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I decabristi riuniti in piazza del Senato a Pietroburgo, nel 1825. Quadro di Karl Kolman (Wikimedia)
Il 26 dicembre 1825 (o 14 dicembre, secondo il calendario giuliano in vigore all’epoca) a Pietroburgo ebbe luogo una rivolta che segnò la storia russa, nonostante la dura repressione che soffocò l’insurrezione: la rivolta dei decabristi. Ne parliamo con Giovanni Savino, ricercatore di Storia contemporanea all’Università di Napoli Federico II e autore del canale Telegram Russia e altre sciocchezze.
Che cosa accadde quel dicembre del 1825 e perché questa vicenda segnò così profondamente il destino politico, sociale, culturale russo?
Il 14 dicembre del 1825, che è la data del calendario giuliano che era in vigore fino al 1918 [secondo l’attuale calendario, la data corrispondente è quella del 26 dicembre], a Pietroburgo si sviluppa un tentativo di insurrezione militare che punta a far insorgere le truppe accorse per giurare fedeltà al nuovo zar, Nicola I.
Quando parliamo di decabrismo, dal termine dekabr’, dicembre, ci riferiamo però in genere a una serie di personaggi che avevano, in realtà, programmi politici differenti. Questo è il primo punto da considerare.
Il secondo punto è che si trattava essenzialmente di figure che avevano aderito a società segrete, un fenomeno tipico dell’Europa degli anni Venti dell’Ottocento. In Italia ricordiamo, anche per pure reminiscenze scolastiche, la carboneria. Però non vi era soltanto la carboneria. In giro per l’Europa c’erano anche altre associazioni, altri modelli sorti nel clima culturale che si era prodotto tra le guerre anti-napoleoniche e il Congresso di Vienna, ovvero quando ci si interrogava, tra le altre cose, su quale forma di governo adottare per realizzare la sovranità nazionale e su come estendere i diritti a una fascia più ampia della popolazione.
Sarebbe un atto di presentismo vedere nei decabristi dei democratici del tempo. Non era così. La loro visione su questioni di sovranità e di organizzazione politica non era quella che potremmo vedere oggi. Tra loro c’era chi voleva una dittatura al fine di transitare verso un ordinamento costituzionale, ma anche chi sosteneva l’idea di una monarchia costituzionale.
Tornando al 14 dicembre 1825, nella piazza del Senato a Pietroburgo avvenne questo tentativo di insurrezione, attraverso il rifiuto di giurare fedeltà allo zar Nicola I. Va detto che questa vicenda era stata resa possibile anche dalla poca chiarezza nella successione ad Alessandro I, che era il fratello maggiore di Nicola. Gli sarebbe infatti dovuto succedere il granduca Costantino, che era considerato probabilmente quello più vicino a determinate idee, anche se poi, in realtà, si dimostrerà che non era assolutamente così.
Probabilmente ad avere un ruolo fu anche il fatto che la repressione cominciò a dipanarsi già poco prima dell’insurrezione. Pavel Pestel’, ad esempio, venne arrestato prima.
Fatto sta che la rivolta venne soppressa immediatamente. Alcuni dei leader, tra cui lo stesso Pestel’, Michail Bestužev-Rjumin, Sergej Murav’ëv-Apostol, Kondratij Ryleev, vennero condannati a morte, mentre altri furono inviati in Siberia, in esilio. Ad alcuni di questi, qualche decennio dopo, venne concesso il ritorno nella Russia europea.
Esiste in russo da allora l’espressione žena dekabrista, la “moglie del decabrista”, un’espressione che suggerisce la dedizione delle molte mogli e delle intere famiglie che seguirono i decabristi nell’esilio al di là degli Urali. Parliamo di persone che provenivano dall’alta aristocrazia, per le quali quindi si trattava di un sacrificio molto importante.
I decabristi riuscirono a costruire a posteriori una propria eredità grazie al fatto che non erano soltanto degli ufficiali, ma anche, a loro modo, degli intellettuali. Tant’è che abbiamo delle testimonianze scritte, di cui la più famosa è probabilmente la Russkaja Pravda (La verità russa) di Pavel Pestel’. Scritti che ebbero anche un effetto sull’intelligencija. Pensiamo poi anche a Puškin, a Griboedov o a Ermolov che lasciarono delle testimonianze di quello che era l’atmosfera attorno ai decabristi.
