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In seguito alle dimissioni della premier Inga Ruginienė, rassegnate lo scorso 23 giugno, il Partito Socialdemocratico lituano ha avviato rapide consultazioni che hanno portato, il 30 giugno, alla nomina di Mindaugas Sinkevičius come nuovo primo ministro. È la seconda volta in questa legislatura che la Lituania cambia governo, e sempre la seconda, in meno di due anni, in cui il Partito Socialdemocratico è costretto a ridisegnare la propria leadership. Dietro la formula del “rimpasto di coalizione” si nascondono questioni ben più ampie, che coinvolgono alleanze incerte, inchieste giudiziarie e una battaglia sulla libertà di stampa.
Una maggioranza nata già fragile
Le elezioni dell’ottobre 2024 avevano consegnato ai Socialdemocratici, all’opposizione da sette anni, una maggioranza chiara e un mandato altrettanto chiaro: stabilità, dopo gli anni difficili della pandemia e le incertezze in seguito all’invasione dell’Ucraina da parte della Russia.
Per governare (il sistema politico lituano rende strutturalmente impossibile a una singola forza politica ottenere la maggioranza assoluta nel parlamento), il partito ha dovuto allearsi con Nemuno Aušra (“Alba del Nemunas”), la formazione populista nazionalista fondata nel 2023 da Remigijus Žemaitaitis dopo l’espulsione dal partito liberale Laisvė ir teisingumas a seguito di una condanna di primo grado per dichiarazioni antisemite. La scelta, già allora, aveva acceso le proteste: circa duemila persone si erano riunite davanti alla presidenza per contestare un governo che includeva un partito estremista ritenuto vicino a posizioni filorusse.
Il primo segnale di cedimento era arrivato nell’estate 2025, quando il premier Gintautas Paluckas si era dimesso dopo soli nove mesi, coinvolto in un’inchiesta della procura anticorruzione su prestiti e rapporti d’affari personali e familiari (Paluckas peraltro era già stato condannato per corruzione nel 2010). Al suo posto era stata nominata Inga Ruginienė, sindacalista e fino a quel momento ministra del Lavoro, presentata come garante di continuità.
Il conto con Nemuno Aušra
Le tensioni con il partito di Žemaitaitis si erano accumulate su più piani nel corso dei mesi, fino a rendere la convivenza insostenibile.
Sul piano giudiziario, a marzo la Commissione elettorale centrale aveva accertato un uso irregolare dei fondi pubblici del partito – usati, tra l’altro, per il noleggio di auto di lusso per Žemaitaitis e per la sua vice Daiva Petkevičienė – mentre a maggio i Servizi investigativi per i reati finanziari avevano condotto perquisizioni negli uffici parlamentari di entrambi e nella sede del partito, nell’ambito di una indagine per frode.
Sul piano politico, Nemuno Aušra aveva tentato di bloccare il finanziamento per un nuovo poligono militare nel distretto di Lazdijai, una mossa che i Socialdemocratici hanno visto come un atto di ostruzionismo su un tema cruciale di sicurezza nazionale.
A inizio giugno, il Partito Socialdemocratico ha votato per rescindere l’accordo di coalizione, accusando l’alleato di fomentare tensioni che impedivano al governo e al Seimas (il parlamento lituano) di lavorare con la necessaria serenità. Al suo posto sono rientrati i Democratici “Per la Lituania”, che già avevano fatto parte della prima coalizione della legislatura e che, alle dimissioni di Paluckas, si erano rifiutati di sedersi nuovamente al governo insieme a Žemaitaitis.
È inoltre plausibile che nel calcolo dei Socialdemocratici abbia pesato anche la futura presidenza lituana del Consiglio dell’Unione europea, prevista per il primo semestre del 2027. Presentarsi a Bruxelles con un alleato di governo sotto indagine per frode, già condannato per dichiarazioni antisemite e su posizioni ambigue rispetto alle sanzioni alla Russia, sarebbe stato un peso difficile da gestire sul palcoscenico europeo.
La LRT ancora sotto attacco
In questo quadro di instabilità si inserisce anche la vicenda della Radio e Televisione Lituana (LRT), che avevamo raccontato a gennaio quando la riforma della sua governance, sostenuta proprio da Nemuno Aušra, aveva sollevato un’importante ondata di proteste a sostegno della libertà di stampa nel paese. Nonostante queste, tra l’inverno e la primavera scorsa il testo non era stato rivisto con le migliorie richieste dalla piazza e dai garanti della libertà di stampa.
