Lo scorso 6 dicembre, nell’ambito della fiera della piccola e media editoria Più Libri Più Liberi, l’artista, scrittore e attivista Dejan Atanacković ha presentato al pubblico romano l’edizione italiana del suo romanzo Lusitania (Bottega Errante Edizioni, 2025) in dialogo con Paolo Di Paolo. Il libro ha ottenuto nel 2017 il maggiore riconoscimento letterario in patria, il prestigioso premio NIN, ed è arrivato sui nostri scaffali nella traduzione di Valentina Marconi.
Atanacković ha subito introdotto il contesto che fa da cornice alla propria opera. Ambientata durante la Grande Guerra, nella Belgrado del 1915, in realtà tocca e solleva molte questioni legate alla Serbia indipendente, agli scossoni politici e sociali degli ultimi tre decenni, di cui lo stesso autore, classe 1969, è testimone diretto.
Lo scrittore ha sottolineato come l’arte visiva sia il suo ambito e ambiente primario, al quale affianca un intenso impegno nell’attivismo politico, che l’ha portato a essere arrestato in primavera e ad avere tuttora quattro processi in corso, due dei quali penali.
La genesi di Lusitania
Di Paolo ha presentato Lusitania come un romanzo molto difficile da raccontare, multiforme, un libro mutevole che cambia fattezze durante il processo di lettura: in parte saggio, in parte trattato sulla psichiatria, popolato di personaggi realmente esistiti e frutto dell’inventiva di Atanacković. La matrice storica è reale, così come la comunità dell’ospedale psichiatrico di Belgrado che si è rifugiata tra le mura del nosocomio per sfuggire alla follia del primo conflitto mondiale.
In questo interstizio tra realtà e finzione non è più funzionale la distinzione tra i personaggi veri e quelli inventati, che a un certo punto assumono anche identità bestiali indossando appositi copricapi raffiguranti teste di animali, in una sorta di etologia della pazzia – rimando all’esperienza di Dejan Atanacković al Museo di storia naturale di Firenze. Ognuno è un atto d’accusa nei confronti della società esterna al manicomio, che si dimostra avvolta e avvinta alla follia ben più dei pazienti psichiatrici ricoverati.
Atanacković ha ripercorso la genesi di Lusitania, raccontando che tutto è iniziato nel 2014, in occasione di una mostra legata al centenario dall’inizio della prima guerra mondiale, al quale gli è stato chiesto di partecipare. Nello stesso anno è caduto anche il 25esimo anniversario dalla disastrosa dissoluzione della Jugoslavia. Un periodo che ha nutrito il nazionalismo serbo, sostituendo gli eventi legati alla resistenza partigiana con altri molto più lontani nello spazio e nel tempo, allo scopo di distruggere il paese.
“Nel 2014 è iniziato il ritorno alla storia mitologizzata, legata a eventi che non si sarebbero più potuti verificare, e con esso una permanente e costante corruzione della memoria, la quale ha aperto la strada alla corruzione dei restanti livelli della società – economico, politico, sociale. Tutto parte sempre da un’importante corruzione della memoria, dal contare su una mancanza di vari generi di consapevolezza.
La risposta alla proposta da parte mia è stato un racconto, poco pratico per essere incluso in una mostra, che ho spezzettato e presentato come pseudoarchivio, ma anche distribuito a mo’ di volantino. Tra le persone che l’hanno preso c’era anche il mio futuro editore, che trovandolo interessante mi ha proposto di espanderlo in un romanzo. Per me è stata la prima prova con la scrittura in quanto artista visivo. La Lusitania nasce da questo racconto.
Nella mia ricerca di un argomento che poteva collegarsi alla prima guerra mondiale evitando temi nostalgici e patriottici, ho trovato la storia dell’ospedale psichiatrico di Belgrado. L’invasore aveva infatti lasciato i ricoverati nella loro autonomia, una sorta di extraterritorialità che ha già insito qualcosa di molto sovversivo, e all’interno vi si nascondevano molte persone, tra cui lo scrittore Petar Kočić, citato in epigrafe.
Già nel 2014 noi cittadini avremmo dovuto capire di essere stati marginalizzati, di aver perso la nostra nazione, che andava ricostruita daccapo, perciò ho voluto che quei pazienti in condizioni di assoluta marginalizzazione creassero una nazione a sé, con un’organizzazione precisa. Doveva essere un’utopia, ma poi molti personaggi sono saltati fuori da archivi, da ricerche online, e ho perso il filo di quali erano reali e quali no, l’importante era che il contesto sembrasse reale.”
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Stupidità, ragione, follia e nazionalismo
Lo stato utopico di Lusitania ha un numero limitato e ristretto di membri, 120. Di Paolo ha fatto notare come l’egualitarismo all’interno si contrapponga alle minacce esterne, riprendendo una citazione dalle prime pagine del libro:
Cosa è contrario alla ragione e non si può giustificare con la follia? […] la ragione e la follia non sono che due varianti dello stesso destino umano, separatesi per un concorso di circostanze. La ragione dunque non si contrappone alla follia, che di fatto è solo uno stato stigmatizzato della ragione stessa, bensì piuttosto alla stupidità umana.