Vanno poi ricordati lo sviluppo di movimenti liberali e socialisti all’interno dell’Impero russo, e poi le due rivoluzioni del 1905 e del 1917, che fecero in modo di costruire una genealogia del decabrismo. Chi aderiva a idee liberali sottolineava, nell’eredità decabrista, l’influenza di ragionamenti di matrice europea primo-ottocentesca sulle costituzioni, sui diritti del popolo, della nazione e così via. Chi invece aderiva a una visione socialista, oltre a vedere nel decabrismo un tentativo concreto di dar vita a una rivoluzione, vi vedeva anche una spinta della macchina statale verso il progresso e verso l’emancipazione, seppure anche qui dobbiamo stare molto attenti a capire che cosa significasse per loro l’emancipazione rispetto alla popolazione dell’Impero.
In più, e questa è una cosa di cui mi sto occupando ultimamente, vi è stato anche un tentativo di inserire i decabristi in una genealogia nazional-conservatrice.
Infatti, Pavel Pestel’, che forse è, tra i leader del decabrismo, quello che aveva una visione più compiuta di cosa avrebbe dovuto essere l’Impero dopo il rovesciamento dell’autocrazia, aveva una visione nazionale pienamente ostile a qualsiasi tipo di riorganizzazione sulla base di assetti d’autonomia o, addirittura, indipendenza. Pestel’ riconosceva la possibilità di indipendenza solo alla Polonia, seppur a certe condizioni. Questa sua posizione venne ripresa all’inizio del Novecento dall’area nazional-conservatrice russa e, negli ultimi decenni, anche da una parte del movimento nazionalista russo odierno, dai cosiddetti “nazionaldemocratici”, che di democratico hanno ben poco secondo me, viste le loro posizioni sull’immigrazione e sulle autonomie, tra le altre cose.
Detto ciò, la cosa però più interessante e importante del decabrismo è che ha significato l’ingresso di una forza politica indipendente nel dibattito sociale interno all’Impero russo. Per la prima volta si realizzò un tentativo compiuto di creare un’alternativa, seppur confusa, debole, poco chiara, ma comunque indipendente dalla volontà dell’autocrazia. Tutto ciò avvenne nel 1825 e va collegato ai vari sommovimenti in Europa, all’influenza delle idee dell’Illuminismo e del Romanticismo, ma anche al fatto che molti di quegli ufficiali avevano partecipato alle campagne anti-napoleoniche.
Ti chiederei di approfondire la questione delle divergenze di idee all’interno di questo gruppo di ufficiali, cui hai accennato. Parliamo di persone che nel 1825 si decisero a compiere un’azione politica importante, superando in qualche maniera queste divergenze e trovando una comunione di intenti, di idee…
Innanzitutto, va detto che alcuni di questi progetti erano legati a società segrete basate in luoghi diversi. Penso a quelle che sono le due associazioni più importanti, ossia Severnoe obščestvo, la “società del Nord”, e Južnoe obščestvo, la “società del Sud”. Com’è che si trovano a convergere? In un certo senso, quella che viene presentata come un’unità del movimento decabrista è un’elaborazione a posteriori rispetto alla vicenda stessa.
I documenti programmatici sono molto diversi tra loro. La costituzione di Murav’ëv prevedeva una riforma della Russia, che sarebbe dovuta diventare una federazione. Inoltre, si presentava l’idea di una monarchia costituzionale. C’è poi il progetto della Russkaja Pravda, che divergeva da quello di Murav’ëv, in quanto vedeva la Russia come una potenza, una e indivisibile, con una centralizzazione del potere e con un assetto di governo repubblicano. È interessante poi che già in Pestel’ era presente l’idea di una riforma agraria, volta non tanto a dare la terra ai contadini, ma alla comunità di villaggio.
Quello che probabilmente è il documento che più ha inciso nell’immediato invece è il Manifesto al popolo russo di Trubeckoj, che avrebbe dovuto essere approvato dal Senato russo. Il manifesto prevedeva l’approvazione di una serie di libertà, tra cui l’abolizione della servitù della gleba. Vediamo infatti come fosse centrale per i decabristi il tema sociale, inclusa la riformulazione del rapporto con le campagne, anche se non si parlava ovviamente di dare la terra ai contadini.
