La guerra in Ucraina non si sta combattendo soltanto con le forze armate convenzionali, né esclusivamente con munizioni e carri armati. Dietro il fronte si è sviluppata una rete complessa e spesso opaca di reclutamento di esseri umani: civili che vengono coinvolti nel conflitto attraverso inganni, pressioni e facendo leva sulle loro necessità economiche. Attualmente, più che attraverso una mobilitazione diretta, il reclutamento in Russia fa leva su incentivi economici e promesse di riscatto sociale, rivolgendosi soprattutto a persone in condizioni di vulnerabilità e marginalità.
Dalla Russia verso l’esterno, questo fenomeno assume molteplici forme. Che si tratti di giovani provenienti dalle regioni più povere della Federazione, oppure di uomini e donne reclutati all’estero attratti da promesse di lavoro, la macchina di reclutamento in Russia combina principalmente coercizione e incentivi economici.
Il reclutamento dentro la Russia: poveri, carcerati e immigrati
Le regioni più povere e marginalizzate rappresentano una delle principali riserve di “carne da cannone”: persone che vengono da contesti di ineguaglianza vengono attirate da stipendi elevati, bonus di arruolamento e prospettive economiche percepite come migliori rispetto alle alternative locali, spesso caratterizzate da disoccupazione o lavori sottopagati.
Pertanto, gli effetti della mobilitazione risultano profondamente sproporzionati: mentre le élite urbane e parte delle classi medie rimangono relativamente protette, gli uomini provenienti dalle aree più remote della Russia costituiscono una quota significativa dei combattenti russi inviati al fronte. Si crea così una forma di “mobilitazione indirettamente forzata”, nella quale povertà e assenza di alternative diventano strumenti di pressione sociale ed economica. In caso di morte al fronte, le famiglie dei soldati ricevono inoltre compensazioni economiche pari a milioni di rubli.
Un altro gruppo particolarmente esposto è rappresentato dagli immigrati presenti nella Federazione Russa, soprattutto provenienti dai paesi dell’Asia centrale, come Kirghizistan, Tagikistan e Uzbekistan. Molti vengono attratti non solo dai bonus economici, ma anche dalla possibilità di ottenere più rapidamente la cittadinanza e il passaporto russo.
Vi sono inoltre numerose segnalazioni riguardanti il reclutamento di detenuti e di soggetti socialmente vulnerabili, incluse persone con problemi di dipendenza. In questi casi, la promessa della liberazione dal carcere o di incentivi economici contribuisce a orientare le decisioni di arruolamento in un esercito invasore.
Oltreconfine: reclutare all’estero con promesse e inganni. Dal Kenya all’India
Il reclutamento in Russia ha sviluppato reti anche in diversi paesi stranieri. Famoso è il caso della Corea del Nord, dove il coinvolgimento di personale militare nordcoreano nelle file russe è il risultato di accordi politici e strategici tra i due regimi autoritari.
In Kenya, centinaia di cittadini sono stati attirati al fronte con offerte che promettevano lavoro in Russia, spesso in settori civili come la sicurezza o la logistica, e borse di studio. Una volta giunti in Russia, molti si sono ritrovati con contratti militari incomprensibili, documenti confiscati e pressioni dirette o indirette a entrare nell’esercito e partecipare al combattimento in Ucraina.
Secondo fonti internazionali, oltre mille keniani sono stati reclutati per combattere, e solo dopo crescenti pressioni interne e diplomatiche Nairobi ha denunciato pubblicamente la pratica. Questo comportamento ha sollevato allarmi sui diritti umani, poiché il reclutamento senza pieno consenso costituisce potenzialmente una violazione del diritto internazionale umanitario.
Un elemento rilevante nel rafforzare la presenza russa all’estero è anche il soft power della Chiesa ortodossa russa. Negli ultimi anni, il Patriarcato di Mosca ha ampliato significativamente la propria presenza in diversi paesi africani, costruendo reti religiose e culturali che hanno contribuito a legittimare l’influenza russa nel continente.