Alla domanda se sia il nostro destino diventare stupidi, Dejan Atanacković ha risposto dicendo che i cittadini odierni si trovano a confrontarsi con la stessa stupidità violenta delle guerre, di cui è stato testimone in prima persona, potendo osservare come il fenomeno veniva visto da dentro e da fuori, nonché il rapporto tra follia, ragione e stupidità agitarsi in quel contesto di efferatezza.
Tradizionalmente in questa regione si giustificano le follie con la stupidità… La stupidità viene sempre celebrata con sfarzo.
La storia in ex Jugoslavia è stata sostituita dalla paura, e la prima guerra mondiale viene rievocata come una sorta di fonte da cui scaturiscono i nazionalismi, prontamente strumentalizzati dalla propaganda che confonde vero e falso. “I poteri come quello in Serbia”, ha proseguito Atanacković, “contano sull’oblio, sulla distorsione della memoria, sulla memoria costruita. La sofferenza della prima guerra mondiale è reale, ho attinto alle memorie del mio bisnonno che ha vissuto il ritiro delle truppe serbe attraverso l’Albania, verso Corfù, inserendole nella storia. Tutte queste sofferenze reali vengono però trasformate in una sorta di arma da rivolgere contro qualcuno, per arrivare appositamente a una situazione di odio, in cui il cittadino medio si sente un’eterna vittima.
Nel cittadino serbo, lo trovate oggigiorno nelle retoriche nazionali, esiste un vittimismo che non permette la risoluzione di molte cose, un senso di ingiustizia legato al fatto che nella storia c’è sempre stato qualcosa contro i serbi e contro la Serbia, che è anche vero in parte, ma pure molto abusato come concetto. Oggi al governo c’è una struttura che funziona come un’organizzazione criminale e tiene sotto scacco il paese. Io stesso sono stato arrestato per la difesa del Savski most, quindi noi viviamo nella medesima situazione dei cittadini della Lusitania.
C’è una parte di società molto consapevole, europea, molto attiva; tanti dei miei colleghi sono ai domiciliari, io ho quattro processi in corso, di cui due penali. Uno di questi vede coinvolta un’impresa edilizia, incarnazione della maggiore fonte di corruzione – si veda la tragedia di Novi Sad – ed espressione più evidente della mancanza di uno stato di diritto. Noi stiamo portando avanti questa lotta per uno stato di diritto, contro questo sistema, e ho cercato di parlarne in modo allegorico anche nel libro.”
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Le proteste in Serbia secondo Dejan Atanacković
I riflettori sui Balcani siano molto intermittenti, basta pensare a come le guerre jugoslave vengono costantemente derubricate a guerre civili quando si parla del secondo dopoguerra e dei decenni di pace in Europa, ha evidenziato Di Paolo. Ciononostante, il crollo della pensilina è stato raccontato anche dai media occidentali come una miccia che ha portato a una ondata di partecipazione pubblica.
Atanacković ha risposto spiegando come la società serba sia molto divisa, una divisione proverbiale. “Il movimento studentesco ha indubbiamente una portata incredibile, in un paese con pochissimi media liberi e la maggioranza della popolazione che non riesce a informarsi, è stata lodevole l’iniziativa degli studenti di percorrere a piedi il paese passando per ogni villaggio e città allo scopo di far sapere ai cittadini quanto stava e sta tuttora avvenendo, della nazione che ci è stata rubata e del fatto che dobbiamo lottare per riaverlo.
E poi i due lunghi viaggi a piedi e in bicicletta per raggiungere Bruxelles e Strasburgo, perché la reazione dell’Unione europea negli ultimi anni è stata vergognosa, sempre a supporto del nostro presidente criminale. A questo nostro movimento il regime ha risposto con estrema violenza, bastonando, investendo, arrestando, perseguitando, facendo assalire da persone armate i manifestanti durante i cortei. Ora però assistiamo purtroppo a una mancanza di articolazione politica del movimento studentesco quando è assolutamente chiaro quale direzione dovrebbe prendere.
Nel frattempo l’Unione europea ha completamente cambiato la propria posizione, non è più interessata alla stabilocrazia di un delinquente, sta dando sostegno politico alla società civile serba. La mancanza di informazione in quanto tale non è una cosa positiva, la situazione in Serbia è molto pericolosa non solo per i cittadini serbi. Il nostro stato è attraversato da così tanti interessi internazionali – Cina, Russia, Stati Uniti – e non si sa cosa sia stato promesso e a chi, abbiamo miniere e colline dove vigono le leggi della Repubblica popolare cinese invece di quelle della Repubblica di Serbia, e questo può rivelarsi estremamente dannoso sia per la regione limitrofa che per l’Europa stessa.”
Lusitania di Dejan Atanacković, traduzione di Valentina Marconi, Bottega Errante Edizioni, 2025