A diciotto anni mi ha preso una fulminea, e non del tutto razionale, passione per la Guerra civile spagnola. Avevo letto un romanzo molto bello (La peste della terra di Benjamin Prado) che aveva scatenato la mia curiosità su quel periodo storico. Ho quindi saccheggiato lo scaffale della biblioteca civica portando a casa una pila di libri sull’argomento. Molti di questi includevano le fotografie di un certo Robert Capa, che dal nome doveva essere sicuramente statunitense o britannico. Erano foto in bianco e nero, talvolta un po’ sfocate, immagini di un tempo lontano ma con una forza tale da portare chi le guardava direttamente dentro la scena.
È stato mio padre a dirmi che Robert Capa non era affatto statunitense, e neanche britannico, bensì ungherese. E che quello non era neanche il suo vero nome (ma ci torneremo).
Spericolato e bohémien: il fotografo senza patria
Robert Capa, all’anagrafe Endre Ernő Friedmann, nasce a Budapest il 22 ottobre 1913, in una famiglia ebrea. I genitori erano sarti e gestivano un atelier di moda. La sua vita è stata fin da subito segnata dal caos e dal conflitto. Non solo politico (la Prima guerra mondiale sarebbe scoppiata pochi mesi dopo la sua nascita e avrebbe dato il via ad anni turbolenti nella storia politica ungherese), ma anche familiare. Suo padre, Dezső Friedmann, era solito perdere ingenti somme al gioco (tratto che più tardi Endre/Robert erediterà a sua volta) scatenando le ire della moglie.
Endre, così lo raccontano gli amici d’infanzia, era un ragazzino vivace, con scarso senso del pericolo e una grande sete di avventura. Al Capa Center di Budapest, il museo dedicato alla vita e al lavoro del fotoreporter, c’è una foto che ritrae un giovane Friedmann in procinto di lanciarsi con gli sci (una passione che lo accompagnerà per tutta la vita) con l’espressione beata di chi non sa bene che cosa sta facendo ma non ha dubbi che sarà meraviglioso.
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Nel 1931, a 18 anni, viene arrestato con l’accusa di essere coinvolto nei gruppi della sinistra rivoluzionaria, ma viene rilasciato quasi subito in circostanze abbastanza misteriose (durante gli anni del Terrore bianco molti altri simpatizzanti di sinistra non tornarono mai più a casa dalle prigioni dell’ammiraglio Horthy). Secondo la versione della famiglia Friedmann fu un’affezionata cliente dell’atelier dei genitori, moglie di uno dei capi della polizia, a intercedere per la sua scarcerazione a patto che lasciasse immediatamente l’Ungheria.
Endre, grazie a una borsa di studio della comunità ebraica di Budapest, raggiunge così l’amica d’infanzia Eva Besnyö a Berlino dove si iscrive alla facoltà di Scienze politiche. Per mantenersi durante gli studi, dal momento che già a Budapest aveva sognato di fare il giornalista, inizia a dedicarsi alla fotografia, “la cosa più vicina al giornalismo per chi si trova senza una lingua”, come scriverà lui stesso in un affidavit dell’FBI nel 1953 (negli Stati Uniti maccartisti le sue – presunte – simpatie comuniste continuarono a perseguitarlo).
Grazie all’aiuto di Besnyö, che si era trasferita a Berlino proprio per studiare fotografia, Friedmann ottiene un lavoro presso l’agenzia di comunicazione Dephot e nel 1932, in Danimarca, riesce a eludere il divieto di scattare fotografie e immortala il leader comunista Lev Trockij, guadagnandosi la sua prima pubblicazione.
Con il peggiorare della situazione politica in Germania nel 1933, grazie alla stessa organizzazione che lo aveva aiutato ad andarsene dall’Ungheria, lascia Berlino per Vienna, per poi approdare a Parigi nel 1934, dove conosce Gerda Pohorylle (poi Gerda Taro) che Capa inizierà alla fotografia e che diventerà il grande amore della sua vita, compagna di lavoro e di avventura.
Reinventare se stessi
All’inizio del 1936 Gerda ed Endre danno vita a una piccola società fotografica. Lei, che già lavorava in un’agenzia di immagini, si sarebbe occupata delle vendite e avrebbe svolto le mansioni di segretaria, lui sarebbe stato l’addetto alla camera oscura. Entrambi avrebbero lavorato alle dipendenze di Robert Capa, un fotografo statunitense ricco, famoso e pieno di talento che in quel momento si trovava in Francia.
