meno problematica rispetto al bagaglio ideologico a cui rimanda il contesto in cui si trova a lavorare. In Albania c’è un gran rumore sui film del periodo comunista. Alcuni vogliono bandirli proprio perché sono di “propaganda” e trascurano ogni valore storico e artistico. A tale riguardo mi viene in mente il film Salut les Cubains di Agnès Varda che celebra la rivoluzione cubana. Dobbiamo considerarlo come un cinema di propaganda e mettergli un bollino rosso oppure distruggerlo? Forse i film su James Bond erano meno propagandistici? La “propaganda” contenuta nei film albanesi non era solo il marchio dell’ideologia di “regime”, quanto anche il segno delle convinzioni personali così come lo era nei film di registi “engagé” occidentali degli anni Sessanta e Settanta.

Sicuramente la censura aveva un forte peso e spesso interveniva per alterare le trame. Tuttavia, non era il Partito a scrivere le sceneggiature e a girare i film. Solo raramente dei film sono stati del tutto bloccati come accadde a Skëterrë 43′ / Inferno 43′, che vedremo in questa edizione del festival. Per quanto riguarda il cinema di oggi, come hai giustamente osservato, è chiaro che le politiche neoliberali hanno portato all’arretramento dello Stato in tutti i settori della vita pubblica, incluso il cinema. C’è da notare che, paradossalmente, mentre lo Stato diventa più povero, gli uomini che lo gestiscono diventano più ricchi. Rispetto ai 10-15 film che venivano annualmente girati negli anni Ottanta (sebbene non tutti lungometraggi), ore ne escono in media 3-4 e quasi tutti prodotti con cofinanziamenti. Il cofinanziamento ha dei lati positivi perché la trans-nazionalizzazione delle idee e delle capacità produttive può giovare alla libertà e alla creatività. Dall’altro lato può avere dei risvolti controversi poiché condiziona il contenuto delle trame non meno di quanto cercasse di fare la dittatura comunista. I finanziatori ragionano in termini di audience. Ricollegandosi a quanto detto nella risposta alla precedente domanda, il pubblico internazionale ha certe aspettative sulla figura dell'”albanese” che si aspetta siano soddisfatte nei film. Perciò le coproduzioni possono veicolare immagini e trame stereotipiche. Questo discorso non riguarda solo il cinema albanese, ma quello balcanico e est europeo in generale.

Nel programma non poteva mancare un rimando alle relazioni tra Italia e Albania. Qual è il rapporto attuale tra artisti italiani e albanesi?

Non posso parlare dell’arte in generale anche se è evidente che molti artisti di origine albanese hanno trovato successo in Italia collaborando con artisti italiani e istituzioni d’arte. Penso per esempio a Ermal Meta e Adrian Paci che hanno raggiunto il successo commerciale internazionale partendo dall’Italia. Per quanto riguarda il cinema, oltre alle co-produzioni italo-albanesi (che spesso includono anche altri paesi), sono molto interessanti alcune compartecipazioni di attori/attrici e cineasti italiani e albanesi in opere indipendenti. Alcuni di questi film, come Bota di Iris Elezi, La strada vecchia di Damiano Giacomelli, Open door di Florenc Papas e Neverland di Erald Dika sono stati inclusi nelle nostre precedenti edizioni. Questi lavori dimostrano che il cinema può generare sguardi plurisoggettivi sugli eventi storici e contemporanei andando oltre i determinismi culturali che si celano dietro i nomi delle regioni, degli Stati e delle nazioni.

Foto di copertina: Locandina del Festival del cinema albanese

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Marco Siragusa
Marco Siragusa

Dottore di ricerca in Studi internazionali e giornalista, ha collaborato con diverse testate tra cui East Journal e Nena News Agency occupandosi di attualità nell’area balcanica. Coautore dei libri “Capire i Balcani Occidentali” e “Capire la Rotta Balcanica”, editi da Bottega Errante Editore. Vice-presidente di Meridiano 13 APS.