Bruxelles 1966: il Partizan a un passo dalla gloria europea

La storia delle squadre jugoslave nelle competizioni calcistiche europee è povera di successi, ma ricca di episodi incredibili. A riguardo ci si ricorda principalmente della vittoria della Stella Rossa nella penultima edizione della Coppa dei Campioni, quella del 1991, con il paese sull’orlo del baratro della guerra.

Prima, però, di quel successo ci fu un’altra impresa, il cui sessantesimo anniversario cade proprio quest’anno. Perché prima che Prosinečki, Mihajlović, Pančev e Stojković sollevassero la cosiddetta “Coppa dalle grandi orecchie”, ci fu un’altra squadra che andò a un passo dall’alzare il più importante trofeo continentale. Ci fu il Partizan di Šoškić, Jusufi, Vasović, Hasanagić e Galić, che arrivò fino all’ultimo atto, ovvero la finale della Coppa dei Campioni dell’11 maggio del 1966.

Il documentario del 2016 in occasione del 50 anniversario della finale di Coppa dei Campioni

Gli inizi e i primi trofei

La storia della squadra inizia con la fine del secondo conflitto mondiale. Con l’arrivo al potere di Tito e della Lega dei Comunisti, viene riformato il sistema sportivo e i club che competevano prima della guerra vengono rinominati o chiusi completamente. Il Partizan nasce il 4 ottobre 1945 come la società polisportiva legata alla Jugoslovenska Narodna Armija, ovverosia l’esercito.

I primi successi a livello nazionale arrivano quasi subito: i rossoblu – primi colori societari – si laureano campioni di Jugoslavia già nella seconda edizione del campionato, quella 1946/1947, schierando tra le proprie fila giocatori quali Stjepan Bobek (ancora oggi miglior marcatore della storia del club), Zlatko Čajkovski, Florijan Matekalo e Franjo Šoštarić, guidati dalla panchina dall’esperto allenatore ungherese Illés Spitz. Al successo in campionato si aggiunge il trionfo nella Coppa di Jugoslavia del 1947.

La squadra che vinse la Coppa di Jugoslavia del 1947 (Wikimedia Commons/AndreaD’orio)

Nelle stagioni successive il Partizan si conferma come una delle forze maggiori nel panorama calcistico jugoslavo, vincendo altri due titoli e tre ulteriori coppe nazionali a cavallo tra la fine degli anni Quaranta e l’inizio degli anni Cinquanta.

La prima storica apparizione in Europa

Nel 1955 nasce, per idea dell’editore della testata giornalistica francese L’Équipe Gabriel Hanot, la Coppa dei Campioni, una competizione europea designata a stabilire quale fosse la miglior squadra di calcio europea. L’organizzazione della kérmesse venne affidata alla neonata Uefa, che si prese la briga di invitare quelle che, secondo loro, erano le migliori squadre del continente.

Tra queste ci fu anche il Partizan, che fu protagonista della prima storica partita della competizione. Il 4 settembre 1955 i belgradesi affrontarono i portoghesi dello Sporting Lisbona nell’andata degli ottavi di finale. L’incontro terminò con uno spettacolare 3-3: per il Partizan Miloš Milutinović segnò una doppietta – sarà poi capocannoniere di quella edizione – al quale si aggiunse l’unico gol europeo della carriera di Stjepan Bobek.

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L’arrivo delle Partizanove Bebe

Il 1958 segna una svolta epocale per la squadra di Belgrado. Il Partizan non sta passando un bel periodo per un club di quel calibro: non vincono un campionato dal 1949, gli unici trionfi arrivano nella Coppa di Jugoslavia (1952, 1954 e 1957). Per prima cosa, cambiarono i colori sociali della squadra, passando dalla già citata combinazione rossoblù a quella odierna bianconera.

Il Partizan che vinse la Coppa di Jugoslavia nel 1952 (Wikimedia Commons/AndreaD’orio)

Il motivo del cambio lo raccontò Stjepan Bobek ad alcuni giornalisti nei primi anni Duemila: dopo una partita con la Juventus durante una tournée nell’America del Sud, il club torinese regalò agli jugoslavi due dei loro completi in quanto molto soddisfatti e ammaliati dal gioco espresso dal Partizan. I giocatori apprezzarono molto sia i colori che la qualità delle maglie, chiedendo alla dirigenza di indossarle sempre.