Attraverso una narrazione conservatrice e critica nei confronti dei valori occidentali – in particolare su temi legati a questioni di genere e diritti LGBTQ+ – la Chiesa è riuscita a presentarsi non solo come istituzione religiosa, ma anche come strumento di influenza politica e culturale, rendendo più accettabile una presenza russa più ampia anche in contesti legati al reclutamento e alla cooperazione militare.
Non sono solo cittadini africani o dell’Asia centrale a essere coinvolti. Report di media internazionali, tra cui France24, documentano casi in cui giovani indiani sono stati ingannati e inviati al fronte ucraino, spesso dopo essere stati attratti da offerte di lavoro o opportunità economiche. Una volta in Russia, in condizioni spesso precarie, molti si sono ritrovati “parcheggiati” nelle operazioni militari senza la piena consapevolezza dei rischi o delle implicazioni della loro presenza in un teatro di guerra.
Vi sono inoltre casi di studenti indiani e lavoratori migranti già presenti in Russia che sarebbero stati attratti nelle fila dell’esercito attraverso pressioni amministrative e false promesse di impiego. In alcuni casi, la prospettiva di ottenere documenti, salari elevati o una permanenza legale più stabile nel paese avrebbe reso queste persone particolarmente vulnerabili al reclutamento.
I metodi russi di reclutamento internazionale: inganno, coercizione e sfruttamento
Quali sono i metodi di reclutamento a livello internazionale? In primo luogo, operano agenzie di lavoro, spesso mascherate da enti di viaggio o collocamento, che offrono impieghi apparentemente civili e ben remunerati – come guardie di sicurezza, cuochi, meccanici o operai edili – con l’obiettivo di attrarre candidati stranieri.
A ciò si aggiungono promesse di alti salari, bonus e percorsi rapidi verso la cittadinanza russa, elementi che rendono l’offerta inizialmente molto attraente per persone in condizioni economiche precarie.
Un altro canale rilevante è rappresentato dalle campagne sui social media, in particolare su piattaforme come VKontakte e Telegram, dove vengono pubblicizzati ruoli civili che funzionano spesso da esca per il successivo coinvolgimento militare.
Una volta arrivati nel paese, alcuni reclutati segnalano casi di coercizione diretta, inclusa la confisca dei documenti e la firma forzata di contratti militari in lingua russa che non comprendono, accompagnata da pressioni e minacce in caso di rifiuto.
Infine, vi sono segnalazioni e sospetti circa il possibile utilizzo di reti di traffico di esseri umani per facilitare l’ingresso e il trasferimento dei reclutati verso il territorio russo.
La leva delle vulnerabilità socio-economiche nel reclutamento in Russia
All’interno della Russia, la mancanza di alternative economiche e diseguaglianze strutturali diventa una forma indiretta di coercizione; all’esterno, promesse ingannevoli e incentivi materiali rendono possibile un reclutamento che, in molti casi, mette in discussione gli standard del consenso libero e informato.
In questo senso, il reclutamento assume una dimensione che travalica la mera logica militare e si intreccia con strategie di influenza che spingono sempre di più la leva economica piuttosto che quella ideologica, con effetti che possono estendersi anche in contesti di altri paesi.
A livello più ampio, reti religiose e culturali come quelle della Chiesa ortodossa russa non svolgono un ruolo solo “spirituale”, ma possono agire come strumenti di soft power e legittimazione, contribuendo a rendere più accettabile la presenza russa in paesi terzi e, indirettamente, a ridurre la percezione critica verso pratiche di reclutamento controverse.
Quando la scelta non è realmente libera – ma condizionata da povertà, inganno, controllo amministrativo o barriere linguistiche e culturali – si entra in un’area grigia in cui i confini tra volontarietà e coercizione diventano sfumati, sollevando rilevanti questioni di conformità agli standard del diritto internazionale e dei diritti umani.
In ultima analisi, questo fenomeno mostra come le guerre contemporanee non si combattano soltanto sul piano militare, ma anche nello spazio delle vulnerabilità economiche e sociali, che possono essere trasformate in strumenti di reclutamento e, più in generale, in leve di un sistema di guerra che rafforza e sfrutta la divisione tra “vincitori” e “vinti” della lotteria della vita.