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Il Pci e la questione triestina nell’immediato dopoguerra

di Vincenzo Di Mino*

Gli anni del dopoguerra, nel confine orientale italiano, furono teatro di un insieme di eventi di carattere locale e globale, dovuti alla specifica collocazione geografica, ai nodi irrisolti dell’irredentismo nazionalista e alle idee di indipendenza e cooperazione internazionale tra gli Stati. Trieste, centro cosmopolita e multiculturale, divenne il terminale di quella geografia immaginaria della tensione che fu da Winston Churchill ribattezzata “cortina di ferro” nel marzo del 1946. Come tale la “questione triestina” divenne oggetto di contesa.

Da un lato la giovane Jugoslavia guidata da Josip Broz Tito rivendicava a sé l’intero territorio della Venezia Giulia, in seguito alla guerra di liberazione dal nazifascismo condotta dall’esercito partigiano e soprattutto in virtù dell’ampio sostegno popolare che esso riscosse nei territori. Dall’altro lato il governo italiano, uscito sconfitto dalla guerra, trovò la propria collocazione nella sfera politica anglo-americana e rivendicò anch’esso il possesso del territorio triestino.

Il terzo attore sulla scena era il Partito Comunista Italiano (Pci), nel suo corpus dirigente romano e nelle sue articolazioni triestine e giuliane, e la molteplicità di legami che esso intratteneva con l’Unione Sovietica, con la Jugoslavia e con gli altri partiti dell’arco costituzionale italiano.

Lo spazio territoriale della contesa fu definito dal Trattato di Parigi del 1947, in cui venne istituito il “Territorio Libero di Trieste” (TLT) diviso in due zone, la A e la B, con capitali Trieste e Capodistria, rispettivamente sotto il controllo anglo-americano e jugoslavo. Così come Berlino, l’intera zona era un puzzle caotico e frammentario, in cui convivevano spinte differenti e in cui, come in ogni spy story, non potevano mancare nebbie, agenti doppiogiochisti, personaggi ambigui, forzature storiche e tragedie.

Suddivisione del Territorio Libero di Trieste (TLT) secondo il Trattato di Parigi del 1947 (Wikipedia)

Il colonialismo italiano

La questione triestina, dunque, è la cartina di tornasole con cui misurare due tendenze contrapposte. La prima riguarda la costruzione di una vera e propria mitologia storica sugli eventi del confine orientale, sedimentatasi con il tempo nella cultura italiana attraverso due idee guida quali “foibe” e “esodo istriano”, che furono utilizzati come elementi intorno a cui produrre e diffondere una identità nazionale. Utilizzando la doppia carta dell’anticomunismo e dell’antislavismo, e con ciò facendosi forti degli appoggi atlantici e di quelli delle gerarchie ecclesiastiche, i governanti italiani saldarono il bisogno di identità della popolazione con le paure derivanti dalle continue propagande anticomuniste dai toni apocalittici, ricollegandosi alle narrazioni sulla “vittoria mutilata” seguite al primo conflitto mondiale (quelle dannunziane, per intendersi) ed eleggendo Trieste a simbolo di una ritrovata “italianità” da difendere a tutti i costi.

L’utilizzo parziale delle categorie di “foibe” ed “esodo”, elementi che ancora oggi pervadono il dibattito sugli eventi del confine orientale e che sono stati de facto monopolizzati dalla destra intellettuale ed accademica, rese problematico già d’allora il dibattito sulle dimensioni reali degli eventi, facendo in modo di cancellare gli effetti del colonialismo italiano. Quest’ultimo continua ad essere interpretato e analizzato secondo i canoni di quello che Eric Gobetti ha definito “occupazione allegra”, ovvero volta al miglioramento delle vite attraverso l’esportazione forzata dell’italianità fascista, soprattutto in completa assenza di violenza nei confronti delle popolazioni balcaniche.

