L’ultima scena: Gian Maria Volonté a Mostar

6 dicembre 1994, Florina, Grecia nord-occidentale. Dopo un lunghissimo viaggio di sedici ore da Mostar (Bosnia ed Erzegovina), la troupe al seguito del regista Theo Angelopoulos si prepara a tornare sul set del film Lo sguardo di Ulisse. Nel cast anche Gian Maria Volonté. Quella mattina, però, l’attore italiano non lascerà mai la stanza 206 del Lingos Hotel.

Lo sguardo di Ulisse

Attraversare i Balcani alla ricerca di una storia nascosta del cinema. Questo l’intento di A, protagonista de Lo sguardo di Ulisse, interpretato da Harvey Keitel. Regista in esilio, A decide di intraprendere un viaggio con l’obiettivo di trovare tre bobine dei fratelli Manakis, pionieri macedoni del cinema balcanico, andate perdute. Partendo dalla sua Grecia, il protagonista attraversa tutta la regione passando per l’Albania, l’allora Repubblica Jugoslava di Macedonia, la Bulgaria, la Romania e la Serbia, per concludere il suo tormentato viaggio a Sarajevo.

Siamo nei primi anni Novanta, gli anni del crollo del comunismo, delle transizioni che lasciano un po’ di malinconia per un mondo che muore e qualche speranza, presto disattesa, per il mondo che nasce. Anni di veloci cambiamenti, in cui si abbattono statue, si compiono assedi e genocidi in nome di una patria non più unificante ma esclusiva.

Ci siamo dolcemente addormentati in un mondo e ci siamo bruscamente risvegliati in un altro.

tratta dal film Lo sguardo di Ulisse

A conservare l’oggetto del suo peregrinare, il protagonista troverà Ivo Levi, anziano direttore della cineteca di Sarajevo, custode della memoria e della Storia, che continua ostinatamente a difendere le pellicole dalle bombe che attorno a lui distruggono la città e la sua vita.

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Gian Maria Volonté a Mostar

Date le difficoltà di girare nella Sarajevo assediata del 1994, le riprese del film vengono fatte a Mostar. La città erzegovese aveva già subito negli anni precedenti un’ondata di distruzione. Appena un anno prima dell’arrivo della troupe, il 4 novembre 1993, le truppe croate avevano fatto saltare in aria il famoso Stari Most (Ponte Vecchio), che collegava la parte croata con quella musulmana. Oltre il ponte solo macerie, da una parte e dall’altra. È in questo contesto che Gian Maria Volonté arriva in città per partecipare alle riprese del film.

Le riprese de Lo sguardo di Ulisse in cui ha recitato Gian Maria Volonté. Solo una di queste entrò a far parte del film (Youtube)

Una sola scena lo vede protagonista: quella in cui Levi (Volonté stesso) e A. corrono per sfuggire alle bombe. Ivo Levi porta con sé una tanica d’acqua, un oggetto che passerà alla storia come un simbolo della Sarajevo di quegli anni. Uscire di casa per recuperare un po’ d’acqua poteva infatti costare caro. I cecchini, appostati nei piani alti dei palazzi o nelle colline che circondano la città, erano lì, pronti a sparare. Darsi il diritto di compiere uno dei gesti più facili della vita quotidiana, “come bere un bicchier d’acqua”, poteva trasformarsi nell’ultima azione prima della morte. E così è stato, metaforicamente, per il Volonté attore. Ricorda lo stesso Angelopoulos:

Per la realizzazione di una sequenza a Mostar ha voluto riempire una tanica con 25 litri d’acqua invece che dei 12 previsti, per rendere più veritiero il racconto. Era affaticato. Durante la corsa è caduto, si è rialzato e ha continuato a girare.

Stefano Loparco, L’ultimo sguardo. Vita e morte di Gian Maria Volonté, Edizioni Bietti, 2024, p. 67

Una scelta voluta, un atto politico, un modo per avvicinarsi ai cittadini di Sarajevo. Una forma di aderenza tra il corpo dell’attore e la realtà storica intorno a lui. Come era solito fare in tutti i suoi film, Volonté si immedesima totalmente nel personaggio e le sue ultime parole da attore sembrano quasi un preludio all’addio del Volonté uomo. Di fronte alla follia, all’ennesimo massacro, parlando con il suo interlocutore, Levi dice

E adesso? Che senso potrebbe avere qualsiasi cosa? Che senso può avere in mezzo a questo massacro?

