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La piazza del Registan di Samarcanda (Meridiano 13/Andrea Rizzi)
Indubbiamente tra le più città più affascinanti dell’Asia centrale ex sovietica, Samarcanda incanta gli innumerevoli visitatori internazionali con le piastrelle smaltate delle sue moschee e madrase (scuole coraniche) e la ricchezza di monumenti e luoghi d’interesse risalenti a epoche molto diverse tra loro.
Tantissime sono le comitive di italiani (complice anche la nota canzone!) che ogni anno frequentano l’Uzbekistan, tanto che, nei mercati cittadini, l’italiano è spesso la seconda lingua con cui i venditori approcciano i turisti, dopo aver provato con il russo. Qualcosa che accadeva fino a non troppo tempo fa (prima che le bombe cominciassero a cadere in quella zona) anche nei mercati di Isfahan, la splendida città dell’Iran, paese che d’altronde ricorda molto i paesaggi uzbeki.
Samarcanda, tuttavia, a differenza delle città iraniane, promette al turista internazionale un’esperienza esotico-orientale (potremmo dire, orientalista) in un contesto di confort anche “culturale”: l’alcool nei ristoranti non manca quasi mai, l’abbigliamento per entrare nei luoghi di culto non è poi così rigido, gli spazi del centro sono curati al dettaglio e i servizi a misura di turista pullulano, con tanto di set fotografici a pagamento in abiti “tradizionali” tra le antiche madrase e pedane rotanti per tiktoker piazzate tra le moschee.
Che il centro di Samarcanda sia a misura di turista (e non di abitante) è ricordato anche dalle transenne che cingono l’iconica piazza del Registan: per entrare sulla famosa spianata occorre pagare un biglietto; l’ingresso costa 100mila sum (oltre 7 euro). Da tradizionale luogo di ritrovo e di scambio, la piazza principale della città è divenuta un “non-luogo” chiuso alla socialità dal basso e alla vita quotidiana di chi vi abita.
La piazza del Registan (Meridiano 13/Martina Napolitano)
A chi si sposta dalla famosa città uzbeka al vicino Tagikistan (meno di sessanta chilometri), la distanza salta subito agli occhi: così come, superato il confine tagiko, sparisce l’alcool e l’abbigliamento si fa più rigoroso, anche la sensazione di trovarsi in una cartolina per turisti sfuma nettamente.
Tuttavia, la distanza salta agli occhi anche spostandosi da Samarcanda ad altre cittadine uzbeke o abitate da nutrite comunità uzbeke, come la kirghisa Oš (qui circa il 45% della popolazione è uzbeko). È Samarcanda in particolare (per la precisione il suo centro, storicamente – tra l’altro – tagiko) a essersi trasformata in un parco giochi per turisti a cielo aperto.
Una dubbia ricostruzione
Eppure, non è difficile per un occhio attento sospettare come gli splendidi edifici che tappezzano il centro della città rispecchino non tanto un’antichità ben preservata, quanto un restauro molto minuzioso e “interventista” che, se da un lato ha donato alle vestigia di ciò che fu un look estremamente iconico, ha anche allontanato la vita degli abitanti, pressoché nascondendola alla vista, ricoprendo gli strati di vissuto di una patina esotizzante.
Verso la moschea di Hazrat-Hizr (Meridiano 13/Martina Napolitano)
La ricostruzione che nei decenni, a partire dalla fine degli anni Sessanta, ha interessato i monumenti di Samarcanda ha sollevato moltissime critiche da parte di esperti. Persino l’Unesco, benché abbia riconosciuto a svariati luoghi lo status di Patrimonio dell’umanità nel 2001, ha espresso dubbi sui lavori condotti in particolare negli ultimi anni.
È sufficiente confrontare qualche immagine della piazza del Registan a fine Ottocento e oggi per avere un’idea di quanto, tanto in epoca sovietica che nell’Uzbekistan indipendente, è stato fatto per ridare lustro al luogo. Tuttavia, come segnalato da più parti
distinguere ciò che è originale da ciò che è moderno è molto difficile, non perché siano paragonabili in termini di qualità (anzi, è proprio il contrario!), ma soprattutto perché la copia ha praticamente assorbito completamente l’originale.
Interno di una delle madrase del Registan (Meridiano 13/Andrea Rizzi)
Il restauro ha riguardato tanto le superfici che l’architettura stessa degli edifici che si trovano sulla piazza del Registan. Ad esempio, l’iconica cupola azzurra di uno dei tre luoghi sacri della piazza fu creata a tavolino (ufficialmente, a fini conservativi) dai restauratori negli anni Settanta: probabilmente, come suppongono alcuni studiosi, fu un tentativo di “ricreare” la piazza del Registan mentre si trovava allora circondata da palazzi modernisti di epoca post-bellica (le famose chruščëvki).
Vi è poi una questione, diciamo così, di “misure”. Non tutti i turisti forse lo notano, ma i tre edifici che cingono la piazza si trovano ad altezze diverse; vi sono degli scaloni di diversa grandezza per accedere a ciascuna delle tre madrase. Il motivo è storico. Il primo edificio a essere eretto fu la madrasa di Ulugh Beg, tra il 1417 e il 1420. Le altre due scuole comparvero oltre due secoli dopo e in quel lasso di tempo il manto “stradale” si era alzato di circa due metri e mezzo.