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Gli atti di violenza, però, ci furono da entrambe le parti, e se da un lato possono essere configurati come elementi di violenza razzista e sterminatrice, dall’altro assumono, quantomeno nelle fasi belliche, le forme di una resistenza popolare al nemico, per poi trasformarsi in brevi e concitate fasi in forme di caccia all’uomo. Idem per l’esodo, che prima di essere forzato dall’esercito jugoslavo fu fomentato dalle agenzie di comunicazione del governo italiano con funzioni propagandistiche, che nascosero anche l’altro grande esodo tra l’Istria e Trieste: quello dei comunisti che emigrarono dopo il 1946 per partecipare all’avventura socialista titoista per poi tornare delusi dopo il 1948.

Un dibattito storico sulla costruzione dell’identità nazionale sulla linea del confine orientale, egemonizzato dal “discorso della vittima”, deve necessariamente aggiungere concetti come “italianizzazione” e “colonialismo”, per ribaltare di piano la narrazione e sfuggire alla trappola del nazionalismo storiografico e politico.

Per approfondire ulteriormente questi lati nascosti del discorso pubblico egemone si può ricordare come, all’interno del clima di guerra civile strisciante, il territorio giuliano ed istriano fu interessato da alleanze in chiave anticomunista tra servizi di sicurezza italiani e statunitensi, dirigenti dell’apparato militare e reduci repubblichini, che pochi anni dopo avrebbero preso la forma di Gladio e disseminato il territorio di nascondigli di esplosivi ed armi.

L’atteggiamento del Pci sulla questione triestina

Il secondo punto è quello che riguarda l’atteggiamento del Pci, per cui la questione triestina rappresentò un problema di difficile soluzione, in grado di mettere in discussione le linee guida direttive del partito, tanto in politica interna quanto in politica internazionale. Il confronto, lo scontro e la successiva riappacificazione con il Partito Comunista Jugoslavo (Pcj), infatti, segue i ritmi della politica internazionale, della polarizzazione dello scontro tra Stati Uniti e Unione Sovietica, e di quelli all’interno del mondo socialista e comunista tra Stalin e Tito. Ciò che emerge con interesse è l’atteggiamento del Pci, la ricerca di tessiture e di equilibri tra speranze rivoluzionarie e pragmatismo democratico, tra fedeltà alle scelte sovietiche e ricerca di una originale linea politica autonoma nazionale.

Tutte queste tensioni si catalizzarono nella figura di Palmiro Togliatti e in quella che è passata all’opinione pubblica come “doppiezza”, che altro non fu che una materializzazione del machiavellismo di stampo marxista che Antonio Gramsci aveva esposto nei Quaderni dal carcere. In termini generali, nella questione triestina, questa doppiezza si manifestò nel voler contemporaneamente perseguire una politica di interesse nazionale e di difesa del blocco socialista.

Il decennio che va dal 1944 (anno del rientro del segretario del Pci sul territorio italiano) al 1954 (anno di firma del Memorandum di Londra che stabilisce la spartizione del Territorio Libero di Trieste tra Italia e Jugoslavia) può essere riassunto schematicamente attraverso 3 date, che segnalano altresì le mutazioni dei rapporti tra comunisti italiani e jugoslavi, con i dirigenti sovietici sullo sfondo a manovrare e incentivare le differenti posizioni in campo.

La prima fase: il dialogo

La prima data è quella del 17 ottobre 1944, che vide a Bari l’incontro tra il segretario comunista italiano e due dei massimi dirigenti jugoslavi, Milovan Đilas ed Edvard Kardelj, con cui venne formalizzato l’ingresso delle divisioni partigiane garibaldine nell’XI Korpus dell’Esercito Popolare Jugoslavo e, in linea di massima, il passaggio di Trieste e dei territori liberati alla Jugoslavia a guerra finita. In questo senso, però, si intravedono già le due differenti linee di condotta, che segneranno gli anni a seguire.

Palmiro Togliatti, Milovan Đilas ed Edvard Kardelj, tra i protagonisti delle discussioni sulla questione triestina

Il progetto jugoslavo era incentrato sulla politica rivoluzionaria del “classe contro classe”, ovvero della progressiva trasformazione della guerra di liberazione dal nazifascismo in guerra contro il capitalismo. Come ha mostrato in termini fondamentali Claudio Pavone nel suo Una guerra civile. Saggio sulla moralità storica della resistenza, il leninismo di fondo che è humus di queste posizioni lo si ritrova anche nelle articolazioni più radicali dei gruppi di liberazione.