Il cambio di colori sociali sembrò portare una ventata di aria fresca nella società, anche sul campo. Inizia a prendere sempre più piede la nuova leva che sta arrivando in prima squadra dal settore giovanile, partendo dal reparto difensivo. In porta c’è Milutin Šoškić, che in breve tempo si prende anche la fascia di capitano, confermandosi come uno dei migliori estremi difensori del paese. Davanti a lui un libero che farà scuola in patria prima e in Europa poi, ovvero Velibor Vasović. Sulla destra entra in scena un velocissimo terzino, Fahrudin Jusufi.

Dall’altra parte del campo inizia a farsi strada a suon di gol anche Vladimir Kovačević, conosciuto da tutti come Vladica. In quel reparto lo raggiunge un ventenne promettente dal Proleter Zrenjanin che si chiama Milan Galić. Negli anni seguenti il Partizan integra a loro giocatori provenienti anche da altre squadre: nel 1959 arriva sempre da Zrenjanin il centrocampista Radoslav Bečejac. Questa sarà l’ossatura di quelli che verranno definiti come le Partizanove Bebe, i bimbi del Partizan.

Vladica Kovačević in un’amichevole allo Stadion Jna contro il Fk Palilulac (Wikimedia Commons/Batavele)

Nei primi anni Sessanta la scena è tutta loro poiché da eterni secondi passano ad essere la forza dominante della Prva Liga jugoslava, vincendo tre titoli di fila tra il 1961 e il 1963. Durante quelle stagioni la squadra si rinforza ulteriormente: dal Montenegro arrivano la punta Mustafa Hasanagić (dal FAP Priboj) e il difensore Branko Rašović (Budućnost Podgorica), da Novi Sad giunge l’attaccante sloveno Josip Pirmajer. Dal settore giovanile, invece, salgono in prima squadra il terzino sinistro Ljubomir Mihajlović e l’ala destra Mane Bajić.

L’Europa chiama di nuovo Belgrado

I successi in patria non si riflettono però in campo internazionale; infatti, nella Coppa dei Campioni il Partizan non va molto lontano: nell’edizione 1961/1962 passano il preliminare contro i portoghesi dello Sporting Lisbona, ma al primo turno escono sconfitti dalla Juventus. L’anno successivo i bianconeri non superano nemmeno le eliminatorie venendo sconfitti dai bulgari del CSKA Sofia. Fanno meglio nell’edizione 1963/1964, quando al primo turno battono i lussemburghesi del Jeunesse Esch, ma vengono estromessi ai quarti di finale dai futuri campioni dell’Inter.

In quella stessa stagione il Partizan arriva secondo nella Prva Liga, ma nella stagione successiva i crno-beli ritornano a vincere il campionato, battendo il Fk Sarajevo di ben otto lunghezze. Nel 1965 arriva sulla panchina belgradese proprio l’allenatore dei vicecampioni di Jugoslavia Abdulah Gegić.

Con il titolo nazionale si ritorna in Europa e al turno preliminare di Coppa dei Campioni il Partizan viene accoppiato ai campioni di Francia del Nantes. Il 22 settembre 1965 allo Stadion Jna i bianconeri esordiscono con una vittoria per 2-0 grazie alle reti di Milan Galić e Mustafa Hasanagić.

Il ritorno si gioca a Nantes il 13 ottobre: vanno in vantaggio i francesi con Francis Magny intorno alla mezz’ora, ma dieci minuti dopo Vladica Kovačević riporta il punteggio in equilibrio. Galić porta in vantaggio i bianconeri all’inizio della ripresa, ma Bernard Blanchet segna la rete del definitivo 2-2, risultato sufficiente alla squadra di Gegić per approdare alla fase successiva. Sarà l’ultima partita disputata quell’anno da Milan Galić: passerà dal campo di gioco alle caserme dell’esercito causa leva militare.

Alcune azioni di Mustafa Hasanagić nella partita di ritorno del preliminare contro il Nantes

I brutti, sporchi tedeschi

Il sorteggio per il primo turno accoppia il Partizan ai campioni di Germania del Werder Brema. Allo Stadion Jna, il 9 novembre, va tutto per il verso giusto. I gol di Jusufi, Hasanagić e Pirmajer mettono la squadra belgradese in una posizione di grande vantaggio in vista del ritorno in Germania.

