Storia politica del sistema elettrico armeno

I dintorni di Hrazdan – cittadina di 50mila abitanti attorniata dai monti che di lì a poco lasciano spazio al lago Sevan, il principale e più frequentato dell’Armenia – possono apparire come un riassunto visivo dell’attuale condizione geostrategica dell’intero paese. Percorrendo la ripida discesa che si diparte dalle estremità settentrionali del centro abitato e che conduce a una piccola valle, subito si scorgono i simboli biancoazzurri dell’azienda russa Gazprom sulle torri di raffreddamento che già incombono da lontano.

Il paesaggio industriale (si tratta della centrale termoelettrica più grande del paese), col suo groviglio di ciminiere, laminati e unità prefabbricate, si intreccia a una vegetazione comunque rigogliosa e ad ampi appezzamenti verdi. Non troppo tempo fa, la zona sembrava destinata a un lento abbandono e iniziava ad assumere contorni più “spettrali”, con una crisi occupazionale rampante e il 28% della popolazione che si trovava sotto la soglia della povertà.

Oggi, ai confini dell’area dominata dalle fabbriche, si scorgono diverse case in costruzione mentre orti ben curati puntellano le viuzze senza asfalto che si dipartono dalla strada principale. Poco più su, un intero isolato dove condomini sovietici si alternano a negozi di alimentari, moderni chioschi del caffè e qualche sparuta area giochi è in via di riqualificazione. È lungo quest’altra direttrice che un nuovo, gigantesco, complesso industriale sta per nascere: un data center da 100 megawatt, che promette di essere il più grande di tutto il Caucaso e che arriva grazie all’interessamento degli Stati Uniti in collaborazione con soggetti locali.

Infrastrutture e politica

La costruzione del centro, appartenente alla ditta armena Firebird, è stata annunciata l’anno scorso e, oltre che il riflesso di un maggiore avvicinamento fra Erevan e l’Occidente (lo scorso maggio si è celebrato il primo summit bilaterale con l’Unione Europea), può essere vista come punto di arrivo di una più ampia e complessa riconfigurazione della vita politica del paese, in cui gli sviluppi infrastrutturali vanno in parallelo ai cambiamenti sociali.

Come in tanti altri contesti che uscivano dall’esperienza sovietica, negli anni Novanta l’Armenia si è trovata a fronteggiare una situazione di difficoltà economica e, soprattutto, di riorganizzazione del proprio patrimonio industriale e della gestione del diritto di proprietà. La debolezza delle istituzioni, le incertezze legate a condizioni quasi del tutto inedite rispetto al passato (e che risentivano dello scoppio del conflitto nel Nagorno-Karabakh) e la dinamica delle privatizzazioni crearono un terreno fertile per la formazione di una nuova classe oligarchica e per la concentrazione indebita di risorse in poche mani.

Proprio le carenze energetiche – determinate da un lato dal terribile terremoto del 1989, che causò l’arresto dell’unica centrale nucleare del paese, e dai ripetuti blocchi commerciali, conseguenza delle guerre nel Karabakh – caratterizzarono i primi anni di indipendenza, passati alla storia come anni mout ou tsourt, “bui e freddi”. Continue interruzioni di corrente, riscaldamenti non funzionanti e scarsità dei beni immiserirono le condizioni di vita. Il già citato lago Sevan soffrì di una forte riduzione idrica, dal momento che la struttura termoelettrica di Hrazdan divenne il principale punto di approvvigionamento energetico per tutta l’Armenia.

L’azienda nazionale per l’energia elettrica lungo il decennio rimase di proprietà statale col nome di AES. Una sua prima riorganizzazione cominciò proprio dal 1997, terminata la crisi degli anni precedenti e rimessa in funzione la centrale nucleare di Metsamor, con il passaggio da un sistema basato sui sussidi a uno incentrato sulle bollette. Nel mentre, però, tante altre aziende e infrastrutture, oltre ai terreni agricoli, venivano acquisite da nuovi imprenditori, figure legate al conflitto nel Karabakh e pezzi della vecchia nomenklatura sovietica: secondo le stime, dopo il primo ciclo di privatizzazioni, l’intera ricchezza nazionale era controllata da 45-50 famiglie.

Debiti e passaggi di proprietà

Così, con gli anni Duemila, venne il turno anche dell’azienda nazionale per l’energia elettrica. Sotto la presidenza di Robert Kocharyan, l’appalto venne aggiudicato alla compagnia offshore Midland Resource Holding LTD, il cui fondatore, di cittadinanza russo-canadese, Alexander Schneider, è stato peraltro descritto da Forbes come persona legata all’attuale presidente statunitense Donald Trump. Anzi, nel corso della sua carriera Schnider investì nella costruzione di hotel e delle famose torri a Toronto di proprietà del tycoon ora alla guida della Casa Bianca (un modello, quello delle Trump Tower, che proprio quest’anno sta per essere esportato anche nel Caucaso, nella capitale georgiana Tbilisi).  