Il progetto togliattiano, invece, provava a tenere insieme l’unità antifascista conquistata nella lotta di resistenza (memore della politica dei Fronti Popolari degli anni Trenta) e la prospettiva della transizione al socialismo attraverso gli istituti della democrazia, tenendo conto della situazione interna e di quella internazionale. Tutto questo, senza rinunciare agli ammiccamenti alle linee più intransigenti e rivoluzionarie, come quelle tenute dagli jugoslavi appunto.

La scontro tra partiti comunisti

L’ingresso dell’Esercito Popolare di Liberazione della Jugoslavia (Eplj) a Trieste nel maggio del 1945, seconda data spartiacque, con la proclamazione da parte di Tito dell’annessione della città alla Slovenia, provocò una prima grande crisi diplomatica nel campo alleato, risolta con l’accordo di Belgrado di giugno con il passaggio di Trieste agli anglo-americani, e radicalizzò le posizioni dei rispettivi partiti. Quello italiano, infatti, dovette fronteggiare le pretese jugoslave e le accuse interne di tutto l’arco costituzionale; quello jugoslavo moltiplicò i suoi sforzi egemonici attraverso gli organismi di massa tra cui il Partito Comunista del Territorio Libero di Trieste, un organismo nato nello stesso anno dalla fusione tra l’omologo italiano e quello sloveno.

Manifesto del Partito Comunista del Territorio Libero di Trieste

La politica che da qui in avanti perseguì il Pci fu improntata lungo due direttrici: la prima fu la rivendicazione italiana di Trieste attraverso il principio di autodeterminazione nazionale, linea guida della politica internazionale comunista; la seconda, attraverso le direttive di Mosca, fu quella di rivendicare l’internazionalizzazione di Trieste, attraverso un “condominio” di potere tra Alleati e Jugoslavia, così da mantenerne la neutralità e perseguire il desiderio sovietico di spezzare la continuità atlantista sulla rotta orientale. Il valore di Trieste per i comunisti non era solamente simbolico, ma anche economico e politico, come affermò Togliatti in una lettera a Maurice Thorez vergata dopo la rottura tra i due partiti comunisti avvenuta il 21 aprile 1946:

Ma – affermano i compagni jugoslavi – in Jugoslavia esiste un regime più avanzato che non in Italia. Giusto! Ma ogni volta che abbiamo cercato di risolvere un problema nazionale prendendo in considerazione solo questo aspetto della questione, ignorando il fattore nazionale, siamo stati sconfitti.

Con la chiarezza letteraria che lo contraddistinse, Togliatti colse la radice dei problemi presenti e futuri. Le progressive schermaglie tra comunisti slavi e italiani si caratterizzarono per l’asprezza dei toni e delle accuse: i primi, infatti, accusavano i secondi di gradualismo, laddove i secondi li tacciavano di frazionismo e avventurismo. Chiaramente, il modello socialista slavo esercitava un forte fascino su quei settori resistenziali comunisti che avevano visto la deposizione delle armi come un tradimento e che si sentivano pronti a “terminare” in maniera rivoluzionaria la guerra civile iniziata nel 1943. La stessa dirigenza comunista jugoslava aveva contatti con i gruppi comunisti del Nord Italia e, in quella fase, l’Unione Sovietica sosteneva a livello internazionale le posizioni titine, agevolando la critica anche da parte di alcuni settori del Pci alla linea togliattiana (come ad esempio quella di Pietro Secchia).

Il partito triestino era così scosso da fermenti insurrezionalisti, portati dal vento nuovo e dal valore politico immediato del progetto slavo e da ammonimenti alla disciplina e al rifiuto di fughe in avanti, in cui gli italiani provarono a far valere il progetto “partito nuovo” togliattiano. Proprio rivendicando il progetto di identità nazionale in uno spazio a governance internazionale Togliatti mostrò la propria abilità, facendo perno sulle parole d’ordine della pace, dell’internazionalismo e della coesistenza democratica, che ostacolava i progetti ideologici e politici slavi.