Nasce così il personaggio attraverso il quale i due giovani fotografi riescono a farsi pagare gli scatti a tariffe ben più alte di quelle che avrebbe ottenuto Endre Friedmann.
In un’intervista radiofonica del 1947 Capa racconta così la nascita del suo alter-ego:
Il mio vero nome non era un granché. Ero un incosciente proprio come lo sono ora, ma più giovane. Non riuscivo a ottenere delle commissioni. Avevo disperatamente bisogno di un nuovo nome […] Robert sarebbe suonato molto americano, che era esattamente come uno doveva suonare. Capa suonava americano ed era facile da pronunciare. Quindi Bob Capa sembrava una buona scelta.
Quando il trucco viene scoperto il marchio Capa-Taro (il nuovo cognome che Gerda ha scelto per sostituire il meno pronunciabile Pohorylle) ha preso piede a tal punto che Friedmann decide di adottare il nome definitivamente. Del resto Robert Capa (che in ungherese significa squalo) era il soprannome che gli amici gli avevano dato già negli anni dell’infanzia a Budapest.
Il miliziano colpito a morte
Nell’estate del 1936, grazie a un altro fotografo in esilio, Endre Kertész, Capa inizia a collaborare con il magazine Vu, attraverso cui ottiene l’accredito stampa per seguire gli eventi della Guerra civile spagnola.
Il fotoreporter si innamora da subito della Spagna, che gli ricorda tanto l’Ungheria, e inizia a seguire le azioni del Fronte popolare con sempre maggiore passione. Le foto di questo periodo trasmettono tutto il suo trasporto emotivo e la sua adesione alla causa repubblicana. Ci sono ritratti, inquadrature strette, la macchina fotografica segue ogni scena da una distanza molto ravvicinata. È la messa in atto di una delle citazioni più famose di Capa:
Se le tue foto non sono abbastanza buone è perché non sei abbastanza vicino.
Proprio in Spagna Robert Capa scatta la foto che lo consacrerà come uno dei più grandi fotoreporter di guerra della storia: il miliziano colpito a morte. Lo scatto immortala un militante dell’esercito repubblicano nel momento in cui viene colpito da un proiettile. Il corpo si affloscia mentre sembra aggrapparsi con le ultime forze al fucile che stringe nella mano destra, come se quell’appiglio potesse salvarlo.
La foto, considerata da molti uno dei migliori scatti di guerra mai realizzati, apparve su Vu il 23 settembre 1936 e venne poi ripresa da altre testate, tra cui Life, il 12 luglio 1937.
Non mancarono le proteste dei lettori per la brutalità e la violenza dell’immagine, ma il maggior scalpore attorno alla foto venne sollevato dalla discussione sulla sua autenticità. Il dibattito (che continua ancora oggi) si divise in due fazioni. Chi difende il lavoro e l’onestà di Capa e chi invece sostiene che la foto sia un falso, che il fotografo abbia chiesto all’uomo di inscenare la propria morte in battaglia. A favore dei detrattori, per diverso tempo, ci furono le diverse versioni della storia che Capa diede durante gli anni, il fatto che pare non ci fosse stato nessuno scontro armato nel giorno e nel luogo in cui la foto venne scattata, voci di corridoio e la misteriosa scomparsa dei negativi.
La vicenda si è protratta per diversi anni, con colpi di scena degni di una spy story, tra cui il ritrovamento, nel 2007 in Messico, di una valigia piena di negativi che hanno aiutato a ricostruire le circostanze dello scatto.
Robert Capa e la guerra
Dopo la sconfitta del Fronte repubblicano Capa torna brevemente a Parigi, ma l’occupazione nazista lo costringe di nuovo a mettersi in marcia. Trova rifugio negli Stati Uniti, ma la guerra non aveva ancora intenzione di lasciarlo stare.
