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La chiesa armena Surp Kevork (Meridiano 13/Giustina Selvelli)
Nel cuore della Città Vecchia di Plovdiv, tra le colline storiche e le strade acciottolate della più antica città bulgara, esiste da quasi due secoli una scuola che rappresenta molto più di un’istituzione educativa. La scuola armena di Plovdiv intitolata a Viktoria e Krikor Tutunjyan è infatti uno dei principali simboli della continuità culturale della diaspora armena nei Balcani: uno spazio in cui lingua, memoria e identità vengono trasmesse di generazione in generazione.
La presenza armena in Bulgaria ha radici antiche. Le prime comunità armene giunsero nella regione già in epoca bizantina, spesso a seguito di deportazioni forzate operate dall’Impero bizantino tra il VII e l’XI secolo.
Tuttavia, la fase più significativa per la formazione della comunità armena di Plovdiv coincise con l’arrivo dei rifugiati provenienti dall’Impero ottomano tra la fine del XIX secolo e gli anni successivi al Genocidio armeno del 1915. Dopo il 1922, migliaia di sopravvissuti trovarono rifugio in Bulgaria, e molti di essi decisero di stabilirsi proprio a Plovdiv, città che ancora oggi ospita la più numerosa comunità armena del paese e una delle realtà diasporiche armene più attive e istituzionalmente sviluppate dei Balcani.
L’integrazione degli armeni nella società bulgara fu relativamente positiva, dal momento che la comunità, già nel XIX secolo, riuscì a sviluppare una fitta rete di istituzioni culturali, religiose ed educative: chiese, associazioni, giornali, club culturali e, soprattutto, scuole. In questo contesto, la scuola Tutunjyan assunse un ruolo centrale.
La scuola Tutunjyan e la sopravvivenza della lingua armena
Fondata nel 1834 grazie alla famiglia di benefattori Tutunjyan, ricchi commercianti di tabacco, la scuola armena di Plovdiv è una delle più antiche scuole della città. Originariamente chiamata “Vartanants”, in onore dell’eroe nazionale armeno Vartan Mamikonian, inizialmente accoglieva soltanto studenti maschi; la sezione femminile fu aperta nel 1866.
Nel periodo tra le due guerre mondiali, la scuola raggiunse il proprio apice: nessun’altra istituzione armena nei Balcani aveva un numero simile di studenti. La popolazione scolastica rifletteva la composizione della diaspora stessa, formata in gran parte da rifugiati provenienti da diverse regioni dell’Anatolia ottomana, ma anche dalla Tracia e da Costantinopoli.
Fin dalle origini, la scuola non fu soltanto un luogo di istruzione, bensì uno spazio attivo di sopravvivenza culturale. Qui si insegnavano lingua armena, storia, geografia e letteratura, ma anche calligrafia, canto e cultura nazionale.
In un contesto diasporico, la scuola rappresentava il principale strumento per preservare la lingua e il senso di appartenenza collettiva. L’alfabeto armeno, inventato nel V secolo da Mesrop Mashtots, assumeva allora così come oggigiorno un valore ben oltre la semplice scrittura, incarnando il simbolo della continuità storica di un popolo disperso.
L’eccezionalità della scuola Tutunjyan emerge soprattutto se la si osserva nel contesto balcanico contemporaneo. Dopo la Seconda guerra mondiale e l’avvento del regime comunista in Bulgaria, le minoranze etniche subirono crescenti pressioni assimilatrici. Le scuole delle diverse comunità etniche del paese persero progressivamente autonomia e vennero sottoposte all’ideologia statale; inoltre, in quelle armene, in linea con le direttive sovietiche, fu imposto l’insegnamento della variante orientale della lingua (che si differenziava grammaticalmente e ortograficamente) e non quella occidentale parlata a Plovdiv.
Ma la tragedia per questa comunità fu quella che avvenne cinquant’anni fa, nel 1976, quando il Comitato centrale comunista decretò la chiusura definitiva della scuola Tutunjyan, evento che molti armeni di Plovdiv ricordano ancora oggi come una frattura traumatica nel loro percorso di sopravvivenza culturale.
La chiusura della scuola ebbe conseguenze profonde non solo sul piano educativo, ma anche linguistico e culturale. Intere generazioni di giovani armeni persero la possibilità di imparare la lingua dei propri antenati; l’uso dell’armeno diminuì rapidamente anche nelle famiglie. Molti membri della comunità descrivono ancora quel periodo come una frattura nella trasmissione intergenerazionale dell’identità armena.
