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“La Russia in quattro criminali”: una recensione

In uscita il prossimo 25 ottobre per Einaudi a firma di Federico Varese, La Russia in quattro criminali propone una chiave diversa per capire la Russia di oggi, che ha dato i natali al regime di Vladimir Putin. Una recensione di Maria Chiara Franceschelli*, pubblicata originariamente sulla rivista Il Mulino.

Per capire la Russia di oggi bisogna guardare alla Russia di ieri. Se questo imperativo è intuitivo, non è altrettanto ovvia la traiettoria dello sguardo. A cosa dobbiamo guardare? Alla Russia sovietica, partendo da ragionamenti angusti sulle sfere di influenza? Alla Russia imperiale, il cui rapporto con l’Occidente fu sempre caratterizzato da una difficile ambivalenza? I discorsi pubblici di Vladimir Putin sono infarciti di riferimenti storici e filosofici, appartenenti a epoche e correnti diverse e talvolta persino in contraddizione fra loro. Si tratta di un variegato cherrypicking, una sapiente rielaborazione di teorie, episodi e figure scarsamente correlati fra loro, che funge da cornice alla narrazione dell’attualità proposta e da legittimazione alle azioni intraprese.

L’epoca sovietica e la Grande guerra patriottica, l’impero di Caterina la grande e il “tradimento” dei vertici tardosovietici, accusati della dissoluzione della grande potenza. E ancora Sergej Uvarov, Konstantin Leont’ev, Nikolaj Danilevskij e Nikolaj Berdjaev, fino ad arrivare ad Aleksandr Dugin, il cui falso mito di essere “l’ideologo del Cremlino” è rinato con l’attentato alla figlia, e tanti altri ancora. Pensatori più volte ripresi da Putin e dai suoi collaboratori, a tessere la tela di un’idea russa da ricostruire nella sua interezza. Gli alfieri di un’ideologia nazionale fittizia, la stessa che Boris El’cin, come racconta Federico Varese, diede ordine ai suoi collaboratori di sviluppare: senza di essa era in pericolo “l’esistenza stessa della nazione”.

Ma quanto, effettivamente, ritornare a questi autori può aiutare a comprendere la Russia di oggi? Poco, si direbbe. Come illustrato a più riprese da Giovanni Savino e Luca Gori fra gli altri, più che uno scorcio sui meccanismi che sottendono il regime di Putin, questi autori, insieme alle reinterpretazioni storiografiche che vengono loro affiancate, sono utili a ricostruire la narrazione tessuta intorno a un regime violento, guerrafondaio e sempre più totalitario.

Ne La Russia in quattro criminali, in uscita per Einaudi il prossimo 25 ottobre, Federico Varese propone una diversa traiettoria, al tempo stesso la più eloquente e misconosciuta, per capire la Russia di oggi: gli anni Novanta e i primi Duemila, il periodo della travagliata e sconvolgente transizione della Russia post-sovietica che ha dato i natali al regime di Putin.

La Russia in quattro criminali offre quattro ritratti paradigmatici, in un arco temporale che va dagli anni Sessanta ai giorni nostri, concentrandosi tuttavia nel periodo fra gli anni Novanta e i primi Duemila. Si tratta di quattro personaggi molto diversi: Vjačeslav Ivan’kov, capo mafioso di tarda epoca sovietica; Boris Berezovskij, oligarca di punta della corte di El’cin; Sergej Savel’ev, carcerato e whistleblower senza precedenti; Nikita Kuzmin, genio della criminalità informatica. Per quanto assurde, rocambolesche e a tratti incredibili, le vicende si tengono lontano dalla fiction e vengono raccontate sulla base di un minuzioso lavoro di ricerca. Varese compone un affresco macrostorico attingendo a episodi della microstoria, svelando le trame che intrecciano le vicende personali agli sviluppi globali, riprendendo una tradizione portata avanti da, fra gli altri, l’autrice Masha Gessen e il Premio Nobel Svetlana Aleksievič (e, nella fiction, da Ljudmila Ulickaja e Saša Filipenko).

La Russia in quattro criminali
La Russia in quattro criminali di Federico Varese

Il volume rifiuta scivolosi procedimenti induttivi e facili orientalismi à la Educazione siberiana, anche e soprattutto nel presentare l’opulenza ottusa degli oligarchi e l’etica sotterranea dei ladri-in-legge. In primo piano viene posta invece la centralità della transizione economica, e dunque anche sociale. Il passaggio da un’economia pianificata all’economia di mercato, avvenuto mediante shock therapy, ha creato, mostra Varese, mostruose distorsioni che a loro volta hanno posto le basi per l’odierno regime di Putin.

Il piano di privatizzazioni spinto dalla squadra di Anatolij Čubajs, il tecnocrate di punta del Presidente, ridusse alla fame gran parte della popolazione russa e concentrò i maggiori asset del Paese nelle mani di pochi cortigiani. Senza essere accompagnata da un reale processo di institution building, e anzi con le istituzioni completamente svuotate del loro ruolo, la privatizzazione fu solamente una tattica di concentrazione delle ricchezze nella cerchia dei “democratici” di El’cin. A ciò si oppose lungamente il Parlamento, che El’cin diede l’ordine di sciogliere e infine bombardò nell’ottobre del 1993.

