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Bosnia, una calda estate pre-elettorale

di Alfredo Sasso*, pubblicato originariamente sulla rivista “Il Mulino”

Dal 1996 ad oggi, il periodo che precede le elezioni politiche della Bosnia ed Erzegovina vede tradizionalmente aprirsi una forte polarizzazione sociale: drammatizzazione degli scenari, rievocazione di memorie di guerra e linguaggi d’odio, mobilitazione clientelare. Puntualmente giornalisti e osservatori si affannano a spiegare che la crisi era peggiore di quella di quattro anni prima.

Anche in questa lunga campagna elettorale de facto che precede il voto del 2 ottobre, non mancano elementi a sostegno dell’ennesima eccezionalità. Già da tempo si osservavano segnali di esaurimento del ciclo della transizione, iniziata con gli accordi di pace di Dayton del 1995 e mai completata. In particolare, sembra ormai chiudersi il suo secondo tempo: quest’ultimo è cominciato con la fallita riforma costituzionale del 2006, proseguendo con la stagnazione socioeconomica post-crisi globale del 2008, da cui scaturirono il cementarsi di sistemi cleptocratici attorno ai tre principali partiti nazionalisti del paese (serbo, croato e bosgnacco) e la radicalizzazione dei due nazionalismi centrifughi (serbo e croato).

Le spinte verso il territorio sconosciuto in cui all’apparenza si trova il paese sono tre.

La prima è venuta da Milorad Dodik, leader nazionalista serbo-bosniaco, dal 2006 ininterrottamente al potere e principale protagonista della vita politica nazionale, oggi membro della presidenza collettiva statale. Dall’ottobre scorso Dodik ha lanciato un programma di disconnessione graduale e unilaterale della Republika Srpska – una delle due entità del paese – attraverso la creazione di istituzioni parallele a quelle nazionali, tra cui esercito, organi giudiziari e riscossione fiscale: una secessione di fatto, che alcuni media ipotizzavano essere in qualche modo coordinata con la Russia, tradizionale alleata della Republika Srpska, proprio nelle settimane in cui iniziavano le prime manovre militari al confine russo-ucraino.

La seconda spinta proviene dai nazionalisti croati. Denunciando la presunta sottorappresentazione del proprio gruppo, il leader Dragan Čović è arrivato a minacciare un boicottaggio attivo delle elezioni previste per ottobre 2022 e il loro mancato svolgimento, bloccandone l’iter di finanziamento. Čović ha respinto tutte le mediazioni di riforma elettorale, uno dei punti chiave del processo di integrazione Ue, esprimendo richieste sempre più radicali: un sistema di voto basato più rigidamente sull’appartenenza etnica, l’indicazione di quest’ultima sulla carta d’identità, l’evocazione di una «terza entità» solo croata. Questo pacchetto rafforzerebbe il principio di segregazione di cittadinanza e rappresentanza, nei fatti contrario alla ratio delle diverse sentenze della Corte europea dei diritti dell’uomo, dal 2009 a oggi – queste, infatti, hanno riscontrato i meccanismi discriminatori verso coloro che non si riconoscono nei tre principali gruppi etnici, o in quello dominante in un dato territorio – ma garantirebbe al partito di Čović una comoda rendita elettorale nella regione dell’Erzegovina.

Come è consuetudine negli ultimi anni, Dodik e Čović hanno agito di sponda. Entrambi condividono l’obiettivo minimo di ostacolare la costruzione di uno stato funzionale e le ingerenze della comunità internazionale, e alludono all’obiettivo massimo di una rottura di sistema: un orizzonte estremo e rischioso a cui in principio nessuno dei due aspira, ma che per entropia interna o l’intervento di cause esterne potrebbe davvero realizzarsi. Le loro azioni combinate potevano dunque causare la tempesta perfetta in grado di condurre il paese verso una svolta disgregatrice definitiva, con possibili tensioni sociali.

E qui giungiamo alla terza spinta, quella delle conseguenze della guerra in Ucraina, che ha paradossalmente agito in senso contrario alle prime due, almeno per ora. Diversi osservatori sottolineano che un esito del conflitto nettamente a favore russo avrebbe aperto una finestra di opportunità per i nazionalisti serbo-bosniaci, magari nell’ambito di una ridefinizione generale di confini e rapporti di forza nei Balcani. Le attuali difficoltà economiche e militari della Russia rendono invece improbabile un’iniziativa nello spazio balcanico a stretto giro. Infatti, il 6 giugno scorso, Dodik ha formalmente rinviato il piano di disconnessione della Republika Srpska, giustificandolo proprio con le «complesse condizioni geopolitiche». Ma la situazione resta fluida, in Ucraina come sugli altri fronti. Ed è probabile, per quanto non scontato, che Dodik si riaffermerà alle elezioni. Il leader serbo-bosniaco ha recentemente affermato di pregare per il ritorno al potere di Donald Trump nel 2024, che aprirebbe lo scenario favorevole per la definitiva secessione.