Mustafa Hasanagić, Fahrudin Jusufi e Josip Pirmajer (collage dell’autore)

Al Weserstadion va in scena un bruttissimo spettacolo: i tedeschi giocano sporco, con l’arbitro scozzese Thomas Wharton che lascia correre; il campo è in condizioni pessime e il pubblico molto ostile. Il Werder va in gol con Arnold Schütz, giocatore che verrà poi espulso dopo aver scatenato una rissa con Radoslav Bečejac, espulso anche lui di conseguenza. Al termine della partita, i giocatori e lo staff del Partizan devono aspettare due ore, come raccontato dal portiere Šoškić, prima di potere uscire dagli spogliatoi. Gli jugoslavi, comunque, passano al turno successivo.

Quando tutto sembra perduto…

Dopo l’infelice trasferta tedesca il Partizan trova ai quarti di finale i campioni di Cecoslovacchia, lo Sparta Praga. I cecoslovacchi stanno vivendo una seconda epoca d’oro nel proprio calcio: la nazionale è tra le più forti del mondo essendosi classificata terza alla prima edizione dei Campionati Europei e vicecampione del mondo 1962. Anche lo Sparta Praga è forte, molto forte.

Lo dimostrano proprio contro i crno-beli, che il 2 marzo 1966 partono scendono in campo allo Stadion Letná. Per il Partizan le cose sembrano mettersi per il verso giusto, quando al minuto 16 Mustafa Hasanagić li porta in vantaggio. Ma da lì in poi la scena se la prende qualcun altro, che risponde al nome di Andrej Kvašňák. Il centrocampista slovacco gioca la partita della vita segnando una tripletta, intervallata anche da una rete di Václav Mašek. Lo Sparta Praga vince 4-1.

Il 9 marzo il Partizan è chiamato all’impresa di ribaltare il risultato davanti al proprio pubblico: bisogna segnare almeno quattro gol per approdare alle semifinali. Nonostante la difficoltà ci credono tutti, giocatori in campo e tifosi sugli spalti.

Non passano neanche quattro minuti e segna Vladica Kovačević. È l’inizio di una rimonta storica. Prima della mezz’ora i bianconeri sono sopra 3-0 dopo la rete di Velibor Vasović e un’ulteriore marcatura di Kovačević. A dieci minuti dall’intervallo Mustafa Hasanagić segna il quarto gol: ora il Partizan è complessivamente in vantaggio. Al 71’ sempre Hasanagić chiude i conti. Il computo totale recita Partizan 6, Sparta Praga 4. Si va in semifinale.

La sfida più difficile

Al Partizan mancano due partite per raggiungere quella che sarebbe una storica finale di Coppa dei Campioni, ma in semifinale si ritrova ad affrontare una delle squadre più forti dell’epoca, il Manchester United. Gli inglesi sono, in un certo qual tragico modo, legati alla capitale jugoslava, perché i Busby Babes rientravano proprio da Belgrado quando avvenne il disastro aereo di Monaco di Baviera.

L’andata si gioca allo Stadion Jna il 13 aprile. I Red Devils hanno tra le proprie fila vere e proprie leggende del calcio mondiale: da Nobby Stiles a George Best, da Bobby Charlton a Dennis Law. Nel primo tempo sono gli inglesi a mettere in difficoltà la retroguardia del Partizan. Al 38’ George Best si invola verso l’area e lascia sul posto Šoškić, guadagnando la linea di fondo. La porta è praticamente sguarnita e in mezzo all’area piccola c’è Dennis Law, ma l’intervento provvidenziale di Ljubomir Mihajlović in spaccata fa sbattere il pallone sulla traversa.

Alcune azioni della semifinale di andata contro il Manchester United

I crno-beli, sospinti anche dal pubblico di casa, non lasciano respirare gli avversari, mettendoli sotto pressione per tutto il primo tempo. Nella ripesa la situazione non cambia, anzi. Fahrudin Jusufi effettua un traversone dal vertice destro dell’area di rigore e trova Hasanagić che di testa batte sia il difensore Foulkes che il portiere dello United Gregg, portando così in vantaggio il Partizan.

La squadra di Gegić continua con gli attacchi, innervosendo sempre di più gli avversari che concedono un altro gol un quarto d’ora dopo. Kovačević accentra il pallone al limite per Vasović che, con un bel filtrante a scavalcare la difesa, trova Radoslav Bečejac in mezzo all’area: stop di petto, pallone che rimbalza per terra e diagonale fulmineo per il raddoppio.