Con la fine del regime socialista e le trasformazioni democratiche del 1989, la scuola poté finalmente riaprire. Il 16 settembre 1990 viene ancora oggi ricordato come un momento storico di rinascita collettiva. Da allora, la scuola Tutunjyan è tornata a essere il centro della vita culturale armena cittadina.
Il cortile della scuola(Meridiano 13/Giustina Selvelli)
Memoria, diaspora e appartenenze transnazionali
Ancora oggi la scuola occupa un luogo centrale nella geografia simbolica della comunità armena di Plovdiv: si trova accanto alla chiesa armena Surp Kevork, alla Casa della Cultura e alle principali istituzioni della comunità. Questo complesso appare quasi come una “piccola Armenia” incastonata nel cuore di Plovdiv, un luogo in cui la memoria nonché il senso di responsabilità della diaspora continuano a essere coltivati quotidianamente.
L’istituto rappresenta anche un interessante modello multiculturale. Pur mantenendo una forte identità armena, la scuola è frequentata non solo da bambini di origine armena, ma anche da bulgari, rom e addirittura turchi. Le lezioni si svolgono secondo il curriculum del ministero dell’Istruzione bulgaro, ma includono anche l’insegnamento della lingua armena (incluso ovviamente il suo particolare alfabeto), della storia e della cultura nazionale.
In questo contesto, il ruolo degli insegnanti è fondamentale. Figure come la docente Malvina Manoukyan, scomparsa prematuramente nel 2012, hanno dedicato la propria vita alla trasmissione della lingua e della memoria armena alle nuove generazioni. Attraverso teatro, poesia, recitazione e alfabetizzazione, Malvina Manoukyan cercava di trasformare la lingua armena da semplice materia scolastica in esperienza emotiva e identitaria.
La scuola è inoltre strettamente legata alle pratiche commemorative della comunità: ogni anno, il 24 aprile, anniversario del Genocidio armeno, gli studenti partecipano alle cerimonie davanti al grande khachkar (la tradizionale croce armena) situato nel cortile tra la scuola e la chiesa. I bambini recitano poesie dedicate agli antenati scomparsi e prendono parte alla marcia commemorativa nel centro cittadino. Per molti membri della diaspora, è proprio attraverso questi rituali pubblici che il Genocidio continua a essere trasformato da memoria familiare a memoria collettiva.
In un’epoca di globalizzazione, assimilazione linguistica e migrazioni continue, la scuola armena di Plovdiv continua dunque a rappresentare un caso straordinario di resilienza culturale. Nonostante le difficoltà demografiche e linguistiche che colpiscono oggi molte comunità diasporiche e minoritarie in Europa, la scuola Tutunjyan rimane uno dei pochi luoghi nei Balcani in cui l’armeno occidentale viene ancora insegnato in modo sistematico.
Più che una semplice istituzione educativa, la scuola Tutunjyan rappresenta oggi una testimonianza della straordinaria capacità delle comunità diasporiche di sopravvivere alla dispersione, alla perdita e alle pressioni assimilatrici senza rinunciare alla propria complessità culturale.
Nel cuore dei Balcani, la piccola scuola armena di Plovdiv continua a ricordare come lingua, memoria e appartenenza possano attraversare confini, regimi politici e generazioni, dando forma a modelli di esistenza transnazionale che sfidano le concezioni più rigide di nazione e identità.
In un’Europa attraversata da nuove migrazioni, conflitti e crisi di appartenenza, esperienze come quella della diaspora armena mostrano inoltre quanto le minoranze storiche possano ancora insegnare sulla possibilità di custodire il passato senza trasformarlo in chiusura, e di costruire continuità culturale senza rinunciare al dialogo con il mondo circostante.
L’ingresso della scuola (Meridiano 13/Giustina Selvelli)
Per saperne di più su questa comunità consigliamo la lettura di questo volume.
Antropologa e ricercatrice di origine italo-messicana-levantina. Attualmente ricercatrice post-doc presso il dipartimento di Sociologia dell'Università di Ljubljana. I suoi temi di ricerca, che si ripercuotono anche sulla sua scrittura non accademica, riguardano la diaspora, i confini, la diversità culturale e le minoranze etnolinguistiche, con una predilezione particolare per l’area balcanica. Quando messa nelle giuste condizioni, parla più o meno fluentemente una dozzina di lingue e ne legge almeno altre cinque (romeno, russo, portoghese, un po’ di romanì e mandarino), grazie al suo bagaglio genealogico multiculturale e ai numerosissimi soggiorni di ricerca e studio all’estero finanziati da diversi enti nazionali ed internazionali.