La fine dell’Unione Statale di Serbia e Montenegro: un referendum per due

Volete che la Repubblica del Montenegro sia uno stato indipendente con piena soggettività giuridica internazionale?

Questo il quesito stampato sulla scheda elettorale consegnata ai cittadini e alle cittadine del Montenegro il 21 maggio 2006. Una domanda semplice, diretta, ma dal fortissimo valore storico e politico. L’indipendenza a cui si faceva riferimento era quella dall’Unione Statale di Serbia e Montenegro, l’ultima forma di una convivenza che sin dal 1918, con l’adesione del Regno di Montenegro al Regno dei Serbi, Croati e Sloveni, aveva quasi ininterrottamente visto serbi e montenegrini vivere all’interno della stessa organizzazione statale, ad eccezione del breve periodo dell’occupazione nazifascista della penisola balcanica durante la Seconda guerra mondiale.

Al referendum votarono l’86,5% degli elettori. Di questi, il 55,5% si espresse in favore dell’indipendenza, mentre il restante 44,5% votò per mantenere l’unione con la Serbia. Un risultato appena sufficiente a ottenere la vittoria, dato che per il SÌ era stato previsto il raggiungimento di una soglia minima del 55%. In termini assoluti, i voti decisivi furono appena duemila.  

Dopo la tornata elettorale, il 3 giugno 2006 il Montenegro proclamò ufficialmente la sua indipendenza, diventando il 192° membro delle Nazioni Unite il 28 giugno.

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L’Unione Statale di Serbia e Montenegro

L’ultima esperienza condivisa tra Belgrado e Podgorica era nata appena tre anni prima, nel 2003, dalle ceneri della cosiddetta “terza Jugoslavia”, la Repubblica Federale di Jugoslavia comprendente i soli due paesi superstiti della Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia crollata definitivamente nel 1992 sotto le bombe della guerra in Croazia e Bosnia ed Erzegovina. Il nuovo nome della confederazione, Unione Statale di Serbia e Montenegro (Državna zajednica Srbija i Crna Gora), non lasciava più spazio a fraintendimenti e nostalgie. Tutto ciò che ricordava la Jugoslavia era ormai stato relegato nella cantina della Storia. Non si trattava più del tentativo di tenere uniti tutti i popoli slavi meridionali ma solo quello che veniva considerato il “mondo serbo”.

Il territorio dell’Unione Statale di Serbia e Montenegro (Wikipedia)

La nuova entità statale, cui venne riconosciuta la continuità giuridica con la precedente anche a livello internazionale, prevedeva un Parlamento fortemente sbilanciato in favore della componente serba, cui erano riconosciuti 91 seggi contro i 35 destinati ai montenegrini. I margini di autonomia dei due paesi erano però piuttosto ampi, con il governo dell’Unione composto solo da cinque ministri, con competenze in materie di politica estera, difesa, relazioni economiche internazionali, economia interna e minoranze. Tutto il resto era gestito autonomamente dai singoli paesi con propri governi, parlamenti e Costituzioni.

Secondo un accordo raggiunto tra le due componenti già nel 2002, inoltre, a ognuno dei due paesi era riconosciuto il diritto di convocare dopo tre anni un referendum popolare per ottenere l’indipendenza.

A capo dell’Unione era stato eletto il montenegrino Svetozar Marović che ricoprì contemporaneamente la carica di capo dello Stato e presidente del Consiglio. Nonostante il doppio ruolo istituzionale, Marović si espresse apertamente a favore dell’indipendenza del proprio paese. Come lui, altri personaggi che si erano resi protagonisti degli ultimi agonizzanti anni di vita della Jugoslavia.

Lo scontro tra unionisti e indipendentisti

Tra loro, Milo Đukanović, il protagonista assoluto degli ultimi tre decenni di storia montenegrina. La sua carriera iniziò nel 1989 con la Rivoluzione antiburocratica lanciata da Slobodan Milošević, un movimento che si poneva come obiettivo quello di “rottamare” la vecchia classe dirigente comunista jugoslava e sostituirla con una nuova élite più vicina alle istanze nazionaliste serbe. Tra i leader emergenti vi era lo stesso Đukanović che appena due anni dopo, all’età di ventinove anni, arrivò a ricoprire la carica di primo ministro del Montenegro, diventando così il capo di governo più giovane d’Europa. A seguito di forti pressioni da parte di Belgrado, appoggiò non senza remore l’adesione del paese alla Repubblica Federale di Jugoslavia (RFJ), confermata da un referendum popolare nel 1992.

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Durante la guerra sostenne le imprese militari serbe, contribuendo in maniera non proprio decisiva all’assedio di Dubrovnik. I forti contrasti con Mira Marković, intellettuale comunista a capo della Sinistra Jugoslava Unita (JUL) e moglie di Milošević, aggravarono le distanze con il vecchio alleato. La rottura definitiva si concretizzò a seguito dei brogli elettorali compiuti da Milošević nel 1997. Nella debolezza del leader serbo, Đukanović intravide una possibilità per emanciparsi definitivamente e allentare la presa di Belgrado verso il paese.

