Da Göd all’Europa: come il boom delle batterie elettriche in Ungheria si intreccia con le elezioni politiche

Non tutti i “ponti” facilitano le connessioni. O meglio, a volte, tramite il riorientamento e la riorganizzazione infrastrutturale dell’economia di un paese si creano effetti e conseguenze indesiderate, che arrivano a mettere in discussione lo stesso sistema di rapporti e interdipendenze.

Le recenti elezioni parlamentari in Ungheria – che hanno visto la clamorosa e schiacciante vittoria del partito d’opposizione Tisza, guidato da Péter Magyar, sul primo ministro uscente Viktor Orbán, leader di Fidesz e al potere della repubblica magiara per sedici anni ininterrotti – raccontano forse anche di crescenti fratture socio-ambientali sottostanti ai temi della corruzione e dell’autoritarismo, su cui comunque (e legittimamente) si è concentrata grossa parte della campagna interna in vista del voto e molta della discussione internazionale sul responso delle urne.

Seguendo per una ventina di chilometri il corso del Danubio a nord della capitale Budapest, per esempio, si arriva a Göd – cittadina di circa 18mila abitanti cinta da un lato dalle acque del fiume e dall’altro da terreni che diventano via via sempre più boschivi.

Una buona fetta di alberi così come di appezzamenti utilizzati dai cittadini per coltivazione e allevamento sono però “erosi” dall’espansione di una fabbrica di assemblaggio di batterie elettriche di proprietà della multinazionale sudcoreana Samsung, vero e proprio “gigante industriale” che campeggia al limite del centro abitato e che, oltre che per l’impatto visivo, rende manifesta la propria presenza emettendo strepiti e clangori metallici quasi ininterrottamente.

Göd Samsung
Fabbrica di assemblaggio di batterie elettriche a Göd di proprietà Samsung (Meridiano 13/Francesco Brusa)

Qui dal 2020 è attivo un comitato locale che denuncia l’allargamento arbitrario del complesso e le ripercussioni negative della sua attività nell’ambiente circostante (in particolare l’inquinamento delle acque e del suolo, che hanno spinto diversi residenti che possedevano animali a trasferirsi altrove).

Lo stesso tessuto urbano sembra quasi “in lotta” con il colosso della Samsung: a ridosso delle case più prossime alla fabbrica, proprio per provare a contenerne i rumori, è stato innalzato un confine composto da pannelli fonoassorbenti che si interseca con un vasto pratone semi-attrezzato a parco giochi, dove scivoli e altalene hanno come sfondo le esalazioni del processo di assemblaggio.

Göd giochi
Prato adibito a parco giochi davanti alla fabbrica di Göd (Meridiano 13/Francesco Brusa)

“In Ungheria l’impegno dei movimenti ambientalisti di natura civica è molto cresciuto negli ultimi anni”, spiega Alexandra Czeglédi, impegnata nel progetto Grassroots responses to green transitions (“risposte dal basso alla transizione verde”, condotto da Linda Szabó con contributi di Márton Czirfusz) in qualità di membro del centro di ricerca indipendente Periféria, con cui ha elaborato collettivamente le risposte fornite a Meridiano 13.

Ma è soprattutto dal 2023 che assistiamo a un loro percorso di istituzionalizzazione, con la creazione cioè di associazioni formali, grazie a cui hanno acquisito maggiore visibilità nel panorama mediatico e una maggiore capacità di diffondersi come rete anche in altre parti del territorio. Parallelamente, è aumentata anche la competenza dei diversi leader nel condurre efficacemente le campagne di protesta e, appunto, di stringere legami solidi con il comparto giornalistico.

Uno dei comizi pre-elettorali più significativi da parte di Péter Magyar si è svolto proprio a Göd e ha avuto come oggetto principale della discussione la questione della fabbrica Samsung, attirando numerose persone.

Due mesi prima del voto, inoltre, ha fatto scalpore sulle cronache nazionali un’inchiesta del sito Telex in cui si rivelava che figure interne all’allora governo Orbán, come l’ex-ministro degli Esteri e delle Comunicazioni Péter Szijjártó, avrebbero deliberatamente ignorato report confidenziali che indicavano numerose e gravi problematiche ambientali causate dal complesso di assemblaggio di batterie elettriche.

D’altra parte, a livello di distribuzione e conteggio delle preferenze, la nuova forza di governo Tisza è riuscita a prevalere alle elezioni perché ha conquistato, oltre ai distretti della capitale Budapest, la maggioranza delle province e dei contesti non-urbani nel paese – che per molto tempo erano stati roccaforti di Fidesz. Questo è stato dovuto alla caparbietà con cui l’(ex-)opposizione si è fatta conoscere in maniera capillare su tutto il territorio (procedendo a un ritmo di quattro-cinque comizi in località diverse al giorno, durante il periodo più a ridosso del voto) nonché, in generale, a uno sgretolamento del consenso di Orbán che è sembrato sempre più inesorabile e diffuso anche in termini geografici.