Si parlava poi di una sorta di lustracija, ossia la rimozione dai posti di potere di tutti quei funzionari che avevano servito per almeno quindici anni negli apparati di governo. L’idea era quella di dar vita a una dittatura temporanea che fosse composta da quattro o cinque persone, al fine di elaborare un sistema di elezioni che avrebbe portato a una sorta di Assemblea costituente. Una cosa interessante è che questi dittatori avrebbero dovuto già però formulare una propria proposta di organi di amministrazione locale.
Infine, si parlava dell’abolizione della polizia, da sostituire con una sorta di milizia popolare, detta narodnaja straža, guardia popolare, oltre all’eliminazione dell’esercito permanente. Si figurava un sistema giudiziario basato sulle giurie ed effettivamente l’idea dei giurati venne poi introdotta con la riforma giudiziaria del 1864, ai tempi di Alessandro II.
Alcune di queste idee fornirono materiale di riflessione per il movimento rivoluzionario russo. Ad esempio, l’idea della dittatura temporanea: Lenin nel 1905 parlava della dittatura democratica degli operai e dei contadini. O prendiamo l’idea dell’Assemblea costituente, che diventa uno dei grandi momenti di ispirazione della storia della Russia.
Tra l’altro, a me sembra molto interessante notare nella Russia di oggi l’assenza di una riflessione sulla necessità di convocare un’assemblea costituente da parte dell’opposizione. È come se questo tema fosse stato cancellato: ma che si farà quando Putin non ci sarà più? Nessuno ne parla, nessuno riprende questo tema.
Riguardo all’accordo che venne raggiunto tra queste diverse posizioni, al superamento delle divergenze, io credo che sia stata l’azione concreta più che altro a mettere insieme i decabristi.
In più dobbiamo considerare che la circolazione delle informazioni e delle notizie all’epoca era notevolmente rallentata, perché parliamo di un paese dove essenzialmente non c’era nemmeno la ferrovia.
La prima cosa che ci viene in mente quando parliamo dei decabristi è il tentativo insurrezionale del 14 dicembre. Però ci fu anche il tentativo di rivolta del reggimento di Černigov nei pressi di Belaja Cerkov’, oggi Bila Cerkva in Ucraina, che venne represso all’inizio di gennaio del 1826. Quel tentativo vide anche la liberazione di Sergej Murav’ëv-Apostol da parte di sei compagnie di quel reggimento.
Quindi, per rispondere alla tua domanda, tra quelle che erano le idee di Pestel’ e quelle degli altri decabristi, passando per il Manifesto al popolo russo di Trubeckoj, abbiamo due, diciamo così, nuclei della rivolta: uno più forte, più immaginifico, che è quello del 14 dicembre del 1825; e un secondo, più di compromesso, quello che avviene a Belaja Cerkov’. Inoltre, abbiamo il lascito che venne formulato successivamente dai vari protagonisti dell’intelligencijia liberale e rivoluzionaria russa.
Ad esempio, pensiamo alla “Poljarnaja Zvezda” (Stella polare) di Herzen e di Ogarëv, che è in un certo senso artefice della nuova fortuna dei decabristi: il primo numero della rivista, pubblicato nel 1855, a trent’anni dall’insurrezione, porta in copertina i cinque condannati a morte del decabrismo. E il nome stesso della rivista richiama l’omonima rivista di Bestužev e Ryleev, che era stata attiva tra il 1823 e il 1825.