Le ultime ore

Ancor prima di partire per la Bosnia ed Erzegovina, Gian Maria Volonté aveva già deciso che quello sarebbe stato il suo ultimo film. Pensieri cupi animavano la sua mente, come quando l’ultima sera con sua moglie aveva espresso la voglia di non partire. “Perché morirò” disse.

Dopo le riprese a Mostar, la troupe si spostò in Grecia, a Florina. Sedici, infinite, ore di pullman. Chi era con lui ricorda che Volonté passò tutto il tempo a cantare canzoni comuniste. Poi, la mattina del 6 dicembre 1994, scrive la sua ultima lettera alla moglie

Amore mio, oggi non giro, sono rimasto in albergo. Nei giorni scorsi a Mostar abbiamo fatto qualcosa. Mostar, una città fantasma, un ammasso di macerie.

L’ultimo sguardo. Vita e morte di Gian Maria Volonté, p.143

Poche ore dopo, una cameriera ai piani del Lingos Hotel entra in camera e trova il suo corpo nudo e senza vita.

Un attore poliedrico

Gian Maria Volonté era nato a Milano il 9 aprile 1933, in piena epoca fascista e pochi giorni dopo che Hitler aveva ottenuto i pieni poteri in Germania. Il padre aveva partecipato alla Marcia su Roma del 1922, mentre nel 1944 era stato incaricato di guidare una squadra antipartigiana. Arrestato dai fascisti stessi, venne liberato e nuovamente arrestato dai partigiani che lo condannarono a trent’anni di carcere. Di segno completamente opposto, invece, l’appartenenza politica di Gian Maria. Comunista convinto, negli anni Settanta più vicino ai gruppi extraparlamentari che al Partito Comunista di cui comunque fece parte.

Una delle scene più famose di Gian Maria Volonté nel film Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto (1970), regia di Elio Petri (Youtube)

Attore capace di interpretare tutti gli aspetti di un’Italia lanciata nel progresso ma ancora troppo bigotta e reazionaria, attraverso personaggi del calibro di Enrico Mattei, un operaio metalmeccanico alienato dal lavoro (Lulù Massa in La classe operaia va in paradiso), il segretario della Democrazia Cristiana Aldo Moro. E ancora, un mafioso come Lucky Luciano, un funzionario di polizia narcisista simbolo di un potere autoritario e autoassolutorio (Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto). Interprete di un paese attraversato da mille tensioni, dalle contraddizioni del potere, portate magistralmente all’esasperazione, masticate e sputate in faccia in maniera feroce allo spettatore.

[…] perché scissa e contraddittoria è l’epoca di cui Volonté non vuole essere portavoce compiacente e occhieggiante, all’Alberto Sordi, ma semmai fustigatore. O, in ogni caso, oppositoree.

L’ultimo sguardo. Vita e morte di Gian Maria Volonté, p. 30

La guerra come ultimo atto

La guerra, tornata prepotentemente in un’Europa ormai da tempo pacificata, aveva lasciato un segno in Volonté. Lui che la guerra l’aveva vissuta da adolescente. Nel luglio del 1994, aveva quindi deciso di mettere in scena uno spettacolo teatrale a Velletri, città in cui viveva ormai da qualche tempo. Tra le rovine di Velletri, adattamento di Appunti di un anno di guerra: 1943–1944 di Padre Italo Mario Laracca, raccontava i bombardamenti e le violenze che colpirono la città dei Castelli romani durante il secondo conflitto mondiale.

Nel frattempo, dall’altra parte dell’Adriatico, altre città venivano distrutte da una nuova guerra. Velletri come Sarajevo, come Mostar. In un unico filo rosso, tenuto in mano da Volonté nel tentativo non solo di ricordare, ma anche di richiamare alla responsabilità verso il presente. E forse, fu proprio rivedere quella distruzione, la sofferenza del popolo bosniaco, le macerie di Mostar, che portarono al collasso del suo cuore.

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Marco Siragusa
Marco Siragusa

Dottore di ricerca in Studi internazionali e giornalista, ha collaborato con diverse testate tra cui East Journal e Nena News Agency occupandosi di attualità nell’area balcanica. Coautore dei libri “Capire i Balcani Occidentali” e “Capire la Rotta Balcanica”, editi da Bottega Errante Editore. Vice-presidente di Meridiano 13 APS.