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“Aniko” di Anna Nerkagi, una recensione

Filia Anika, ora vivo da sollo. Tua mamma e la tua sorellina sono morte. Torna…

Questa frase goffa e straziante è la sola scritta nella lettera che Aniko ritrova quasi per caso, dopo averla dimenticata per settimane in un cassetto tra maglioni e gonne. Il mittente è suo padre Seberuj. Aniko non lo vede da più di dieci anni, da quando ha lasciato la sua famiglia e la terra natale per andare in città a frequentare prima la scuola e poi l’università. Aniko studia geologia e davanti a lei si intravede una promettente carriera. Appartiene alla comunità nenec, la popolazione indigena che abita l’estrema parte nordorientale della Russia europea. L’inaspettata lettera di suo padre la costringerà bruscamente a rimettere in discussione le sue scelte di vita e il suo futuro.

Di ispirazione autobiografica, pubblicato per la prima volta come povest’ (romanzo breve) negli anni Settanta, Aniko (Aniko iz roda Nogo) è il debutto letterario di Anna Nerkagi, nata nella penisola di Jamal, parte del Circondario autonomo dei Nenec (Neneckij avtonomnyj okrug, Nao). Autrice apprezzata e stimata sia in patria che all’estero, segnalata all’Accademia di Svezia dall’Università federale degli Urali nel 2015, raggiunge finalmente l’Italia nella traduzione di Nadia Cicognini, grazie a Utopia Editore che ha in programma di pubblicare anche i suoi altri romanzi.

Classe 1952, ancora bambina Anna Nerkagi viene costretta in collegio dalle autorità sovietiche, dove impara il russo, lingua in cui scrive le sue opere. Nel 1980 sceglie di tornare a vivere con la sua famiglia nel villaggio di Laborovaja, dove tuttora abita dedicandosi alla formazione dei giovani nenec e alla difesa e salvaguardia del patrimonio culturale della popolazione.

«Eppure io mi sono abituata a vivere in città».
«Anche troppo», fece Alëška, ridacchiando. «Tu, come altri ragazzi e ragazze di qui, sei stata guastata dalla vita all’internato».
«Come sarebbe, sei contro l’istruzione?», disse confusa Aniko, scrutando con stupore il ragazzo.
«Perché mai contrario? Niente affatto», ribatté Alëška offeso. «L’internato è un’ottima cosa. Ma considera quanti giovani dopo l’internato hanno fatto ritorno alla tundra. E quelli che sono tornati cos’hanno portato in più di positivo? O non hanno ricevuto un’istruzione completa, o hanno scordato il mestiere dei loro padri. E il risultato è che non siamo più né dei veri abitanti della tundra, né dei veri cittadini, ma solo un ibrido…».

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Chi sono i nenec?

Si tratta di una popolazione nomade che abita i territori dell’attuale Federazione Russa da secoli, dividendosi principalmente in nenec della tundra e nenec della foresta. Sono l’etnia più popolosa (oltre 40mila secondo un censimento del 2021) tra quelle del cosiddetto gruppo dei samoiedi, formato dalle varie comunità indigene che vivono tra gli Urali e la Siberia e parlano diverse lingue ugrofinniche. L’origine del termine “samoieda” è incerta: potrebbe essere dovuto a una storpiatura della parola indigena Saamid, oppure derivare dalle parole russe samo e ed’, e cioè “mangiatori di se stessi”. L’usanza propria di questi popoli di nutrirsi di carne di renna cruda aveva infatti portato alla creazione di tale pregiudizio, del tutto errato. Il vocabolo “samoieda” però, seppur ritenuto desueto, non è stato ancora del tutto abbandonato.

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Due nenec trainati dalle renne (Wikipedia/Karen Mulders)

Il termine nenec vuol dire “persona, essere umano”. La stragrande maggioranza dei nenec della tundra vive nel Nao, in particolare sulla penisola di Jamal, che significa “fine del mondo”. Lo stile di vita è strettamente legato alle renne e alle loro migrazioni, tanto che gli studiosi non sono ancora riusciti a definire con precisione se siano gli uomini a guidare gli animali o viceversa. La parola parka deriva della lingua nenec e il significato originario è infatti “pelliccia di renna”.

Nonostante l’esistenza e la sopravvivenza di questa popolazione sia legata anche ad altri mammiferi – foche, volpi artiche, scoiattoli e il celebre cane di razza samoieda – la renna rimane il mezzo di sussistenza e locomozione primario dei nenec, dalla quale ricava carne, pellame, e utensili a partire dalle ossa, ma che possiede anche un grande valore spirituale all’interno dello sciamanesimo praticato dai clan. Nella scrittura di Nerkagi la relazione profonda con questi mammiferi emerge in modo evidente e poetico, annullando qualunque differenza nel descrivere atteggiamenti e mondo interiore umano e animale.

