Non chiamatele “Lolita”: stereotipi come strumenti di violenza contro le donne dell’Est

Ricordo che, quando scelsi di fare l’Erasmus a Kaunas, in Lituania, diverse persone mi chiesero perché avessi scelto una “destinazione di studio per uomini”. Dietro a questa domanda si celava spesso un pregiudizio implicito e sessista: l’idea che molti vadano nei paesi dell’est solo “in cerca di belle ragazze”. In quest’ottica, perché mai una donna dovrebbe essere interessata a studiare in un paese baltico?

Questo è solo uno dei tanti esempi di come la narrazione sull’est e i suoi abitanti siano distorti. Quando si parla in particolare di “donne dell’est”, il nostro vocabolario sembra restringersi improvvisamente a una manciata di cliché logori, in bilico tra la badante silenziosa e la modella arrampicatrice.

Un processo di stereotipizzazione che non si limita al linguaggio quotidiano, ma permea anche il discorso mediatico, mostrando come questi preconcetti trovino terreno fertile proprio laddove la vittima è già stata deumanizzata dal pregiudizio. I media, infatti, possono contribuire a costruire e legittimare narrazioni che normalizzano la violenza.

Una breve riflessione su tre esempi molto diversi tra loro mette in luce il meccanismo: un caso di utilizzo di stereotipi sulle donne dell’est durante una trasmissione televisiva italiana; il modo in cui gli stereotipi sono stati impiegati nei media e dagli stessi aguzzini nel caso Epstein per rappresentare le vittime e minimizzarne la sofferenza; e infine il ricorso a narrazioni stereotipate più strutturate nella Russia contemporanea per sostenere l’autoritarismo e contenere la ribellione delle donne.

Esempi che mostrano come gli stereotipi patriarcali non siano solo descrizioni di presunti tratti culturali, ma veri strumenti di potere che limitano l’autodeterminazione delle donne e possono favorire forme di violenza nei loro confronti.

Rubamariti o mogli perfette? Cliché in diretta TV

Una tendenza dei media è quella di rappresentare certi gruppi, tra cui le donne dell’est Europa, in modo unidimensionale, enfatizzando tratti esoticizzati e stereotipati.

Un esempio lampante è la rubrica di una puntata della trasmissione TV “Parliamone Sabato” andata in onda nel 2017, dal titolo inequivocabile: “La minaccia arriva dall’est. Gli uomini preferiscono le straniere”. Il sottotitolo rincarava la dose, chiedendo provocatoriamente: “Sono rubamariti o mogli perfette?”.

In quella puntata della Rai venne mostrata una vera e propria lista di “motivi per scegliere una fidanzata dell’est”: si diceva che perdonano il tradimento, che sono disposte a far comandare il loro uomo, si occupano amorevolmente della casa e della famiglia e che recuperano un fisico marmoreo dopo il parto.

In questa narrazione, la donna dell’est viene dipinta come una minaccia per la stabilità della famiglia italiana: è la “rubamariti” per eccellenza, dotata di una scaltrezza quasi ferina nel saper individuare l’uomo (spesso benestante) e “sottrarlo” alle donne locali. Se da un lato vengono descritte come scaltre arriviste sociali, pronte a usare la bellezza fisica come un grimaldello per scardinare patrimoni, dall’altro vengono presentate come l’ideale della domesticità arcaica.

Il “premio” finale di questa scalata sociale sarebbe, ovviamente, l’uomo italiano: un maschio occidentale dipinto come intrinsecamente superiore, pronto a mantenerle in cambio di una devozione totale. In questo scambio, la donna dell’est conquisterebbe la sicurezza economica (ovvio, solo grazie ad un uomo), ma il prezzo è la sua riduzione a un elettrodomestico vivente: pronta a cucinare la cena e stirare le camicie senza mai sollevare la voce.

È il paradosso del pregiudizio: una figura dipinta come pericolosa e manipolatrice che, una volta varcata la soglia di casa, si trasforma miracolosamente in una figura sottomessa e silenziosa. Una rappresentazione non neutra: rafforza stereotipi di genere e legittima la violenza domestica, normalizzando l’idea che subordinazione e controllo sulle donne, in particolare quelle di certa provenienza e cultura, siano comportamenti giustificabili.