Quando mancano poco più di dieci minuti alla fine ci sarebbe anche il terzo gol: su un pallone alto Nobby Stiles rinvia male, dai venticinque metri arriva Hasanagić che scaglia un’autentica sassata sotto la traversa. Il problema è che il direttore di gioco, il tedesco occidentale Kurt Tscheschner, aveva fischiato un fallo poco prima del tiro dell’attaccante del Partizan.

Il 20 aprile le squadre si affrontano nel ritorno al famigerato Old Trafford. Ai belgradesi basterebbe un pareggio a reti inviolate per approdare in finale. A questo giro, sono gli inglesi a mettere sotto i bianconeri, esprimendo un gioco offensivo che lascia poco spazio di manovra alla squadra guidata da Abdulah Gegić. Infatti, il Partizan sotto pressione cede al 75’, quando, dopo una mischia furibonda in area, Stiles effettua un cross rasoterra da sinistra sul primo palo: l’estremo difensore jugoslavo Šoškić non riesce a tenere il pallone fuori dalla propria porta. Il Manchester United è in vantaggio.

La semifinale di ritorno giocata all’Old Trafford

Negli ultimi minuti il Partizan tiene il campo e riesce a scamparla. Al fischio finale dell’arbitro svizzero Gottfired Dienst il tabellone recita Manchester United 1, Partizan 0. È la più dolce delle sconfitte, perché i crno-beli staccano il pass per la finale dell’11 maggio di Bruxelles, la prima della storia per una squadra proveniente da una repubblica oltre la Cortina di Ferro.

A fine partita è proprio l’allenatore dei Red Devils, il leggendario Matt Busby, a fare gli auguri al Partizan per la finale, come riportato sull’edizione del giorno successivo del quotidiano Borba:

I campioni jugoslavi sono stati davvero la squadra migliore in entrambe le partite e meritatamente andranno a giocarsi il trofeo più importante. Spero con tutto il cuore che riescano a vincere.

Matt Busby, allenatore del Manchester United

La fine del sogno

Partizan – in piedi: Hasanagić, Pirmajer, Mihajlović, Šoškić, Vasović, Rašović; accovacciati: Jusufi, Bečejac, Kovačević, Bajić, Galić (Wikimedia Commons/Archivio Nazionale dei Paesi Bassi)
Real Madrid – in piedi: Araquistáin, Pachín, de Felipe, Sanchís, Pirri, Zoco; accovacciati: Serena, Amancio, Grosso, Velázquez, Gento (Wikimedia Commons/Archivio Nazionale dei Paesi Bassi)

11 maggio 1966, stadio Re Baldovino di Bruxelles. Il Partizan, per la prima volta, scenderà in campo per agguantare il trofeo della Coppa dei Campioni e per salire sul tetto d’Europa. Dall’altra parte della barricata c’è, forse, il più temibile di tutti gli avversari, ovvero i giganti spagnoli del Real Madrid che, di Coppe dei Campioni, ne hanno già vinte cinque alla fine del decennio precedente.

I bianconeri arrivano alla finale ritrovando l’attaccante Milan Galić, rimasto fermo praticamente tutta la stagione a causa del servizio militare. Infatti, non è in forma smagliante non essendosi allenato per nove mesi.

In realtà, non è solo Galić a non essere completamente in forma: stando a quello che raccontò Radoslav Bečejac al portale Mondo, la squadra era stata smantellata prima della finale, con metà dei giocatori che erano già stati venduti. Ad esempio, Milutin Šoškić che, stando ad un articolo di Borba uscito due giorni dopo la finale, avrebbe firmato qualche ora prima della partita un contratto con il Colonia per andare a giocare in Germania.

Le squadre scendono in campo alle ore 19:30: il Real Madrid schiera José Araquistáin tra i pali, la retroguardia è composta da Manuel Sanchís a sinistra e Pachín a destra. I centrali difensivi sono Zoco e De Felipe. Il centrocampo è a due con Manuel Velázquez e Pirri. È la linea offensiva de Los Blancos a far paura: sull’ala mancina c’è Paco Gento, Fernando Serena a destra, al centro Ramón Grosso e il temutissimo Amancio.

Le formazioni in campo al Re Baldovino di Bruxelles (Wikimedia Commons/Zotteteen1)

Abdulah Gegić decide di specchiare la formazione madrileña: il già citato Šoškić è tra i pali, davanti a lui i quattro difensori con a sinistra Mihajlović, i centrali Rašović e Vasović, mentre a destra c’è Jusufi. La coppia di centrocampisti è composta da Bečejac e Kovačević. In attacco ci sono Pirmajer sulla sinistra, in mezzo Galić e Hasanagić, mentre sull’ala destra si trova Bajić.