L’italianizzazione di Trieste

Il 1948 è la terza data simbolo. Fu infatti un anno di complessiva trasformazione dei rapporti di forza in campo nel territorio triestino: la rottura tra Stalin e Tito isolò la Jugoslavia dal blocco socialista, avvicinandolo a quello occidentale, e la sconfitta del Blocco Popolare alle elezioni italiane e la gestione comunista delle piazze pre-insurrezionali che fecero seguito all’attentato a Togliatti allontanarono la prospettiva rivoluzionaria e rafforzarono le tendenze democratiche in seno al partito.

Di conseguenza, lo stesso partito mise in atto una politica di normalizzazione della situazione triestina, rafforzando le strutture esistenti e rispondendo alle forzature slave con altrettante prese di posizione. Fu scelto per questo ruolo Vittorio Vidali, comunista triestino, vero e proprio modello di rivoluzionario di professione: dirigente del Comintern in Spagna durante la guerra civile, rientrato di proposito in Italia dal Messico attraverso una tappa in Unione Sovietica. Vidali, di cui è rimasta nella memoria storica la fedeltà alla politica sovietica, parlando di “titofascismo”, sollevò il tappo del vaso di Pandora delle violenze dei comunisti slavi nei confronti dei comunisti italiani e più in generale di tutti quelli che erano allineati alla linea di Mosca, stabilizzando con la forza dell’organizzazione la ricerca dell’italianità di Trieste. Le parole dello storico Patrick Karlsen evidenziano con chiarezza la funzione e lo scopo della missione di Vidali:

il TLT, diceva Vidali, doveva diventare un piccolo Stato con una sua specifica “via nazionale al socialismo”: diretta fondamentalmente, come quella che Togliatti stava tracciando in Italia, alla preservazione dell’equilibrio tra le superpotenze egemoni in Europa (Karlsen, 2019, p. 245)

L’intera questione triestina per i comunisti può emergere ora in tutta la sua dirompente problematicità: la doppia lealtà togliattiana agli equilibri di Jalta e al movimento comunista internazionale produsse scelte tattiche a volte contrastanti con le precedenti ma sempre nella ricerca dell’equilibrio tra aspirazioni rivoluzionarie e volontà normalizzatrici ed equilibriste, inteso in questo contesto come ricerca del compromesso sempre nell’interesse del campo socialista e delle classi popolari. In virtù di questa doppiezza, la stessa “normalizzatrice” di Vidali fu sottoposta a critica nel 1955, ovvero in seguito alla morte di Stalin e al riavvicinamento tra Unione Sovietica e Jugoslavia (e di conseguenza tra Togliatti e Tito). La divisione definitiva del TLT, sancita de facto dall’accordo di Londra del 1954, sconfessò anche le scelte politiche del Pci, che avrebbe preferito la continuazione del Territorio Libero e la proclamazione di un referendum con cui mettere sul piatto la volontà popolare.

Il caso di Trieste, in conclusione, fu un fondamentale banco di prova per i comunisti italiani, che dimostrarono di saper tradurre le aspirazioni nazionali delle classi popolari e saper proporre una via autonoma nella politica esterna, seppur tra i limiti rappresentati dal centro sovietico. Inoltre, dimostrò il fondamentale machiavellismo di Togliatti che, sospeso tra Mosca e Belgrado, riuscì a trovare una propria collocazione politica sulla questione, anticipando le scelte sovietiche e pagando in anticipo lo scotto delle eventuali scomuniche ideologiche che sarebbero pervenute.

Attraverso queste memorie, infatti, è possibile ricostruire la storia degli eventi accaduti sul confine orientale inserendoli in un tessuto narrativo più ampio, che comprenda anche le memorie di quei comunisti, che in balia degli eventi internazionali, furono costretti a schierarsi con una delle parti in causa interrompendo forzosamente il sogno dell’unità rivoluzionaria internazionale che la dimensione comune della guerra di liberazione aveva prodotto.

* Vincenzo Di Mino (1987), laureato in Scienze della Politica, è ricercatore indipendente in teoria politica e sociale. Ha collaborato con alcune riviste tra cui Machina.

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