Il traffico di esseri umani

La scelta di nominare ragazze e adolescenti con riferimenti letterari o estetici, come nei cosiddetti Epstein Files, trasforma esseri umani in oggetti simbolici, rafforzando stereotipi di genere e pratiche di controllo e violenza.

Il sistema di Epstein ha sfruttato sistematicamente, come sicuramente continuano a fare altri predatori, il programma di visti J-1 degli Stati Uniti per adescare ragazze dalla Russia, dall’Ucraina, dalla Moldova e dall’Uzbekistan attraverso false promesse di borse di studio o carriere nel mondo della moda.

Nei documenti processuali emerge chiaramente come Epstein e i suoi ospiti avessero una specifica predilezione per le giovani dell’est, considerate più docili e più belle, alimentando consapevolmente quel mercato del corpo che riduce l’essere umano a merce di scambio. Questa preferenza non era solo un gusto estetico, ma una strategia di dominio basata sulla vulnerabilità delle vittime e sul totale controllo che ne derivava.

Chiamare una bambina o un’adolescente vittima di tratta con il nome di un personaggio significa compiere un’operazione che, in certi contesti, può ridurre una persona a un simbolo. Inoltre, negli Epstein Files la deumanizzazione diventa letterale quando il predatore scrive citazioni tratte dal libro di Vladimir Nabokov direttamente sul corpo delle vittime. In questo modo, insieme al nome del suo aereo “Lolita Express”, le bambine abusate vengono trasformate in oggetti letterari, conferendo un’estetica colta a un brutale traffico di esseri umani.

Stereotipi, patriarcato e resistenza femminista in Russia

Queste dinamiche di stereotipi che aiutano ad avallare situazioni di violenza non sono confinate ai media occidentali, ma si riflettono anche nei discorsi interni ad alcuni paesi dell’Eurasia, tra cui la Federazione Russa.

In uno dei poster sovietici, la scritta che appare è: 8 marzo: giornata della ribellione delle lavoratrici contro la schiavitù della cucina. Mentre l’esperienza sovietica aveva cercato, seppur spesso solo sulla carta, di liberare la donna da certi pregiudizi, la narrazione mediatica contemporanea e il linguaggio comune ne hanno enfatizzato una nuova forma di sottomissione, sostenuta da stereotipi di genere che creano un contesto in cui discriminazione e violenza contro le donne, in particolare quelle provenienti dall’Europa dell’Est, possono essere più facilmente giustificate o tollerate.

Dopo la piena invasione dell’Ucraina del 2022, la propaganda russa sulle donne è cresciuta visibilmente, puntando sempre più a rafforzare ruoli di genere conservatori, come madri, caregiver e sostenitrici delle azioni militari dello Stato. Una delle principali necessità di Putin è sostenere queste narrazioni patriarcali, che contribuiscono a normalizzare le disuguaglianze e a rendere meno visibili le forme di violenza strutturale (per esempio, con la depenalizzazione della violenza di genere), consolidando una logica in cui la subordinazione sociale delle donne appare “naturale” anziché da contestare.

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Tuttavia, come accade nei media occidentali quando raccontano l’est con stereotipi esasperati, anche all’interno del contesto russo questi modelli sono messi in discussione da forme di resistenza: reti femministe e gruppi di attiviste che operano sia offline sia in spazi digitali cercano di contestare le narrazioni stereotipate, promuovere diritti civili e creare forme di protezione contro la violenza.

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In definitiva, gli stereotipi non sono semplici rappresentazioni culturali: essi deumanizzano le persone e i loro corpi, riducendoli a simboli o oggetti funzionali a narrazioni sociali e mediatiche. Questa riduzione facilita la legittimazione e la normalizzazione della violenza, rendendo meno visibili e legittime le esperienze di oppressione e subordinazione, consolidando così strutture di potere che sfruttano la vulnerabilità delle vittime.

Comprendere come gli stereotipi, anche quelli veicolati dai media, siano utilizzati è dunque essenziale per mettere in discussione le disuguaglianze e contrastare forme di violenza, sia simbolica che concreta.

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Margherita Gobbat
Margherita Gobbat

Ricercatrice al Center for Social Sciences (CSS) di Tbilisi e dottoranda al Research Center For Eastern European Studies (FSO) all'Università di Brema. Dal 2018 si sposta tra vari paesi dell’est Europa.