Temujko si stava allontanando pian piano dal branco. Di tanto in tanto alzava la testa per controllare se il cane lo stesse sorvegliando e poi la chinava di nuovo, fingendo di brucare diligentemente il muschio sotto di sé. Vedendo che nessuno lo inseguiva, Temujko si fece più audace.
Dapprima raggiunse la strada invernale e poi si girò in direzione del cimitero. Non ci andava ogni giorno, ma si ricordava bene il luogo dove era sepolta sua madre e ora si avvicinava rapido e sicuro.
Di colpo si fermò, le sue narici fremettero: aveva scorto Aniko. Dopo aver esitato un po’, annusando guardingo l’aria, si avvicinò alla bara, dal lato opposto. […]
Aniko se ne stava lì, senza riuscire a credere ai suoi occhi e al suo cuore. Una renna davanti alla bara della mamma… Forse si era allontanata dal branco e si era smarrita e, scorgendo un essere umano, aveva preso quella direzione. Somigliava alla renna orgogliosa che aveva visto il giorno prima. Ma sì, era proprio lei.
Temujko non le prestava attenzione. Fissava coi suoi grandi occhi malinconici il sarcofago e le macchie di neve scongelata ed era come assorto in tristi meditazioni non da renna.

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Esposizione di manufatti nenec al Museo dello sviluppo artistico dell’Artico di Arcangelo, Russia (Meridiano 13/Giorgia Spadoni)

La letteratura non è mai periferica

Il primo, breve romanzo di Anna Nerkagi ruota attorno a ciò che rimane del clan Nogo, di cui Aniko e suo padre Seberuj sono gli ultimi discendenti. È un’accurata ed estremamente toccante fotografia del mondo nenec negli anni Settanta, nell’allora Unione Sovietica. Lo scontro tra la modernità e la ricerca delle proprie radici è il filo rosso che lega la storia della protagonista alle vicende degli altri uomini, donne e animali, ma non è il solo. Alle terre dei nenec cominciano a interessarsi antropologi curiosi e appassionati ma anche geologi e ingegneri alla ricerca di preziosi giacimenti da sfruttare. La piaga dell’alcol serpeggia tra gli indigeni, che alternano periodi in cui ne stanno lontani per mesi ad altri nei quali sono disposti a barattare qualunque cosa con gli abitanti dei centri urbani pur di ottenerne una bottiglia. I rapporti tra folclore, natura e civilizzazione pongono quesiti sempre più complessi e stringenti: c’è posto per i nenec nel futuro del paese? Qual è il ruolo delle future generazioni?

La prosa di Anna Nerkagi non offre alcuna risposta a queste domande, lasciando al pubblico il compito di interrogarsi e la responsabilità di decidere quale strada intraprendere. Il lettore si ritrova con semplicità e naturalezza a immedesimarsi nei personaggi – siano essi umani o animali – e provare le loro stesse emozioni, gli stessi dubbi, lo stesso senso di spaesamento. Comprende perché Aniko arriva a “ripulirsi la guancia dopo il bacio del padre”, ma anche la gioia cieca di Seberuj, la testardaggine di Temujko, il desiderio di vendetta di Diavolo zoppo e la fiducia incondizionata di Buro.

La potenza del romanzo di Nerkagi sta nella sua capacità di ricollegarci alla natura intesa come creato e come indole, attraverso una storia che solo in apparenza proviene dalla periferia letteraria e geografica del mondo, e tra esitazioni e fratture regala una nuova, affinata consapevolezza.

Aniko era così turbata che le veniva da piangere. Era un bene che Alëška fosse andato via e non potesse vedere il suo viso. Non si aspettava di udire delle parole orribili e sferzanti. E da chi poi? Da un semplice pastore, da un ragazzo che portava una malica!
E se tutti loro, suo padre, Passa e quelle brave donne, avessero avuto la medesima opinione su di lei, solo inconfessata? Come doveva comportarsi? Esisteva un modo per trovare un po’ di consolazione e soprattutto per giustificarsi con loro? Da qualche parte, nel profondo del cuore, cominciava a rendersi conto che quel ragazzo aveva ragione. Ma come poteva abbandonare tutto? L’università, il teatro, il cinema, i balli, le discussioni coi compagni sull’arte e sul futuro promettente e luminoso che li attendeva… Come poteva dimenticare le strade affollate e animate della città e i suoi luoghi favoriti, dov’era così piacevole fermarsi a riflettere e fantasticare, per consegnarsi volontariamente a quel gelido silenzio e smarrirsi in quelle infinite distese di neve, indossare una
jaguška e vivere alla luce di una lampada a cherosene fino alla vecchiaia?!

Aniko, Anna Nerkagi, traduzione di Nadia Cicognini, Utopia Editore, 2022.

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Giorgia Spadoni
Giorgia Spadoni

Traduttrice, interprete e scout letterario. S'interessa di storia e cultura est-europea, in particolar modo bulgara. Nel 2018 ha vinto il concorso di traduzione letteraria Leonardo Pampuri, e nel 2023 è stata finalista al premio Peroto per la migliore traduzione dal bulgaro in lingua straniera. Ha vissuto e studiato in Russia (Arcangelo), Croazia (Zagabria) e soprattutto Bulgaria, specializzandosi all'Università di Sofia, dove insegna traduzione editoriale dal bulgaro all'italiano. Da gennaio 2020 a dicembre 2021 è stata autrice per East Journal. Scrive anche per Est/ranei, le riviste bulgare Literaturen Vestnik e Toest, e collabora con l'Istituto Italiano di Cultura di Sofia.