Tuttavia, non è detto che pure le crescenti frizioni fra esigenze delle comunità locali ed espansione di imprese industriali a capitale straniero non abbia giocato un ruolo nel cambiare la percezione maggioritaria della popolazione.

In questo senso, Göd rappresenta un caso di scuola rispetto alle modalità con cui il sistema di potere costruito da Fidesz si sia intrecciato con interessi economici più ampi: basti pensare che, attraverso alcune forzature legislative, i proventi delle tasse che la Samsung era costretta a pagare per l’utilizzo dei terreni sono stati in un primo tempo dirottati dall’amministrazione comunale, che era in mano a forze d’opposizione, a quella regionale, governata invece dal partito di Orbán; qualche anno dopo (quando invece Göd è tornata a essere guidata da Fidesz e la regione è passata all’opposizione), ecco che i proventi sono stati reindirizzati verso le casse cittadine.

“Con l’arrivo di Tisza si sono create molte aspettative presso i movimenti ambientalisti”, prosegue Alexandra Czeglédi, spiegando come queste organizzazioni, il più delle volte nate con una connotazione puramente civica e dunque locale e apartitica, si siano poi progressivamente politicizzate.

Nel 2023, attraverso l’approvazione della legge sulla protezione della sovranità (misura con cui è stato creato un ufficio incaricato di redigere liste di associazioni e soggetti che ricevevano finanziamenti esteri “pericolosi” per la sovranità nazionale, ndr), il governo di Orbán aveva catalogato diversi di questi movimenti come entità “sospette”. Si è trattato dell’atto più apertamente ostile nei loro confronti, che credo sia anche uno dei motivi per cui le iniziative ambientali si sono in realtà rafforzate e hanno assunto sempre più un orientamento contrario al sistema di potere di Fidesz. Da lì, infatti, alcuni membri hanno magari iniziato a far campagna per Tisza oppure sono diventati addirittura consiglieri comunali dell’opposizione in alcune località

Allo stesso tempo, questa dinamica di crescente politicizzazione ha costituito anche la base su cui anche forze di estrema destra hanno tentato e tentano di unirsi ad alcune delle mobilitazioni di denuncia degli effetti inquinanti del settore della produzione e assemblaggio di batterie elettriche.

A Debrecen, seconda città del paese al confine con la Romania e anch’essa cinta da foreste e importanti riserve naturali, le proteste riguardano l’apertura della fabbrica dell’azienda cinese Catl iniziata nel 2022: un complesso mastodontico che dovrebbe arrivare a essere il più grande d’Europa (oltre 200 ettari di terreno).

Come ha notato di recente il ricercatore Bálint Kronstein in uno studio sul tema, “una decisione portata avanti senza la partecipazione dei cittadini [quella di aprire la fabbrica, ndr] – vale a dire una decisione intrapresa nonostante le loro opinioni – ha creato una situazione in cui – accanto al movimento di opposizione civica auto-organizzato – i partiti di estrema destra hanno intravisto un’opportunità, che hanno poi strumentalizzato per i propri fini”.

Assieme a rimostranze e dubbi fondati riguardanti le conseguenze ambientali del nuovo polo industriale e il suo impatto sulla comunità locale, si sono diffuse anche notizie false e messaggi tesi a spostare paure di natura xenofoba su altri elementi, come l’arrivo di migliaia di lavoratori dall’estero. Dinamica che però, nota l’autore, è facilitata dal modo in cui il governo Orbán in primo luogo ha inquadrato la scelta di rendere l’Ungheria un centro di attrazione di investimenti per il settore delle batterie elettriche: una strategia tutto sommato sensata, dato il collocamento specifico del paese all’interno del mercato globale, ma condita da una retorica concentrata sulla difesa della sovranità e caratterizzata dall’esigenza di una costante creazione di nemici esterni (rifugiati, che vengono appunto raggruppati in un’unica immagine coi lavoratori stagionali, investimenti stranieri ricondotti alla “figura-spauracchio” di George Soros, ecc.).

Göd ambiente
Il Danubio nei pressi della cittadina di Göd (Meridiano 13/Francesco Brusa)

“L’Ungheria occupa una posizione di ‘ponte’ in termini geopolitici, quasi con un ruolo di mediazione fra est e ovest, fra regimi non pienamente democratici né puramente autoritari”, spiega ancora Alexandra Czeglédi.

