Ungheria 1956, settant’anni dopo: che cos’ha ancora da dirci quella rivoluzione?

I volantini iniziarono a circolare nella giornata del 23 ottobre. Senza fronzoli, ciclostilati in fretta  con mezzi di fortuna, sarebbero diventati uno dei più importanti documenti della storia ungherese: i Sedici punti, il manifesto della rivoluzione del 1956.

Le rivendicazioni erano nate il giorno prima, il 22 ottobre, durante un’assemblea al Politecnico di Budapest, dove si erano riuniti circa cinquemila studenti. L’ordine del giorno era se abbandonare o meno la Dolgozó Ifjúság Szövetsége (DISZ), l’associazione giovanile comunista. La decisione di uscirne fu presa all’unisono in pochi minuti e dalla discussione iniziarono preso ad emergere altre rivendicazioni.

Entro la mezzanotte i Sedici punti erano redatti. Gli studenti chiedevano l’evacuazione immediata delle truppe sovietiche dal Paese, elezioni a scrutinio segreto e a suffragio universale in tutto il Paese, un nuovo governo guidato da Imre Nagy, la rimozione dei leader dell’era Stalin-Rákosi e un’inchiesta pubblica sui loro crimini, il riconoscimento del diritto di sciopero, il ripristino dell’uguaglianza e della non ingerenza tra i Paesi del Blocco, la riorganizzazione dell’economia, la revisione dei processi politici e la scarcerazione degli innocenti, il riconoscimento della libertà di opinione, espressione e stampa, la rimozione della statua di Stalin e la reintegrazione dello stemma ungherese di Kossuth al posto dei simboli sovietici.

Fu sempre durante quella riunione che venne proposta una marcia a sostegno degli studenti e dei lavoratori polacchi che pochi mesi prima, a Poznań, si erano ribellati contro il regime comunista.

La manifestazione fu organizzata per il giorno successivo. Due cortei indipendenti sarebbero partiti dalle due rive del Danubio per incontrarsi sotto la statua di József Bem, il generale polacco che aveva combattuto con gli ungheresi durante la rivolta contro l’impero asburgico nel 1848.

Una rivoluzione novecentesca

Il ’56 ungherese è pieno di simboli e rimandi all’insurrezione contro il dominio austriaco: lo stemma di Lajos Kossuth, guida politica della rivoluzione, i versi del poeta nazionale Sándor Petőfi, che i comunisti avevano tentato di vietare, i ritrovi sotto statue simbolo come quella di Lajos Batthyányi, primo ministro giustiziato dagli austriaci nel 1849.

 Il 1848 rappresentava il precedente storico più vicino a cui ispirarsi per una lotta a favore della libertà (ma non certo l’unico. Come scrisse il poeta György Faludy: “L’Ungheria è un esempio classico quando si tratta di lotte per la libertà”).

Tuttavia, spiega Stefano Bottoni, professore associato di storia dell’Europa orientale all’Università degli studi di Firenze, “anche se il ’56 rimane una delle ultime rivoluzioni romantiche, dai tratti ottocenteschi, il suo contesto ideologico è pienamente novecentesco”.

Innanzitutto per la molteplicità di significati che la rivoluzione ungherese ha assunto per chi ne ha preso parte. “Ci sono tanti modi di fare il ’56. C’è chi lo fa in nome di un socialismo diverso, che è di fatto l’ispirazione di fondo della rivoluzione. Per altri invece è fortissima la carica anticomunista. Questi non lottano in nome del socialismo ma della libertà nazionale, per tornare a un Paese più simile a quello del 1945, senza la parentesi decennale delle cosiddette democrazie popolari”.

Il ’56 ungherese si fonda dunque su un’ambiguità ideologica, su un dibattito che, se la rivoluzione non fosse durata così poco, sarebbe stato inevitabile. In quei dodici giorni concitati non ci fu tempo di decidere che tipo di regime si sarebbe instaurato una volta finito tutto, né che Stato l’Ungheria sarebbe diventata, ma, spiega Bottoni, “il ventaglio delle opzioni era molto ampio”.

Un altro aspetto fortemente novecentesco è la portata militare dell’evento. Se le rivoluzioni ottocentesche si facevano con fucili e baionette, nel ’56 in Ungheria si combatté con i carri armati, i blindati, l’artiglieria pesante e i bombardamenti aerei.

“due settimane ci furono oltre tremila morti e diecimila feriti. È qualcosa di più di un’insurrezione o di una rivolta: di fatto è una guerra”.

I carri armati sovietici nelle strade di Budapest (© FORTEPAN/Bor Ambrus)

Il successo e la tragedia

Quando nella notte tra il 23 e il 24 ottobre le truppe sovietiche arrivarono a Budapest per sedare la rivolta erano convinte di risolvere tutto in poche ore, con un’operazione di polizia che avrebbe spaventato gli ungheresi quanto bastava. Ciò che le attendeva era invece ben diverso.