Entrambe le squadre non si mettono scrupoli e giocano molto in attacco, con il Partizan che ha alcune incredibili occasioni da gol: un calcio di punizione indiretto di Galić viene subito deviato in calcio d’angolo. Ad un certo punto Pirmajer si smarca e a porta vuota non riesce a concretizzare. Ci prova Hasanagić da venti metri, ma Araquistáin gli nega la rete. Poi è di nuovo Galić a provarci due volte: prima il suo tiro finisce di poco a lato, quello successivo termina la propria corsa sopra la traversa. Anche il Real Madrid si fa pericoloso nel primo tempo, in particolare con Velázquez e Gento che non riescono a battere Šoškić.

Succede tutto nel secondo tempo. Dopo 56 lunghi minuti la partita si sblocca. Calcio d’angolo dalla sinistra battuto da Pirmajer che spiove sul secondo palo, torre di Hasanagić verso il centro e Velibor Vasović si fa trovare prontissimo, con la sua incornata che batte Araquistáin. Sembra andare tutto per il verso giusto.

Un quarto d’ora dopo la fantasia e il tasso tecnico del Real Madrid iniziano a far vacillare il sogno bianconero: Amancio prende palla al limite dell’area, lascia sul posto sia Bečejac che l’autore del gol Vasović, Šoškić esce alla disperata, ma l’attaccante spagnolo boccia il pallone che finisce dentro. Los Blancos hanno pareggiato. Poco più di cinque minuti dopo, su un ribaltamento di fronte, l’ala destra Serena tira un autentico scaldabagno da venticinque metri sul quale Šoškić non può nulla.

Sarà la rete decisiva. Il Real Madrid vince così per la sesta volta in dieci stagioni il titolo di Campione d’Europa.

La finale in versione integrale

Un ricordo che vive ancora oggi

L’impresa delle Partizanove bebe, del quale quest’anno ricorre il sessantesimo anniversario, è nelle menti e nei ricordi dei grobari, anche di chi non l’ha vissuta in prima persona. A cementare l’importanza e la grandezza delle gesta di questa squadra ci ha pensato soprattutto il collettivo ultras Grobarski trash romantizam che, oltre al murale raffigurato nella copertina di questo articolo, ha pubblicato il libro Crno-beli rolerkoster: Priča o Partizanovim Bebama i filozofiji Jsd Partizan (in italiano: L’ottovolante bianconero: la storia dei bimbi del Partizan e della filosofia del Jsd Partizan), che riprende il percorso della squadra fino alla finale di Bruxelles.

Una sconfitta annunciata?

Dai giorni successivi e per anni a seguire, ci furono delle voci riguardo a quella finale: si diceva che il Partizan, per un qualche motivo, quella partita l’avesse venduta. La verità era un’altra. Oltre al fatto che, come abbiamo già visto in precedenza, la squadra per metà era stata ceduta, c’erano due giocatori non propriamente in condizioni di giocare.

Nella già citata intervista a Radoslav Bečejac per il portale Mondo, vengono riportate alcune frasi dell’allora capitano Velibor Vasović, in cui dichiara che Kovačević avrebbe giocato la finale con una brutta polmonite e la febbre a 38,5. Allo stesso modo la scelta di schierare Milan Galić dal primo minuto – che non era in condizione di giocare al rientro dalla leva militare – non fu dell’allenatore Gegić, ma dei generali dell’esercito jugoslavo.

A causa di queste scelte termina così l’epopea delle Partizanove bebe. Un finale amaro per un’impresa che rimarrà il punto più alto del calcio jugoslavo fino al 1991, quando la Stella Rossa riuscirà ad agguantare la cosiddetta “Coppa dalle grandi orecchie”.

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Tobias Colangelo
Tobias Colangelo

Laureato in Scienze della Comunicazione, si occupa principalmente di calcio e basket specificatamente nell'area balcanica, avendo vissuto in Serbia nel periodo tra agosto 2014 e luglio 2015. Ha collaborato da giugno 2020 a dicembre 2021 con la redazione sportiva di East Journal. É stato co-autore del podcast "Conference Call" e autore della rubrica "CoffeeSportStories" sul podcast "GameCoffee". Attualmente, è autore del canale YouTube "Storie di Gente Sportiva".