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Tennis e guerra in Ucraina: cosa succede a Wimbledon

Lo sport, come qualsiasi altro ambito, ha subito delle ripercussioni derivanti dall’invasione russa dell’Ucraina dello scorso 24 febbraio: a quattro giorni dall’invasione, il tennista russo Daniil Medvedev conquista per la prima volta in carriera la vetta della classifica del circuito maschile ATP spodestando il serbo Novak Đoković. La decisione dello scorso 20 aprile del torneo di Wimbledon di vietare la partecipazione ad atleti russi e bielorussi ha riportato il tennis al centro dell’attenzione mediatica a livello sportivo. Per approfondire la questione, abbiamo deciso di intervistare Alessandro Mastroluca, giornalista di SuperTennis, autore di “La valigia dello sport” (Effepi Editore) e “Il successo è un viaggio”, la prima biografia in italiano sul tennista americano Arthur Ashe, e coautore di “Federer, Nadal e Djokovic. I domiatori del tennis (CentoAutori)”.

Quali sono state le prime reazioni delle federazioni tennistiche mondiali a seguito dell’invasione del 24 febbraio?

Non c’è stato un momento unico di reazione da parte delle federazioni. Le indicazioni generali del Comitato Olimpico Internazionale erano di sanzionare gli atleti russi e bielorussi, in quanto l’invasione dell’Ucraina costituiva una violazione della “Tregua olimpica” (al momento dell’invasione si stavano per svolgere i Giochi Paraolimpici di Pechino, ndr). All’interno di queste linee guida, però, era anche specificato che, se non fosse stato possibile escludere del tutto gli atleti o le federazioni nazionali per ragioni organizzative, legali o di altro tipo, si potevano utilizzare soluzioni più “morbide”. Una di queste, usata ad esempio nel tennis, prevedeva di ammettere gli atleti russi e bielorussi come neutrali, cioè senza bandiere, loghi o inni nazionali.

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Come hanno reagito i vari giocatori a questa decisione? Ad esempio Viktoryja Azarenka, tennista bielorussa, ma anche i giocatori e le giocatrici ucraini?

Viktoryja Azarenka è stata una delle atlete danneggiate dall’evento, ma anche una di quelle che si è esposta di più, sottolineando di essere sostanzialmente contraria all’invasione dell’Ucraina e mandando messaggi di chiaro sostegno per una conclusione pacifica della questione. Anche Andrej Rublëv, numero due russo, aveva già fatto delle dichiarazioni quando sembrava si stesse per acuire il conflitto. Ancora prima che quest’ultimo scoppiasse su larga scala, aveva invitato alla pace in occasione della vittoria al torneo di doppio a Marsiglia, disputato intorno al 20 febbraio con un compagno di nazionalità ucraina: un messaggio estremamente significativo.

Viktoria Azarenka, tennista bielorussa (foto di britwatchsports.com)

Cosa è successo quando la situazione è precipitata?

Abbiamo visto giocatrici ucraine come Marta Kostjuk ed Elina Svitolina (la quale ha rilasciato una lunga intervista alla CNN) che sono state inflessibili nella loro presa di posizione, anche nel momento in cui ATP e WTA (i sindacati rispettivamente dei tennisti e delle tenniste) hanno trovato un accordo per ammettere gli atleti russi e bielorussi come neutrali. Le due giocatrici hanno chiesto l’esclusione completa di tutti i giocatori russi e bielorussi da tutti i tornei anche a livello individuale. Questa è stata una posizione piuttosto diffusa nell’ambiente, ripresa anche da altri giocatori e giocatrici ucraini.

C’è qualcuno che ha deciso di tornare in patria e arruolarsi?

Abbiamo visto ex giocatori come Serhij Stachovs’kyj o Aleksandr Dolgopolov che sono tornati in patria e si sono arruolati nell’esercito per combattere nelle fila della resistenza ucraina.

Quali sono state, se ci sono state, le iniziative delle varie federazioni a supporto dei giocatori toccati dall’invasione?

Anche in ambito tennistico ci sono state iniziative per ospitare atleti ucraini: ad esempio la già citata Marta Kostjuk è stata ospitata dalla federazione francese, purtroppo dovendosi separare dai genitori che sono rimasti in Ucraina. Sono nate, inoltre, varie raccolte fondi per aiutare le federazioni ucraine, nonché iniziative di aiuti umanitari. Anche la Federtennis ha accolto giovani giocatori. Durante la partita della Fed Cup tra Stati Uniti e Ucraina, la federazione tennistica americana ha devoluto parte dell’incasso a una raccolta fondi a sostegno di Kyiv e ha fatto in modo che anche il pubblico potesse donare qualcosa.