Così, quando nel 1935 iniziarono i lavori di restauro, fu necessario scavare attorno alla madrasa di Ulugh Beg per farla ri-emergere dal terreno. A emergere però non fu la sola madrasa, ma anche un dilemma architettonico: era forse il caso portare la piazza al livello del Quattrocento? Stando alle linee guida della Carta di Venezia per il restauro e la conservazione di monumenti e siti (1964), “la soluzione più appropriata sarebbe stata quella di organizzare la piazza al livello delle madrase del XVII secolo e, nell’area adiacente alla madrasa di Ulugh Beg, mantenere il livellamento realizzato nel 1935”.
Tuttavia, si agì diversamente: “con il pretesto della ricostruzione è stata riportata alla luce la superficie del XV secolo, mentre gli altri due edifici – la madrasa di Sher-Dor e quella di Tilya-Kari – sono rimasti al livello del XVII secolo. Si è così creata, in sostanza, una piazza nuova, estranea all’antichità, che non corrisponde né al XV né al XVII secolo”.
Di questa ricostruzione (di cui quelli qui riassunti sono solo alcuni esempi e che non ha riguardato affatto la sola piazza del Registan, ma anche il mausoleo di Tamerlano e, ancor di più, l’antica moschea di Bibi-Khanym) negli scarni pannelli informativi disponibili nei luoghi di interesse di Samarcanda non si fa cenno. Ciò che non manca, invece, è la sensazione di trovarsi in un mercato turistico: ogni piccola stanza in cui si può accedere all’interno delle madrase del Registan oggi ospita un negozietto di souvenir, con venditori loquaci che fanno da sottofondo alla visita di questi antichi luoghi di studio e preghiera.
Una città che scaccia i suoi abitanti
Se qualche turista può restare colpito da questa politica interventista di restauro e dalla commercializzazione dei beni storici pubblici, a essere maggiormente colpita però è stata la popolazione locale.
Oggi la piazza del Registan è circondata da un grande parco, strutture ricettive, ristorantini, ampie strade e grandi viali pedonali. Delle vecchie case e mercati non è rimasto nulla nel centro città; eppure, le foto di anche poco tempo fa testimoniano una storia urbana diversa, in cui la piazza del Registan si trovava ben integrata nel tessuto del quartiere. Un muro eretto alla fine degli anni Duemila cinge inoltre la piazza sui lati non transennati, separandola anche visivamente dal resto della città.
La progressiva distruzione delle mahalla (comunità di vicinato tradizionali, il cui significato è ben illustrato dallo storico Marco Buttino nel volume Samarcanda. Storie in una città dal 1945 a oggi) si è intensificata ancora lo scorso anno, con oltre duecento abitazioni (e più di mille residenti) prese di mira dalle autorità nel maggio del 2025 al fine di espandere l’area museale attorno al mausoleo di al-Moturidi a scopi turistici e religiosi, nonostante le critiche della cittadinanza e i dubbi espressi dall’Unesco e dall’Onu per non aver considerato delle alternative e non aver ascoltato prima i residenti.
La trasformazione subita dalla mahalla attorno al mausoleo di Tamerlano negli anni Novanta (dalla versione inglese del volume di Marco Buttino)
Non si tratta di un fenomeno nuovo. Già la lunga presidenza di Islam Karimov (1991-2016) aveva inaugurato una serie di demolizioni importanti, soprattutto nella parte “russa/europea” della città, ma non solo: nel 2009, ad esempio, fu distrutto il Museo statale di storia (costruito in epoca sovietica, nel 1978) accanto alla piazza del Registan. Ora, nel punto in cui sorgeva il museo, svetta una statua proprio dell’ex presidente Karimov, inaugurata nel 2017. La sua tomba invece si trova poco distante, nella moschea di Hazrat-Hizr, anch’essa oggetto di profonda ricostruzione negli anni Duemila. Alla demolizione si è accompagnata la costruzione ex-novo di edifici in stile “tradizionale” che imitano quelli di epoche passate, come nel caso del mausoleo di al-Bukhari.
Statua di Karimov (Meridiano 13/Martina Napolitano)Tomba di Karimov (Meridiano 13/Martina Napolitano)
Nel giugno del 2019 l’Unesco aveva annunciato ufficialmente di star valutando se escludere Samarcanda dalla Lista del Patrimonio mondiale.
Secondo l’articolo 9 della Carta di Venezia, “Il restauro deve fermarsi dove ha inizio l’ipotesi: sul piano della ricostruzione congetturale qualsiasi lavoro di completamento, riconosciuto indispensabile per ragioni estetiche e tecniche, deve distinguersi dalla progettazione architettonica e dovrà recare il segno della nostra epoca”.
Al momento, nell’“antica” Samarcanda ricostruita, a recare il segno della nostra epoca, è la commercializzazione banalizzante del patrimonio storico, culturale, religioso e anche scientifico (se pensiamo all’osservatorio di Ulugh Beg), che ha reso il centro storico uno scenario perfetto per Instagram e Tiktok, meno perfetto per apprezzare davvero il significato delle epoche che si sono stratificate sulle sue strade e sui suoi edifici. Come chiosa Buttino nel suo Samarcanda, questa supposta “autenticità” riscoperta e le repliche degli edifici d’un tempo sembrano voler di fatto rimuovere la città dal tempo.
Dottoressa di ricerca in Slavistica, è docente di lingua russa e traduzione presso l’Università di Trieste, si occupa in particolare di cultura tardo-sovietica e contemporanea di lingua russa. È traduttrice, curatrice di collana presso la casa editrice Bottega Errante ed è la presidente di Meridiano 13 APS.