Il suo famoso memoir Leggermente fuori fuoco inizia così:
Non c’era più nessunissimo motivo per alzarsi la mattina. Il mio studio era all’ultimo piano di un piccolo edificio di tre sulla Nona strada, con un ampio lucernario sul tetto, un grande letto nell’angolo e un telefono sul pavimento. Nient’altro, neppure un orologio. Mi svegliava la luce del sole. Non sapevo che ora fosse né la cosa mi interessava granché. In tasca, solo un nichelino. Non avrei fatto una sola mossa finché il telefono non avesse squillato e qualcuno non mi avesse proposto qualcosa, un invito a pranzo, un lavoro o, almeno, un prestito. Il telefono si rifiutava di squillare ma il mio stomaco cominciò a lamentarsi.
Mi resi conto che qualsiasi altro tentativo di riprendere sonno sarebbe stato inutile. Mi rigirai nel letto e vidi che la padrona di casa faceva scivolare tre lettere sotto la porta. Negli ultimi tempi, le bollette della luce e del telefono erano state l’unica posta recapitata, così fu proprio la misteriosa terza lettera a farmi saltare giù dal letto.
La terza lettera era del direttore della rivista Collier’s, che affidava a Capa il compito di recarsi in Europa a seguire le vicende della Seconda Guerra Mondiale.
Incurante dei problemi consolari e della mancanza di un passaporto di qualsivoglia nazionalità, nel 1942 Robert Capa si imbarca per il Regno Unito da cui raggiunge prima il Nord Africa e poi l’Europa continentale per documentare lo sbarco degli Alleati in Sicilia e in Normandia.
Le foto scattate a Easy Red erano le migliori di tutta l’invasione. Ma l’assistente di camera oscura, in preda all’emozione, nell’asciugare i negativi aveva alzato troppo la temperatura dell’essiccatore e l’emulsione si era sciolta colando via davanti agli occhi attoniti della redazione londinese di Life. Dei centosei fotogrammi che avevo realizzato se ne salvarono solo otto. Stando alle didascalie che accompagnavano quelle foto sgranate e sfocate dal calore, le mani di Capa tremavano troppo dalla paura.
Nonostante le sfocature e gli errori di laboratorio, le foto di Capa sono uno splendido documento del conflitto e riescono a cogliere la profonda brutalità e inutilità della guerra.
Oggi, probabilmente, alcuni di quegli scatti non troverebbero spazio su giornali e riviste, e i social media li bannerebbero come contenuti sensibili. Eppure, nemmeno per un istante, chi li guarda potrebbe pensare che Capa fosse attratto dalla ricerca del sensazionalismo. Il dolore delle sue immagini non è mai pornografico.
Forse è perché ritraggono scene lontane da noi nel tempo, forse si deve al fascino del bianco e nero, o forse è semplicemente impossibile non accorgersi dell’occhio attento e sensibile dietro l’obiettivo.
Lo stesso Capa, dopo aver fotografato dei feriti estratti da un aereo militare, scrive:
In treno, tenendomi ben stretta la pellicola esposta, odiai me stesso e la mia professione. Foto come queste si addicevano di più a un impresario di pompe funebri e io non volevo essere uno di loro. Se dovevo partecipare a un funerale, giurai, l’avrei fatto insieme agli altri, in mezzo al corteo. La mattina seguente, dopo averci dormito su, mi sentii un po’ meglio. Mentre mi radevo, mi fermai a riflettere sull’incompatibilità tra l’essere reporter e l’avere al tempo stesso un animo sensibile.
Le foto dei ragazzi che bighellonavano per il campo di aviazione, senza quelle dei feriti o dei caduti, avrebbero dato un’impressione sbagliata. Le immagini dei morti e dei feriti sarebbero state le uniche a mostrare alla gente il vero volto della guerra ed ero contento, in fondo, di aver scattato un intero rullino prima di essere assalito dagli scrupoli.
Nonostante scattasse “foto di guerra e di sangue” fin dai tempi della Spagna “il suo stomaco non si era ancora abituato alla vista della carne viva e del sangue fresco”. Probabilmente non si abituò mai.
Dopo aver documentato altri cruciali fatti della storia contemporanea, come l’Unione Sovietica del dopoguerra (le foto di un viaggio nel 1947 furono usate a corredo del “Diario russo” di John Steinbeck, di cui Robert Capa era amico), la fondazione dello Stato di Israele, e la guerra in Indocina, dove trovò la morte su una mina di terra il 25 maggio 1954. Aveva quarant’anni e non aveva mai smesso di avvicinarsi il più possibile alla guerra, convinto che fosse l’unico modo per raccontarla.