La Federazione Tennistica Internazionale ha raccolto l’appello del CIO per vietare agli atleti russi e bielorussi la partecipazione a tornei internazionali?

Assolutamente sì. L’ITF (la Federazione tennistica internazionale) ha sospeso le federazioni russe e bielorusse che così non possono partecipare alle competizioni a squadre, come ad esempio la Coppa Davis o la Fed Cup, ma anche agli Europei delle categorie junior o alle competizioni internazionali di beach tennis. Russia e Bielorussia sono fuori da ogni competizione internazionale.

Lo scorso 20 aprile l’All England Tennis Club, il circolo che presiede Wimbledon, ha deciso di vietare ai giocatori e alle giocatrici russi e bielorussi di partecipare al torneo. Quali sono state le reazioni della Federazione Internazionale a questo riguardo?

La contrarietà rispetto alla decisione di Wimbledon è comprensibile ed evidente. A marzo ATP, WTA, ITF e gli organizzatori dei quattro tornei del Grande Slam (ovvero Australian Open, Roland Garros, US Open e il già citato Wimbledon), che sono in qualche misura autonomi rispetto alle varie federazioni e sindacati, hanno firmato un’intesa secondo la quale tutti si sarebbero impegnati a permettere la partecipazione ai giocatori russi e bielorussi come neutrali ai tornei in questione.

Quali sono le motivazioni che hanno spinto il circolo a vietare la partecipazione degli atleti in questione a Wimbledon?

Tutto ciò è l’effetto di una linea guida informale del governo del Regno Unito, la cui posizione è di non voler permettere che l’eventuale successo di atleti russi o bielorussi venga strumentalizzato e utilizzato dalla propaganda di regime russo. Wimbledon è l’unico torneo del Grande Slam che non è di proprietà della federazione nazionale in cui si gioca, ma è di proprietà privata dell’All England Tennis Club che ha preso la decisione di escludere i russi e i bielorussi dal torneo.

Qual è stata, invece, la posizione della Federazione tennistica britannica?

La Federazione tennistica britannica, che dovrebbe seguire le linee guida di quella internazionale e che organizza tornei del circuito ATP e WTA che si svolgono prima di Wimbledon, ha deciso che i giocatori russi e bielorussi non possano partecipare a questi tornei (in particolare gli Open di Nottingham ed Eastbourne). Questo fatto è forse da considerarsi ancora più grave, visto che la Federazione britannica è volutamente andata contro le linee guida stabilite dall’ITF.

Quali sono stati i provvedimenti e le reazioni dei sindacati dei giocatori (ATP e WTA)?

La reazione è stata di stupore e di contrarietà nei confronti di questa decisione unilaterale. Ci sono stati dei comunicati – anche piuttosto duri – nei confronti di questa presa di posizione, dovuti al fatto che questo ha creato una distorsione ai principi della competizione tennistica: non dovrebbero esserci discriminazioni sulla base della provenienza dei giocatori. Sono i meriti sportivi, in questo caso di classificazione nei ranking dei circuiti ATP e WTA, a stabilire al partecipazione a un torneo. Sulla base di questo, i due sindacati hanno votato per togliere i punti dal torneo di Wimbledon che non sarà valido per le classifiche.

Ci sarebbero potute essere delle modalità per consentire ai tennisti e alle tenniste provenienti da Russia e Bielorussia di partecipare a Wimbledon?

L’ATP ha spiegato che c’erano delle strade affinché gli organizzatori del torneo rispettassero la linea guida del governo britannico. Ad esempio, si era parlato di far firmare ai giocatori un impegno scritto a non rilasciare dichiarazioni pubbliche a sostegno del regime di Putin e dell’invasione dell’Ucraina. All’inizio, si era lasciato intendere che i giocatori avrebbero potuto esprimersi solamente a seguito di una dichiarazione pubblica in cui si dissociavano dalle azioni del governo di Mosca. Scelta ancora più controversa perché li avrebbe esposti ad eventuali ritorsioni verso i famigliari che vivono in Russia.

I giocatori, invece, come hanno reagito?