Benché labile e persino sopravvalutata sul piano economico, l’influenza russa sulla Republika Srpska permane forte in ambito simbolico e diplomatico. L’andamento dei cantieri del Tempio russo-serbo a Banja Luka, un imponente edificio in costruzione dal 2018 e destinato ad avere funzioni di centro culturale oltre che di culto ortodosso, sembra rispecchiare lo stato dei rapporti tra la capitale russa e il capoluogo serbo-bosniaco: lenti e opachi, interrotti per poi riprendere nei periodi elettorali, con tanta scenografia e poca sostanza materiale, ma ormai permanenti nel paesaggio, punto di riferimento per il pubblico, capaci di produrre effetti performativi sulla realtà. Inoltre, Dodik sta cementando un’altra partnership importante con l’Ungheria di Orbán, che sta offrendo alla Rs sostegno finanziario, lobby ai tavoli europei e collante ideologico nel nome dei valori cristiano-conservatori e delle barriere anti-immigrazione.

Gli attori occidentali hanno mostrato qualche segnale di reattività, rivelando tuttavia divisioni e incertezze sulle strategie future. Proprio all’indomani dell’attacco su Kiev, l’Ue ha raddoppiato il contingente della missione Eufor-Althea dislocato nel Paese. Gli Stati Uniti hanno inasprito le sanzioni contro Dodik e alcuni collaboratori per le loro «attività secessionistiche» e preso posizione contro l’ostruzionismo dei nazionalisti croati. L’alto rappresentante (il supervisore internazionale dell’attuazione degli accordi del 1995), il tedesco Christian Schmidt, negli ultimi mesi ha usato per due volte i poteri straordinari (i cosiddetti «poteri di Bonn», quasi del tutto inutilizzati negli ultimi dieci anni, che gli consentono di imporre o revocare leggi), annullando una delle leggi del pacchetto di secessione della Srpska e forzando il finanziamento delle elezioni di ottobre, disinnescando in parte l’offensiva croato-bosniaca.

Ma proprio attorno all’operato dell’alto rappresentante si rivelano divisioni e incertezze. Gli anglo-americani spingono per un maggiore interventismo, più per contenimento anti-russo che per un progetto di sviluppo duraturo del paese. A loro guardano con certo sospetto gli europei, a loro volta privi di una visione coesa e lungimirante: la Francia, in particolare, persegue l’approccio di un’«Europa a due velocità», che si concentri sulla riforma interna dell’Unione e allontani di fatto ogni ipotesi di allargamento reale. In Bosnia ed Erzegovina il disappunto verso lo stallo nel processo d’integrazione Ue cresce da tempo e non farà che approfondirsi dopo la decisione del Consiglio europeo dello scorso 24 giugno, che ha concesso lo status di candidato a Ucraina e Moldavia, ma ha lasciato ancora fuori Sarajevo, oltre a Macedonia del Nord e Albania. Il paese sconta ormai una posizione di periferia della periferia, relegata a un secondo piano anche negli affari balcanico-occidentali.

Questo panorama di intrighi etnopolitici e giochi internazionali non deve offuscare la realtà materiale del paese. In un’economia stagnante, lo scorso aprile l’inflazione ha superato il 10%, il più alto nella regione, toccando il 15% sui beni alimentari e il 25% sui trasporti. Gli anni elettorali recenti sono stati accompagnati da mobilitazioni sociali: nel 2014 la «primavera bosniaca» di cittadini e sindacati contro la crisi, nel 2018 le proteste contro i «casi irrisolti» di omicidi insabbiati dalle autorità locali. Il 2022 è stato invece pervaso da silenzio e rassegnazione, almeno finora – un’eccezione è quella dei crescenti movimenti ambientalisti contro la proliferazione di centrali idroelettriche.

L’opposizione sociale sembra principalmente evaporata e assorbita dall’emigrazione: alcune stime parlano di circa 500 mila persone che hanno lasciato il paese nell’ultimo decennio, con cifre in continuo aumento. Non si scorgono alternative politiche in vista delle elezioni: queste, dunque, resteranno affare interno ai protagonisti dell’etnopolitica, a meno che non arrivi qualche nuova spinta inaspettata, dall’esterno o, questa volta, dal basso.

* Alfredo Sasso è assegnista di ricerca nel dipartimento di Scienze politiche e sociali dell’Università di Firenze. È dottore di ricerca in Storia contemporanea presso l’Universitat Autònoma de Barcelona, con specializzazione in Storia e politica dell’area post-jugoslava. Collabora con Osservatorio Balcani e Caucaso Transeuropa ed è tra i coautori di Capire i Balcani occidentali, da Dayton ai giorni nostri (Bottega errante edizioni, 2021).

Foto di copertina di Pixabay

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