Si tratta di una condizione semiperiferica nella catena globale di produzione del valore, che parzialmente condiziona le decisioni governative in campo economico e industriale. Col regime di Orbán comunque abbiamo visto che dal 2010 è emersa una strategia del tutto nuova, che ha cercato di attrarre capitali stranieri in particolare nel settore delle batterie elettriche.

Negli ultimi anni, la repubblica magiara è diventata il terzo-quarto maggior centro di produzione al mondo in questo campo.

Gli investimenti di provenienza cinese e sud-coreana, conseguenza anche dalla dottrina di “apertura verso est” elaborata dal leader di Fidesz, sono aumentati al punto che nel 2024 sono arrivati a costituire il 51% del totale dei flussi di capitale estero (oltre 5miliardi di euro, senza contare che oltre a Debrecen una megafabbrica di veicoli della cinese Byd sta per entrare in funzione presso la città di Szeged/Seghedino). In generale, l’Ungheria si è gradualmente ritagliata un ruolo di “cinghia di trasmissione” fra il comparto automobilistico tedesco ed espansione di ditte asiatiche, nel contesto più ampio del processo di transizione verde che si sviluppa a livello europeo.

Più nello specifico, questa strategia si è tradotta in un tentativo di deregolamentare il più possibile per favorire gli investimenti e sostenere l’approvvigionamento di energia a basso costo tramite detassazione e grazie all’esenzione dalle sanzioni contro il gas e il petrolio provenienti dalla Russia. Così si è creato un regime economico molto flessibile, in cui le norme per la protezione ambientale sono poco o per nulla rigide allo stesso modo della regolamentazione in materia di diritti del lavoro.

Non stupisce dunque che in una dinamica siffatta conflitti e frizioni diventino sempre più all’ordine del giorno, e coinvolgano un numero crescente di persone e località.

A partire da esperienze come quella di Göd, infatti, si sta sviluppando una rete informale di movimenti simili che al momento coinvolge oltre trenta cittadine sul territorio nazionale e che collabora per scambiarsi informazioni e per condividere prospettive sulle modalità di protesta e azione.

Oppure, come accennato, le fratture si producono direttamente a livello di politica rappresentativa: a Bátonyterenye, nord-est della capitale, il consiglio comunale ha deciso di intentare causa contro la fabbrica locale di riciclaggio di batterie elettriche della sudcoreana SungEel, sfidando le decisioni del governo centrale di garantire permessi di espansione della struttura industriale e spingendo infine il sindaco István Orosz a uscire dal partito Kdnp (alleato di Fidesz) e promuovere attivamente la campagna elettorale di Tisza.

Tuttavia, conclude Czeglédi:

il boom delle batterie elettriche si è affermato come colonna portante dell’economia ungherese e non è una tendenza che può essere cancellata o invertita dall’oggi al domani. I risultati delle elezioni danno adito a qualche speranza in più, anche solo per il fatto che potrebbero portare a un maggiore spazio di agibilità per i movimenti civici. Così come è probabile che ci sia un maggiore allineamento fra comitati locali e governo nel ritenere che, se pur dovesse rimanere come tale, il settore va fortemente regolamentato in termini di norme ambientali e di diritti sul lavoro. Allo stesso tempo, però, a livello europeo non ci sono in essere politiche molto stringenti che potrebbero pressare l’esecutivo a prendere iniziative in tal senso e la produzione di batterie elettriche è comunque promossa come passo necessario per la transizione verde.

Ma, ancora, la sensazione – rafforzata dallo “strappo” storico rappresentato dal voto dello scorso aprile, che ha messo fine a sedici anni di dominio di Fidesz nel paese – è che in Ungheria il “sistema Orbán” sia arrivato a un punto di esaurimento anche per le sue conseguenze più economico-comunitari, e di rapporto fra poteri centrali e locali, oltre che per i suoi aspetti smaccatamente illiberali e autoritari.

Costretta in un ruolo di “ponte” dalle dinamiche del mercato globale, con i suoi recenti sviluppi politici la repubblica magiara mostra forse che le strade per andare da un lato all’altro delle catene di produzione del valore non sono mai lineari o univoche e che, nei pressi degli “svincoli sociali”, sono magari possibili svolte e cambiamenti di percorso, alcuni nodi comunque restano aperti.        

Condividi l'articolo!
Francesco Brusa
Francesco Brusa

Giornalista pubblicista, collabora con diverse riviste e diversi siti on-line, occupandosi principalmente di quanto si muove a livello politico e sociale in area est-europea e anatolica. Ha scritto di proteste femministe in Polonia, dell’elezione del primo sindaco comunista eletto in Turchia, di compagnie teatrali clandestine in Belarus' e di cosa vuol dire fare informazione indipendente in Transnistria.