Secondo quanto documentato dall’Unione europea di radiodiffusione (EBU) insieme a quasi trenta organizzazioni internazionali, la bozza discussa a marzo manteneva il congelamento triennale del finanziamento a 79,6 milioni di euro, introduceva nuovi limiti alla capacità della LRT di generare entrate proprie e prevedeva motivi di licenziamento del direttore generale, tra cui “performance inadeguata” e “violazione dell’interesse pubblico”, giudicati vaghi al punto da prestarsi a un uso politicamente arbitrario. Lo stesso testo attribuiva ai nuovi organi di controllo poteri estesi sulla programmazione e sulla partecipazione di collaboratori esterni, una misura che avrebbe rischiato di restringere il pluralismo editoriale escludendo voci indipendenti.
La Commissione di Venezia del Consiglio d’Europa si è pronunciata due volte, a marzo e a maggio, con pareri critici sia sulla procedura – ancora una volta accelerata – sia sulla sostanza degli emendamenti. Inoltre, in seguito alle proteste di dicembre scorso, il Parlamento europeo aveva pubblicato una risoluzione critica sulla legge, mentre la petizione online aveva superato le 145mila firme, la più partecipata nella storia digitale del paese, firmata anche dalla ex presidente Dalia Grybauskaitė.
Il 2 giugno, pochi giorni prima della rottura ufficiale con Nemuno Aušra, il Seimasha approvato una versione sensibilmente attenuata della riforma. Nella lettera aperta firmata da decine di organizzazioni internazionali, l’EBU ha riconosciuto ha riconosciuto che il testo finale rappresenta “un miglioramento significativo rispetto alle bozze precedenti”: sono state eliminate le restrizioni ai giornalisti esterni, i motivi di licenziamento del direttore generale sono stati ridefiniti in termini più circoscritti – limitati a “gravi violazioni dei doveri professionali” o a “condotte pregiudizievoli per la reputazione dell’incarico” – e ai membri del Consiglio è stato imposto un requisito formale di indipendenza.
Restano, tuttavia, diverse problematiche che Reporters without borders (RSF) e il Centro Europeo per la Libertà di Stampa e dei Media (ECPMF) continuano a segnalare con preoccupazione. Innanzitutto resta in vigore il congelamento del budget, confermato nonostante un audit statale avesse riconosciuto la necessità di un aumento. Inoltre, le nuove norme sul licenziamento dei vertici entrano in vigore con effetto immediato, esponendo l’attuale direttrice (in carica fino al 2028) a possibili rimozioni arbitrarie, contrariamente a quanto raccomandato dalla Commissione di Venezia. Infine, l’espansione del Consiglio a 15 membri non ne risolve la minaccia all’indipendenza politica, lasciando a presidenza e parlamento la maggioranza assoluta (8 membri) nell’organo decisionale.
In sostanza, la vicenda della LRT ha finito per pesare anche sulla tenuta della coalizione: il danno reputazionale accumulato con le proteste e le critiche europee si è sommato a un quadro già fragile, contribuendo a rendere insostenibile, agli occhi dei Socialdemocratici, la convivenza con un alleato sempre più ingombrante.
Il governo Sinkevičius e il prossimo banco di prova
Il nuovo leader dei Socialdemocratici è Mindaugas Sinkevičius, 42 anni, che ha già avuto un breve incarico come ministro dell’Economia nel 2016-2017 e una più recente esperienza come sindaco di Jonava, interrotta nel 2023 da una condanna – da lui sempre contestata – per abuso d’ufficio. Nominato Primo ministro dal parlamento il 30 giugno scorso, Sinkevičius avrà tempo fino al 15 di luglio per formare una coalizione.
Quanto alla premier uscente Ruginienė, dovrebbe tornare al suo precedente ruolo di ministra del Lavoro e degli Affari Sociali.
Per la LRT, la prossima scadenza è fissata a settembre 2026, quando il governo – che sarà già quello di Sinkevičius – dovrà presentare una proposta di contratto di servizio pubblico per l’emittente.
Resta da capire se il nuovo esecutivo, nato per allontanare la Lituania da un alleato giudicato troppo ingombrante, saprà davvero distinguersi nel metodo o se la vicenda della LRT sia destinata a restare un dossier aperto anche sotto la nuova guida.
Laureata in Scienze Politiche (Studi sull’Est Europa) e in Governance locale all’Università di Bologna, ha studiato e lavorato in Lituania, Slovenia e Ucraina, dove si è occupata di sicurezza energetica, comunità locali e IDP. Lavora nel campo dell’integrazione europea, sviluppo locale e osservazione elettorale.