Hai toccato un sacco di temi interessantissimi, come la questione sociale che, in qualche maniera, è trasversale a tutte le diverse posizioni che contraddistinguono questi “decabrismi”. Mi torna anche in mente la famosa espressione “poėt i graždanin” (poeta e cittadino), che suggerisce l’idea della missione sociale dell’intellettuale, del Poeta. E hai citato adesso Herzen, che in Passato e pensieri scrive: “La prigione e la deportazione durante la gioventù, in un’epoca di oppressiva e tetra persecuzione, sono assai benefiche; esse temprano, poiché sono domati dalla prigione solo gli organismi deboli, quelli per i quali la lotta è stata un impulso giovanile transitorio, non un’inclinazione a una necessità interiore. La consapevolezza di una persecuzione palese mantiene vivo il desiderio di opporsi; e il maggior pericolo abitua alla tenacia e modella il comportamento”. Ecco, in un certo senso, l’esilio ha fatto “bene” al movimento decabrista nel lungo periodo, nel senso che ha cristallizzato anche un’immagine molto romantica di quello che è l’aspirazione a cambiare qualcosa in Russia…
Credo che sia proprio per questo motivo che assistiamo oggi a un netto rifiuto da parte delle autorità russe di celebrare o contestare il decabrismo. Ci sono state le parole del ministro della Giustizia Konstantin Čujčenko, prima a maggio scorso, se non erro, e poi qualche giorno fa, proprio in prossimità dell’anniversario, che sottolineava come i decabristi non vadano equiparati agli odierni “agenti stranieri”, in quanto essi erano non tanto “agenti dell’influenza straniera”, ma “soggetti dell’influenza straniera”, ossia propagatori in prima persona delle idee straniere che circolavano all’epoca.
O mi viene in mente il film Sojus spasenija (Unione della salvezza, o Società della salvezza), del 2019, dedicato alla rivolta decabrista. Si tratta di un film di un complottismo davvero hard. I decabristi emergono senz’altro come personaggi romantici, ma anche essenzialmente come dei complottardi contro quello che era l’“ordine naturale” delle cose.
Una quinta colonna, ante litteram.
Esattamente.
Un’ultima domanda che ti faccio è se c’è una storia singola che, secondo te, è abbastanza rappresentativa del decabrismo o a cui ti sei affezionato e che può essere utile per inquadrare il fenomeno.
Io più che altro sono affezionato a una voce, una voce che fa capire, secondo me, molto bene come la nostra percezione del passato sia legata a una serie di miti. Marc Bloch ha scritto molto estensivamente riguardo al ruolo delle voci nella Prima guerra mondiale.
Venendo ai decabristi, girava una famosa voce sul fatto che al tempo si provasse a far insorgere gli ufficiali usando i termini “Costantino e Costituzione”, ma i soldati si dice che interpretassero il termine “Costituzione” come se fosse il nome della moglie di Costantino [Konstantin – Konstitucija]. Questa voce in Italia ha avuto una certa fortuna, anche perché è inclusa nella Storia d’Europa di Benedetto Croce, benché venga smentita in una lettera da uno dei decabristi non legati all’ambiente prettamente militare, Pëtr Kachovskij.
Questa voce mi sembra molto interessante per diversi ordini di ragioni. Prima di tutto, ci permette di ragionare sulla nostra idea della storia della Russia, dove le masse appaiono sempre come qualcosa di oscuro e manipolabile. La massa invece è probabile che abbia interessi diversi, aspirazioni diverse, non è detto che sia composta da persone ignoranti.
Un secondo aspetto interessante è la diffusione di questa voce in Europa. È una voce che rinforza l’idea della Russia come di qualcosa di esotico e incomprensibile, benché nelle sue élite l’Impero russo fosse un paese profondamente europeo.
Un terzo aspetto è racchiuso nel ruolo di Costantino quale chiave per consentire il successo dell’insurrezione. E Costantino invece rinuncia al trono, sia perché si era sposato con una donna non di pari livello, e sia perché sembra avesse paura di fare la fine del padre, morto assassinato.
Un’ultima cosa che questa voce suggerisce è la frequenza di situazioni, non così rare per la dinastia dei Romanov, in cui il potere non è passato al primogenito o al primo fratello. E anche questo è un elemento della storia dell’Ottocento.
Quindi sì, se devo indicare la cosa che più mi fa riflettere riguardo alla faccenda dei decabristi è questa leggenda di “Costantino e Costituzione”, dove “Costituzione” sarebbe la moglie di Costantino.
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Dottoressa di ricerca in Slavistica, è docente di lingua russa e traduzione presso l’Università di Trieste, si occupa in particolare di cultura tardo-sovietica e contemporanea di lingua russa. È traduttrice, curatrice di collana presso la casa editrice Bottega Errante ed è la presidente di Meridiano 13 APS.