La rivoluzione ungherese era, almeno nella prima fase, completamente disorganizzata, senza capi né strategia ma proprio per questo imprevedibile. In città nascevano focolai spontanei, i gruppi di ribelli si formavano giusto per il tempo dello scontro e poi si scioglievano subito dopo. La dimensione urbana, barricate che bloccavano le strade, palazzi da cui colpire e portoni e vicoli laterali in cui sparire si adattavano alla guerriglia e ostacolavano il passaggio dei carri armati, bersagliati da nemici invisibili.

Oltre alle molotov artigianali i ribelli avevano armi più pesanti: a quel punto i depositi di munizioni erano stati saccheggiati, i cadetti delle due accademie militari della città si erano uniti all’insurrezione e gli operai avevano fatto arrivare armi da una fabbrica segreta sull’isola di Csepel.

“I sovietici rimangono scioccati, non si aspettavano di ritrovarsi dentro a una guerra” afferma Bottoni.

Per lo storico e giornalista Victor Sebestyen la rivoluzione ungherese fu un “eroico insuccesso”. Bottoni, invece, preferisce parlare di sconfitta.

 “La portata della reazione sovietica e la tragedia che ne segue non è figlia di un fallimento, tutto il contrario. La rivoluzione fu sconfitta proprio a causa del suo stesso ipersuccesso”.

I giorni seguenti furono caratterizzati da un’escalation di violenza che culminò, il 25 ottobre, in un massacro di fronte al Parlamento, nel quale morirono almeno 75 persone e altre 300 rimasero ferite. La rivolta, nel frattempo, aveva iniziato a diffondersi anche nelle principali città della provincia, come Győr, Miskolc e Debrecen.

Il 28 ottobre, per scongiurare un massiccio attacco contro i ribelli da parte dei sovietici e dei lealisti ungheresi, Imre Nagy, che era stato nominato primo ministro la sera del 24, riuscì a ottenere un cessate il fuoco da entrambe le parti e la promessa di importanti concessioni da parte di Mosca. Le truppe sovietiche iniziarono a ritirarsi dalla capitale, venne garantita l’amnistia a tutti gli insorti, l’odiatissima Magyar Államrendőrség Államvédelmi Osztálya (ÁVO, la polizia segreta del regime) sarebbe stata finalmente sciolta. I dirigenti stalinisti dell’era Rákosi vennero rimossi e messi su un aereo per la Russia.

La tregua tenne per qualche giorno, ma le cose erano destinate a cambiare.

Imre Nagy e i suoi collaboratori nel palazzo del Parlamento (© FORTEPAN/Franz Fink)

“Non possiamo perdere l’Ungheria”

Il 30 ottobre i ribelli assediarono e conquistarono la sede del Partito comunista di Budapest in Köztársaság tér, e gli scontri sfociarono nel linciaggio di alcuni ufficiali della polizia segreta. La notizia allarmò il Politburo sovietico, distratto e allarmato dalla concomitante crisi a Suez.
Lo stesso giorno Nagy annunciò l’abolizione del partito unico e formò un nuovo gabinetto di governo con esponenti del Partito dei piccoli proprietari e del Partito contadino

Il Cremlino iniziò a pianificare l’invasione. In un vano tentativo di evitarla, o per lo meno di renderla illegittima, il 1° novembre Nagy annunciò il ritiro del Paese dal patto di Varsavia e dichiarò la neutralità ungherese, rivolgendo una formale richiesta di aiuto all’ONU. Anche l’Occidente però era concentrato su Suez e l’Ungheria venne abbandonata a se stessa.

Chruščëv, che fino al giorno prima era disposto e dare fiducia a Nagy consentendogli di diventare una sorta di Gomułka ungherese, si trovò con le spalle al muro.

“Si trattava di difendere il perimetro dell’impero conquistato nel 1945” spiega Bottoni. “I sovietici vedono che le cose stanno andando male in Medio Oriente e decidono che sull’Ungheria non possono dare segni di debolezza. Anche perché sanno che nessuno interverrà, l’Ungheria è il loro affare privato, possono fare quello che vogliono. E lo fanno.”

Nonostante le rassicurazioni dell’ambasciatore sovietico ai leader ungheresi, tra il 31 ottobre e il 1° novembre le colonne di carri armati sovietici iniziarono a rientrare in Ungheria dalla frontiera Ucraina.

Nello stesso momento il segretario del partito, János Kádar, e il ministro dell’interno, Ferenc Münnich, tradirono la causa e fuggirono in URSS. Il 3 novembre una delegazione ungherese inviata a negoziare il ritiro sovietico venne arrestata con l’inganno dagli agenti del KGB. All’alba del 4 novembre iniziò il secondo devastante attacco contro Budapest, con 150.000 uomini, 2.500 carri armati e i MiG che sorvolavano la città.

Ciò che successe in Ungheria fu un unicum nella storia dell’Europa Orientale. „Questo è l’unico caso di un Paese bombardato durante la guerra fredda” spiega Bottoni.

Intere zone di Budapest vennero rase al suolo, le strade erano coperte dai mucchi di macerie e disseminate di cadaveri. Le perdite furono ingenti da entrambi i lati.