Abbiamo visto i top players nelle ultime settimane, specialmente giocatori come Rafael Nadal o Novak Đoković, esprimersi negativamente sull’esclusione dei russi e dei bielorussi da Wimbledon. Tutti sarebbero stati favorevoli a un’inclusione un po’ più “morbida” dei giocatori in questione. Qualcosa andava fatto per punire l’invasione, ma l’esclusione degli atleti individuali è parsa una scelta sbagliata anche agli occhi dei giocatori, anche di quelli che non sono stati direttamente penalizzati.

Invece, per quanto riguarda la decisione dei sindacati di non far valere i punteggi del torneo, che reazioni ci sono state?

Reazioni di contrarietà anche in questo caso, perché verranno cancellati anche i punti dell’edizione precedente a questa.

Wimbledon
Il campo centrale di Wimbledon (foto commons.wikimedia.org)

Facciamo chiarezza su come funziona il sistema di classificazione nel tennis.

I punti guadagnati dai giocatori nei vari tornei, in base ai loro piazzamenti, rimangono validi per 52 settimane, cioè fino all’edizione successiva del torneo in questione e una volta passato quel periodo i punti escono dalla classifica, quindi vanno persi. Ad esempio, Matteo Berrettini, che è stato finalista nella scorsa edizione di Wimbledon, perderà i 1200 punti guadagnati in classifica senza la possibilità di guadagnarne altri dall’edizione di quest’anno.

Da esperto, puoi darci un parere personale sui provvedimenti?

Capisco la necessità di una sanzione, perché alla base c’è stata una violazione della Tregua olimpica, che è il motivo per cui lo sport si è mosso contro russi e bielorussi. È stato il Comitato Olimpico Internazionale che ha stabilito la necessità di questa sanzione. Da un certo punto di vista lo trovo giusto: se nessuno avesse agito si sarebbe creato un precedente che in futuro sarebbe potuto essere sfruttato da altri.

Quindi, ha senso prendere una posizione al riguardo?

È indubbio che lo sport debba prendere una posizione, è comprensibile e doveroso che le nazioni e le delegazioni vengano escluse finché non si arriverà ad un accordo per arrestare l’invasione dell’Ucraina. Questo quindi, secondo me, vale per le competizioni nel quale gli atleti partecipano in rappresentanza di una delegazione nazionale. Laddove la partecipazione non è legata alla rappresentazione di una delegazione, come nel caso del tennis che è l’esempio più chiaro dove i giocatori si iscrivono ai tornei come atleti indipendenti e non rappresentando la loro nazione di provenienza, è una situazione un po’ più al limite. Escludere i giocatori russi e bielorussi così diventa molto più controverso.

Cosa ne pensi della decisione dell’All England Tennis Club?

Riprendo il discorso che ha fatto il Presidente del Comitato Olimpico Internazionale all’Assemblea delle federazioni degli sport olimpici estivi: noi, come mondo dello sport, non possiamo permettere ai governi di decidere chi possa giocare e chi no. A Wimbledon è successo esattamente questo: il provvedimento è susseguito a una decisione del governo britannico e ha fatto ciò che quest’ultimo non poteva fare. Wimbledon è diventato, così, una sorta di “braccio” di una posizione politica. Tra Regno Unito e Federazione Russa c’erano già state delle tensioni legate alle sanzioni, cosa che ha portato anche Roman Abramovič a lasciare la proprietà del Chelsea.

Quello che è successo, potrebbe creare una sorta di precedente per quanto riguarda situazioni di questo tipo?

Se permettiamo a un governo di decidere chi possa prendere parte a competizioni sportive sulla base dei rapporti tra i vari governi nazionali si va a creare un precedente pericoloso, perché non c’è un paese che sia “amico” di tutti. Da questo punto di vista è importante che le varie federazioni sportive prendano decisioni coerenti con quello che ha indicato e richiesto il Comitato Olimpico Internazionale che devono però essere decisioni meramente sportive, senza che la politica strumentalizzi i rappresentanti del mondo dello sport.

Foto di copertina di dubaidutyfreetennischampionships.com

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Tobias Colangelo

Laureato in Scienze della Comunicazione, si occupa principalmente di calcio e basket specificatamente nell'area balcanica, avendo vissuto in Serbia nel periodo tra agosto 2014 e luglio 2015. Ha collaborato da giugno 2020 a dicembre 2021 con la redazione sportiva di East Journal. É co-autore del podcast "Conference Call" e autore della rubrica "CoffeeSportStories" sul podcast "GameCoffee".