A sfidare questa sua visione ci pensò però un suo compagno di partito, Momir Bulatović, fedelissimo di Milošević e assolutamente contrario a qualsiasi forma di indipendenza dalla Serbia. Tra i due si aprì una durissima faida, dentro il partito e nelle urne, che vide vincitore Milo che, però, nei primi anni Duemila dovette fare i conti con le accuse di contrabbando internazionale di sigarette e traffico di essere umani. Accuse che lo spinsero, su pressione europea, a rimandare di tre anni qualsiasi progetto indipendentista, anche per non alterare il fragile equilibrio raggiunto nella regione dopo un decennio di guerre e distruzioni.

Il referendum: un’altra spaccatura etnica

Passati i tre anni previsti dall’accordo con Belgrado del 2002, gli indipendentisti tornarono alla carica con la convocazione del referendum previsto dalla stessa Costituzione dell’Unione. Al tavolo delle trattative per stabilire le regole del gioco sedettero anche rappresentanti dell’Unione europea, chiamati a vigilare sul regolare svolgimento della consultazione, e in particolare il mediatore Miroslav Lajčak, lo stesso che quattordici anni dopo ricoprì la carica di Rappresentante speciale dell’Unione europea per il dialogo Belgrado-Pristina. Le trattative portarono, come detto, a stabilire il 55% dei voti favorevoli come soglia minima per la vittoria.

Il 21 maggio 2006, 419mila elettori ed elettrici si recarono ai seggi, ben l’86,5% degli aventi diritto. Dato il ridotto margine dei Sì (55,5%), la Commissione elettorale impiegò due giorni per l’annuncio ufficiale dei risultati.

Il confronto tra due mappe, quella della composizione etnica del paese risalente al 2003 e quella dei risultati del referendum del 2006, restituisce una fotografia della frattura interna alla società montenegrina lungo una precisa linea etnica. In tutte le aree in cui i serbi erano maggioranza, ha infatti trionfato il No all’indipendenza. Unica eccezione, la municipalità di Bijelo Polje dove i serbi erano maggioranza relativa ma non assoluta. Dall’altro lato, in tutte le municipalità dove la composizione etnica era sfavorevole ai serbi a vincere furono i Sì. Con due eccezioni: quella di Kolašin, considerata da sempre una roccaforte degli unionisti, e quella di Mojkovac, dove l’opposizione guidata da Bulatović poteva comunque già contare sulla metà dei voti dell’elettorato. Nelle restanti municipalità le due mappe sono completamente sovrapponibili, indicando più di una semplice tendenza.

Le reazioni

Belgrado, dopo esser stata per quasi tutto il Novecento la capitale di uno stato unitario e multietnico, si trovava adesso completamente isolata. Contrariamente a quanto successe però negli anni Novanta, la reazione fu quella di accettare l’esito del referendum montenegrino pur non condividendone l’esito. Piuttosto entusiastiche furono invece le reazioni in Kosovo, che vedeva nella vittoria dei Sì la possibilità di seguire lo stesso percorso del Montenegro verso l’indipendenza. Per l’allora primo ministro Agim Çeku il risultato rappresentava «l’atto finale della dissoluzione della Jugoslavia». Appena due anni dopo, Pristina dichiarò unilateralmente l’indipendenza da Belgrado aprendo una questione ancora oggi irrisolta.

Reazioni simili si manifestarono in Bosnia ed Erzegovina e in particolare in Republika Srpska (entità a maggioranza serba). La speranza dei secessionisti, guidati già allora da Milorad Dodik, era però di segno opposto: separarsi da Sarajevo per potersi ricongiungere con Belgrado. Un passaggio mai concretizzatosi anche per l’opposizione dell’Unione europea, preoccupata di dover affrontare un nuovo conflitto alle porte di casa.

A Podgorica, fu lo stesso Milo Đukanović a guidare la transizione indicando sin da subito l’integrazione euro-atlantica come la priorità della politica estera del paese. Un anno dopo, il parlamento approvò la nuova Costituzione che nel preambolo riconosceva pari dignità a tutti i popoli presenti nel paese:

“[…] noi, in quanto cittadini liberi ed eguali, appartenenti ai popoli e alle minoranze nazionali che vivono in Montenegro – montenegrini, serbi, bosgnacchi, albanesi, musulmani, croati e gli altri – siamo impegnati nella costruzione di un Montenegro democratico e civico”

Nasceva così l’ultimo paese indipendente d’Europa, riconosciuto da tutti gli Stati membri dell’Unione.

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Marco Siragusa
Marco Siragusa

Dottore di ricerca in Studi internazionali e giornalista, ha collaborato con diverse testate tra cui East Journal e Nena News Agency occupandosi di attualità nell’area balcanica. Coautore dei libri “Capire i Balcani Occidentali” e “Capire la Rotta Balcanica”, editi da Bottega Errante Editore. Vice-presidente di Meridiano 13 APS.