“Nella rivoluzione ungherese morirono anche 700 soldati sovietici. Fu la perdita più grave subita dall’URSS dopo il 1945. Bisognerà aspettare la guerra in Afghanistan per superarla”.

Le macerie di Üllői út (© FORTEPAN/Bor Ambrus)

Fare i conti con il ’56, non solo in Ungheria

“Il ’56 in Ungheria è quella cosa che ufficialmente tutti devono approvare e amare ma di cui tutti hanno una paura tremenda” afferma Bottoni. “Perché per quanto possiamo considerarla una guerra giusta è comunque stata una guerra, e nelle guerre ci sono i morti e ci sono anche le cose discutibili, del tipo che a un certo punto si prendono i comunisti e li si impicca.”

Secondo gli storici furono circa 100 gli agenti della polizia segreta che furono linciati o giustiziati sommariamente durante i giorni della rivoluzione. Nonostante l’ÁVO avesse sequestrato, imprigionato, torturato e terrorizzato gli ungheresi per oltre un decennio (durante gli anni di Rákosi venne coniato il termine csengőfrász, il terrore del campanello: la paura isterica di sentir suonare alla porta, soprattutto di notte) l’uccisione brutale degli agenti rimane ancora una pagina difficile da affrontare.

“Il linciaggio non è bello né onorevole, ma anche questo fa parte delle guerre civili. E questa è stata una guerra civile perché quelli che vengono uccisi non sono sovietici, ma ragazzini ungheresi, anche loro di vent’anni, solo che stavano dalla parte sbagliata”.

Secondo Bottoni, comunque, a dover fare i conti con il ’56 non è solo l’Ungheria. Anche l’Italia dovrebbe farlo.

Leggi anche: La rivoluzione ungherese vista da Roma

“Il ’56 è la colpa, è il peccato originale. È il momento in cui, come diceva Togliatti, si sta dalla propria parte anche quando si sbaglia. Mentre in Francia dopo il ’56 il Partito comunista smette di essere il punto di riferimento per la sinistra e molti intellettuali lo abbandonano, in Italia questo non accade. Il ’56 viene condannato dopo l’89, ma senza troppa convinzione.

La sinistra italiana non ha mai fatto davvero i conti con il cinismo smisurato di un leader, Togliatti, che a fine ottobre scrive a Chruščëv per sollecitare l’intervento sovietico a Budapest o che nel ’58 chiede a Kádár di posticipare l’impiccagione di Nagy a dopo le elezioni in Italia perché questo potrebbe avere una ricaduta sulle preferenze ottenute dal Pci.”

Cosa resta del ’56

Per quasi trent’anni la rivoluzione del ’56 rimase un tabù in Ungheria. János Kádár, rientrato da Mosca e insediatosi come primo ministro in cambio del suo tradimento, sprofondò l’Ungheria nel silenzio. Il nome di Imre Nagy non venne più pronunciato, il corpo di quello scomodo predecessore, processato in segreto e giustiziato, venne sepolto in una fossa comune. Un cadavere anonimo, cancellato.

La memoria del ’56 gettò un’ombra anche sui fatti del 1989.

“La gente aveva una paura quasi paranoica di andare in piazza, un timore che derivava dal trauma represso del ‘56” racconta Bottoni.

La paura non era solo però dei cittadini. Anche il potere ha sempre temuto il ’56, ovvero quel momento in cui il malcontento del popolo è tale da trasformarsi in un’insurrezione. Fu questa paura a spingere Kádár a fare le concessioni che trasformarono l’Ungheria nel paese più aperto del blocco sovietico. E la stessa paura la provano ancora oggi i leader ungheresi.

“Il 1956 è la dissoluzione violenta dell’ordine costituito” spiega Bottoni “e il 1956 può essere usato contro chiunque. È una psicosi che continua a funzionare anche se, dopo settant’anni, non è più legata all’avvenimento in sé ma alle interpretazioni, alle leggende, ai miti, alle distorsioni e alle manipolazioni”.

Sarà interessante vedere come si approccerà all’anniversario il nuovo governo di Péter Magyar e quale ’56 rivendicherà. Per Bottoni questa storia è ancora tutta da scrivere.

“Proprio come il corpo di Imre Nagy anche il 1956 deve essere riesumato e dissezionato nuovamente ma non per capire che cosa è successo (quello grazie al lavoro minuzioso degli storici lo sappiamo già benissimo). Il problema non sono i fatti, il problema è cosa farcene del ’56, o dei vari ’56. È cercare di capire che cosa ci dice questo evento passato dell’Ungheria del futuro”.

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Elena Esposto
Elena Esposto

PhD in Istituzioni e politiche, giornalista freelance e data analyst. Ha collaborato con LaSvolta.it e con QCode occupandosi di diritti, cultura e ambiente. Innamorata dell’est Europa fin da bambina, da vent’anni frequenta l’Ungheria, dove ha vissuto e dove continua a sentirsi a casa.