“Komshi”, intervista al creatore del podcast sui Balcani

Komshi è un podcast indipendente sui Balcani, espressione e voce del suo ideatore Cristian Bako. Nel corso delle puntate si raccontano storie, spesso poco conosciute, e si restituisce un’immagine meno banale e mediata di questa parte di mondo. Il progetto è ancora in corso d’opera e le puntate vengono rilasciate senza una cadenza stabilita, quando il loro autore trova il tempo, lo spunto e la soddisfazione nel farlo. Eppure, nonostante questa apparente disorganizzazione, il lavoro è di grande qualità, sia per la scelta dei temi, che per il modo di raccontarli.

Abbiamo quindi deciso di intervistare Cristian Bako, per farci raccontare cosa c’è dietro a Komshi e cosa ci aspetta per il futuro da questo podcast irregolare.

Partiamo dal titolo: Komshi. Secondo noi già da questa parola si può dedurre l’intenzione della tua opera. Vuoi parlarci della scelta di questo titolo e se oggi, a progetto inoltrato, ne sei ancora soddisfatto?

Komshi, vicino di casa, è un concetto vitale nei paesi balcanici. Sai, tante persone partono per l’India o per Bali per trovare se stessi; io cinque anni fa decisi invece di girarmi i Balcani in solitaria e questo viaggio cambiò per sempre la mia vita. In quel periodo, non riuscivo a comprendere perché il mio carattere fosse così fumantino, perché mi risultasse così semplice litigare e scontrarmi con le persone, per poi riappacificarmici il giorno dopo.

Durante quel tragitto, raccolsi tante testimonianze, soprattutto in merito alle guerre degli anni Novanta, che mi fecero riflettere sul fatto che il mio modo di comportarmi, per quanto ammorbidito dal contesto italiano in cui sono nato e cresciuto, è figlio di una cultura sanguigna di compaesani e vicini di casa che si riservano le migliori gentilezze, per poi detestarsi, amarsi, pugnalarsi alle spalle, vivere in armonia, farsi la guerra. Proprio per questo, proprio perché le storie che ho raccontato seguono quella falsariga, penso che il titolo sia ancora ben azzeccato.

Vagando in lungo e in largo per i Balcani, ho scoperto che il vicino di casa non è un concetto preponderante solo da noi, nella cultura albanese, dove un vicino in visita ha l’obbligo di essere trattato con maggiore riverenza di un familiare, ma anche in tutti gli altri paesi della zona. Racconto in un episodio di quella volta in cui, per screzi assolutamente di poco conto, il vicino di casa di mia madre riferì alla polizia segreta di regime che il mio bisnonno fosse stato un fascista.

Cristian Bako - Komshi
L’autore del podcast durante il Dj set Balkan Express

Per questa falsità conclamata, mia madre rischiò di non andare al liceo, di avere la carriera distrutta o finire addirittura al confino; eppure, ho perso il conto delle volte in cui da bambino ho giocato a casa dei delatori in questione. Ci sono molteplici esempi, ahimè, di vicini di casa che fino a due giorni prima dello scoppio della guerra in Bosnia si ritrovavano settimanalmente per un tè con lokum, per poi finire a uccidersi a vicenda nel giro di un mese.

La domanda che mi è sorta spontanea ascoltando il podcast è: dove trovi queste storie? Infatti l’originalità è uno dei maggiori pregi del tuo lavoro. Vuoi parlarcene?

Sicuramente esiste da parte mia una ricerca e un gusto per le storie più assurde e particolari dei Balcani, è tuttavia anche vero che quelle terre hanno una tendenza naturale a creare caos e situazioni sempre inedite e strabilianti, forse per l’incredibile miscuglio di popoli ed eredità. Esistono in quella zona una complessità e un’impulsività innate in grado di generare sempre nuove forze centripete, è proprio per questo che amo visitarle in lungo e in largo.

