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E la storia cambiò. Panenka e la Cecoslovacchia in un’intervista con Maite Iervolino

Belgrado, 20 giugno 1976. Un uomo si avvicina al dischetto per tirare un calcio di rigore. Se segnerà la sua squadra avrà vinto gli Europei. Prima di lui hanno già segnato tutti, tranne Ulrich “Uli” Hoeneß che, a dispetto della grande esperienza, ha tirato alto sopra la traversa. Il calciatore prende la rincorsa ma, invece di calciare in modo potente o angolato, colpisce il pallone sotto. Fa un pallonetto, uno scavetto, un cucchiaio. La palla entra lentamente in rete, mentre Sepp Maier, l’immenso portiere teutonico, ormai fuori causa, ha tutto il tempo di guardare quella beffa che entra in rete. La Cecoslovacchia è campione d’Europa. Tutti ammirano l’opera d’arte di Antonin Panenka.

Non ho scelto in senso canonico di raccontare Panenka, ma è stato Giovanni Salomone, direttore della casa editrice, a darmi l’opportunità di farlo proponendomi di parlare di questo grande campione attraverso un racconto.

Nasce così uno dei libri della collana Figurine della neonata casa editrice Garrincha Edizioni. Libri piccoli, sia nel formato che per il numero di pagine, che si focalizzano su un calciatore che in qualche modo ha fatto la storia di questo sport. Nei primi dieci volumi della collana c’è spazio anche per personaggi che vengono da est, come Predrag Pašić (Predrag difende Sarajevo) e, appunto, Antonin Panenka (E la storia cambiò). Abbiamo parlato con l’autrice Maria Teresa Iervolino, detta Maite.

La scrittrice ha studiato lingua e letteratura inglese, ceca e serbo-croata presso l’Orientale di Napoli, si occupa di traduzione, studi interculturali, lessicografia e linguistica ed è stata la prima donna a firmare un volume nella collana della nuova casa editrice. “In modo simpatico il direttore mi chiese ‘Maite, ne capisci di pallone?’ e io cosa potevo rispondere? Amo il calcio, uno sport che seguo da sempre, che pratico ancora quando posso… quindi risposi di sì e da lì la proposta di portare all’attenzione del pubblico italiano la figura di Panenka”. 

Probabilmente senza questa proposta questo libro non avrebbe visto la luce. “Grazie a letture recenti e in particolare del libro Né rosso, né nero di Angelo Amato De Serpis (incentrato sulla figura del calciatore cecoslovaccho Josef Bican) ho cominciato a valutare la possibilità di far conoscere la storia alle giovani generazioni attraverso microstorie, giungendo all’analisi dei processi nella loro complessità. È interessante spiegare i fatti, le vicende e gli eventi attraverso biografie, racconti di vita ed esperienze concrete, testimonianze”.

Addentrandoci nei temi del libro, Iervolino ci guida alla scoperta del suo protagonista: “È Panenka a essere al centro di una narrazione, a fare da sfondo ad essa attraverso lo sviluppo di vicende e di circostanze che senza quel contesto culturale, sociale; senza tutti gli eventi che si susseguono non sarebbe svelata come in filigrana nemmeno la storia d’amore tra due persone, una storia che funge anche da sottotesto e rappresenta, diciamo, una chiave per aprire altre porte, proponendo tradizioni, realia di un’area affascinante e arcana, aneddoti e rimandi a quegli anni straordinari che sono sostanza di un tempo che non c’è più”. 

“Grazie a Panenka ho potuto svelare un contesto intero, approfondire temi e realtà di anni in cui a malapena c’ero, ho potuto spostare l’attenzione del lettore su contesti storici e sociali diversi da quelli che caratterizzarono gli stessi periodi in Occidente, ho potuto in qualche modo provare a mettere a confronto due mondi diversi, usando anche una lingua incomprensibile per tanti, il ceco, ma che trovo estremamente meravigliosa”.

Vai alla sezione delle recensioni e delle interviste.
Lungo le pagine del libro torna alcune volte il discorso del rapporto fra libertà personali e uguaglianza. Se da una parte quella cecoslovacca era una società con ristrette possibilità di espressione per il singolo, dall’altra offriva però istruzione, sanità e possibilità di lavoro.

Non so sinceramente se davvero traspare così tanto la relazione tra la libertà individuale e il concetto di uguaglianza, forse lo si coglie perché in quegli anni era un tema assai attuale e dibattuto, certamente connesso al modello culturale del tempo. Non credo che un regime che garantiva istruzione, sanità, possibilità di crescita culturale (intesa come formazione umana) e di sviluppare il culto della personalità completa sia poi restrittivo.

Insomma dipende dai punti di vista; mi chiedo se è meglio avere la libertà individuale e la prosperità economica a discapito della cultura e del bene comune della collettività, o il contrario. Meglio affermarsi come singolo o essere parte di un tutto e favorire la crescita di tante e tanti? Io ho provato a scrivere una storia modellata sulle mie esperienze, sul mio vissuto e sulla mia formazione, ovviamente pur cercando di concentrarmi sulla storia intesa come intreccio narrativo qualcosa di ciò in cui credo affiora sempre…

Il tuo libro ruota sulla nostalgia, sulla fine dei sogni. Il rigore di Panenka segna il punto più alto, ma in qualche modo anche l’inizio della fine. Vuoi dirci qualcosa a riguardo?

Nostalgia di un mondo che non c’è più. Il rigore di Panenka è stato il gesto più bello, più coraggioso che un ragazzo, un giovane campione in quel preciso periodo storico potesse compiere. Una finale inaspettata del campionato europeo, il rigore decisivo, contro la Germania Ovest, la realizzazione e la vittoria carica di simboli e connotazioni politiche hanno fatto sì che cambiasse la storia di un uomo assieme a quella della nazione. Panenka si è preso la responsabilità di rischiare sapendo bene cosa avrebbe comportato un errore dal dischetto. In un momento storico diverso non sarebbe stato lo stesso. Così come l’amore tra Martin e Eva senza quella realtà non sarebbe mai sbocciato: in un contesto diverso non avrebbe avuto la stessa forza e veemenza letteraria che esprime, senza quell’europeo non avrebbe seguito il corso degli eventi. 

E io senza quelle realtà, ormai radicate in me e parte di me, senza quei processi storici e culturali non avrei mai potuto scrivere di Martin, di Eva, di Panenka. Mai avrei potuto narrare una storia sospesa, a metà tra realtà e finzione.

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Gianni Galleri
Gianni Galleri

Autore dei libri “Questo è il mio posto” e “Curva Est” - di cui anima l’omonima pagina Facebook - (Urbone Publishing) e "Predrag difende Sarajevo" (Garrincha edizioni), e dei podcast “Lokomotiv” e “Conference Call”. Fra le sue collaborazioni passate e presenti SportPeople, L’Ultimo Uomo, QuattroTreTre e Linea Mediana. Da settembre 2019 a dicembre 2021 ha coordinato la redazione sportiva di East Journal.