L’appoggio di Bill Clinton, che si congratulò con El’cin per aver fatto “tutto ciò che doveva fare”, solleva un punto cruciale della vicenda, che Varese riprende a più fasi: le responsabilità dell’Occidente nel consolidamento del regime di El’cin, senza il quale il regime di Putin non sarebbe immaginabile. Varese tuttavia ascrive l’avallo occidentale ai crimini di El’cin a una interpretazione errata delle intenzioni del leader (“l’Occidente ha interpretato l’eroica resistenza di El’cin al tentato golpe del 1991 come la prova che il futuro Presidente fosse un campione della democrazia”) e a un errore di valutazione della traiettoria intrapresa dal Paese (“l’Occidente commette il gravissimo errore di non vedere sin da subito la natura violenta del progetto, oppure preferisce chiudere gli occhi”). Pur non facendo sconti sulle responsabilità degli Stati Uniti di Clinton e dell’Occidente intero, dunque, si esclude la possibilità che gli Stati Uniti avessero intenzionalmente sostenuto un percorso che avrebbe portato la Russia al proprio sfaldamento politico ed economico.

Ma fu proprio questo collasso politico a conferire alla sfera informale un ruolo di primo piano. Negli anni Novanta, la domanda di ordine scatenata dall’implosione dell’economia e dal conseguente dilagare della violenza criminale fu immediatamente intercettata dalla mafia: la criminalità organizzata “ebbe un ruolo cruciale nella governance dell’economia” e le vicende del ladro-in-legge Vjačeslav Ivan’kov ne sono un esempio. Si parte da Mosca, dai suoi quartieri e dalle sue carceri, e si approda negli Stati Uniti, fra gli sfarzosi appartamenti della Trump Tower e le ville di lusso in Florida. Si comprende, in poche pagine, quanto le vicende delle mafie russe fossero legate a doppio filo ai processi di globalizzazione in atto e come personaggi in apparenza macchiettistici e provinciali abbiano in realtà avuto un ruolo chiave nello sviluppo dei rapporti tra Russia e Occidente.

Anche la storia di Boris Berezovskij è emblematica del rapporto fra economia, informalità e potere. “Io sono stato il primo a creare un’economia di mercato in questo Paese”, disse Berezovskij proprio a Varese qualche decennio fa. Quell’economia di mercato e lo sviluppo industriale promosso dai tecnocrati furono però modellati su interessi personalistici, come dimostra l’industria dell’automotive nella città di Togliatti. Un “furto legalizzato”, come lo definisce Varese, che contribuì a sfumare i confini fra Stato e mafia. I due, infatti, hanno molto in comune, a partire dal lessico con cui si esprimono, per finire sulla convergenza strategica.

Come dimostra la vicenda di Sergej Savel’ev, infatti, se, da un lato, i ladri-in-legge portano avanti un’etica e una collaborazione parallela allo Stato e che per lo Stato ha totale disprezzo, dall’altro le sfere di Stato e di mafia sono sempre più confuse. Secondo una celebre massima di Voltaire, la civiltà di un Paese è data dalle condizioni delle sue carceri. Nel caso della Russia, non solo il grado di civiltà è facile da stabilire, ma dalle carceri si scorge anche il paradosso delle relazioni Stato-mafia: oltre alla grave corruzione del sistema carcerario e giudiziario, emerge anche e soprattutto il fatto che lo Stato russo sfrutti le norme sociali e le regole informali della criminalità organizzata per perpetrare le vessazioni ai reclusi e per piegarli a proprio favore. L’amministrazione penitenziaria si infiltra nei codici dei criminali, usandoli a proprio piacimento, al di fuori dello stato di diritto, per perpetrare pratiche violente, illegali e illegittime. I confini fra Stato e mafia, dunque, sono sempre più labili, e proprio questa opacità si è consolidata nel tempo come caratteristica cardine del regime di Putin.

Dinamiche simili si scorgono anche nel caso di Nikolaj Kuzmin, il criminale informatico che detiene la paternità di Gozi, un potente virus che ha portato un’innovazione sostanziale nel cybercrime contemporaneo. L’“esternalizzazione” dei crimini informatici, disponibili come servizi a pagamento, ha gettato le basi per il patto Stato-cybercrime che ha reso la Russia “il paradiso della criminalità” informatica. Gli hacker sono spesso assoldati dagli ufficiali di regime per portare a termine potenti attacchi informatici a infrastrutture di Paesi terzi, ricevendo in cambio una sostanziale immunità per i crimini commessi contro i privati cittadini. Ciò, d’altro canto, ha reso ancora più evidente la profonda fragilità del regime, minato dalla corruzione degli apparati amministrativi e dei servizi di sicurezza, che deve rivolgersi ai professionisti del settore per portare avanti offensive informatiche a paesi terzi.

In conclusione al volume La Russia in quattro criminali, Varese riflette su come il caotico e debole assetto istituzionale di quegli anni sia stato ereditato da Putin nella sua interezza, dopo il passaggio di testimone di El’cin al proprio delfino. Putin si è inserito nelle trame della nuova Russia con grande abilità, sfruttando una costituzione antidemocratica e iperpresidenzialista, scomunicando la corte degli oligarchi a proprio favore, riempiendo il vuoto ideologico paventato da El’cin con strumenti retorici artificiosi e conferendo al sentimento della paura un ruolo cardine nel mantenimento del potere e nel rapporto fra Stato e società civile. Tuttavia, la guerra in Ucraina e le implicazioni che avrà per la Russia (e non solo) non consentiranno allo Stato di raggiungere la sintesi del proprio rapporto dialettico con l’informalità, anzi: le dinamiche emerse dalle vicende narrate si ritorceranno contro al regime stesso, imbrigliandolo nelle varie ramificazioni di un presente che non riesce a liberarsi della propria genesi.

*Maria Chiara Franceschelli è dottoranda in Scienza politica e sociologia alla Scuola Normale Superiore di Pisa. Si occupa di movimenti sociali e società civile nello spazio post-sovietico. Fa parte della redazione de «Gli Asini» e delle Edizioni dell’Asino e collabora con diverse testate, riviste e istituti di ricerca.

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