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Da un lato, persiste un certo sguardo anche razzista e sminuente da parte di molti osservatori occidentali, non dico divertiti ma quasi anche schifati da molti comportamenti e stranezze; dall’altro, le stesse persone balcaniche fanno fatica a comprendere la totale assurdità che permea queste lande, in certe occasioni. Ho perso il conto delle volte in cui ho chiesto in Serbia, Bosnia e Croazia perché si siano scontrati tra loro così selvaggiamente negli anni Novanta, pur avendo un’intera lingua e una pletora di usanze in comune, mentre tutta questa acredine non si è vista verso noi albanesi, che nella Jugoslavia eravamo praticamente l’ultima ruota del carro e, inoltre, parliamo una lingua completamente diversa. Nessuno mi ha mai saputo rispondere.

Come già accennato, giro tanto per i Balcani, almeno tre o quattro volte l’anno; conoscendo un po’ delle lingue e molta della musica, riesco a connettermi con le persone locali e a scavare tra i loro ricordi. Ho appena rammentato un incontro terribile sui Balcani in cui non figurava neanche un esperto proveniente dall’area, in cui un relatore proferì queste parole “I Balcani ci raccontano tanto di noi e di quello che potremmo essere”. Io penso che ciò che è avvenuto e avviene al di là dell’Adriatico possa rappresentare assolutamente un monito non indifferente sulle storture e gli orrori del nazionalismo, ma questi parallelismi alla lunga hanno un sapore forzato e vagamente coloniale.

Komshi - Cristian Bako
L’autore del podcast durante il Dj set Balkan Express

I Balcani parlano dei Balcani: se io rifletto anche solo sul nazionalismo serbo e albanese, questi sono concetti difficili da carpire per un paese come l’Italia in cui ci si insulta ancora tra città e città. Come faccio a spiegare efficacemente a un occidentale che la Jugoslavia è andata in malora nel momento in cui un gioco erotico, concernente una bottiglia di vetro e un contadino serbo, è finito male? E che è più che giusto farcisi una risata su, ma che al tempo stesso non c’è proprio nulla da ridere?

Komshi è un progetto vivo o pensi sia giunto al termine?

Purtroppo non sono riuscito a incanalare tutto l’entusiasmo che sentivo all’inizio. Quando scrivo le puntate mi perdo dietro a migliaia di stimoli e digressioni nuove, che possono rendere molto intricata la struttura di un episodio e impiegarmi parecchie energie. Questo, unitamente al mio perfezionismo, non aiutano a procedere speditamente: per fare un esempio, solo per la puntata in cui tracciai un parallelo tra Sarajevo e Gaza, ci misi più di un mese di ricerca e riflessione – tra l’altro, è la puntata di cui vado più fiero, poiché penso sia di assoluta rilevanza che un evento così vicino ma estremamente ignorato come l’assedio di Sarajevo torni in rassegna.

Oramai non pubblico episodi da più di un anno, eppure sto lavorando su qualcosa di diverso, su puntate che raccontino storie che ho potuto testimoniare coi miei occhi, piuttosto che memorie altrui pescate in qualche vecchio notiziario jugoslavo. Non appena sarò soddisfatto del risultato, racconterò del tour a Srebrenica sotto la sapiente guida di un veterano di guerra e parlerò anche di un altro conflitto, non lontano dai Balcani, ossia di un folle viaggio di ritorno da Leopoli, in Ucraina, dove mi sono recato a luglio. In sole quarantotto ore, ho raccolto un numero consistente di testimonianze che muoio dalla voglia di riportare.

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Gianni Galleri
Gianni Galleri

Autore dei libri “Questo è il mio posto” e “Curva Est” (Urbone Publishing), "Predrag difende Sarajevo" (Garrincha edizioni), "Balkan Football Club" e "Spomenik" (Bottega Errante Edizioni), e dei podcast “Lokomotiv” e “Conference Call”. Fra le sue collaborazioni passate e presenti R/Est, SportPeople, L’Ultimo Uomo, QuattroTreTre e Linea Mediana. Dal 2019 al 2021 ha coordinato la sezione sportiva di East Journal. Fa parte della redazione della rivista letteraria "Risme".