Ma questo passaggio di mano resse poco tempo. Nel 2002 intanto venne siglato un controverso accordo fra Armenia e Russia, in cui la prima in cambio dell’estinzione del proprio debito estero (che era nel frattempo arrivato a 100milioni di dollari) offriva alla seconda l’acquisizione di diversi beni strategici, tra cui la già citata centrale termoelettrica di Hrazdan. Per i critici, si trattava di una mossa pericolosa che avrebbe danneggiato la sovranità nazionale oltre a consolidare la già forte influenza di Mosca nel paese. 

Per il promotore dell’accordo Kocharyan, si doveva al contrario vedere quella decisione come l’inizio di una serie di investimenti di cui avrebbe beneficiato l’economia armena, un argomento che l’ex-presidente ha ripetuto anche durante l’ultima corsa elettorale di qualche mese fa.

Sulla scorta di questi cambiamenti, ecco che l’influenza russa si estende anche nel campo dell’energia elettrica: nel 2006, l’azienda viene venduta per 73milioni di dollari al gruppo con sede a Mosca INTER RAO ES. La gestione non è un completo successo. Sebbene vengano avviati progetti di ammodernamento delle infrastrutture in collaborazione con la Banca Mondiale, si accumula un debito di 220milioni di dollari (dovuto, pare, sia alla scarsa efficienza della rete che a speculazioni operate dalla dirigenza aziendale).

Soprattutto, fra difficoltà economiche e cattiva amministrazione, l’Azienda nazionale dell’energia elettrica (ora ENA) diventerà protagonista in modo ancora più diretto delle vicende politiche armene.

Electric Yerevan

Nella primavera del 2015, stando alla ricostruzione dell’outlet investigativo armeno FIP-Fact Investigation Platform, un piccolo contenzioso dietro le quinte della scena politica vedeva contrapposte l’ENA e la Commissione governativa per la regolamentazione dei servizi pubblici. L’allora direttore esecutivo dell’azienda per l’energia elettrica, il cittadino russo Evgenij Bibin, aveva infatti chiesto di aumentare il prezzo delle bollette di almeno 17 dram (la valuta locale armena), accompagnando la sua richiesta con una lettera in cui minacciava una revisione del contratto e problemi con le forniture, nel caso le sue condizioni non venissero accettate.

La commissione, presso cui Bibin non si era presentato nonostante le offerte di mediazione, decise infine di stabilire un incremento di 6,93 dram. È l’evento che ha dato il via a una delle proteste più significative della storia dell’Armenia, conosciuta e denominata dalla stampa come “Electric Yerevan” ma spesso chiamata dalla popolazione locale anche “No alla rapina”. Tutto iniziò il 22 giugno, quando circa 2mila manifestanti si radunarono di fronte al Teatro dell’Opera in Piazza della Libertà, nel centro di Erevan, cinta da numerose aree verdi e da un laghetto artificiale.

In seguito alla rimozione forzata da parte della polizia con l’uso di idranti e all’arresto di 250 individui, avvenuto nel corso della notte, ecco che il numero di persone che decisero di scendere in piazza salì subito a decine di migliaia dando vita a un movimento in grado di paralizzare le strade e di esercitare una certa pressione sul governo. Come spesso succede in queste dinamiche collettive, l’aumento delle bollette elettriche fu in realtà la miccia perché emergessero una serie di rivendicazioni più ampie, che sostanzialmente abbracciavano una lunga serie di rimostranze riguardanti la mancanza di diritti civili e di giustizia sociale nel paese. 

Ma, come notava la giornalista Karena Avedissian in un articolo dell’epoca, «le prove emerse della corruzione e della gestione smaccatamente inadeguata da parte del monopolio energetico armeno, l’ENA di proprietà della compagnia russa INTER RAO ES, erano una delle lamentele principali dei manifestanti».

Già era di dominio pubblico il debito che l’azienda andava accumulando, che l’autrice mette in relazione con il pagamento di cifre spropositate ai fornitori e l’utilizzo dei fondi aziendali per altre attività come il noleggio di auto di lusso e l’affitto di appartamenti costosi. Ciò non ha fatto altro che aumentare la rabbia di un movimento, «che non era anti-russo per natura», ma che comunque percepiva come le dipendenze esterne del paese fossero sfruttate dalla stessa leadership armena per «fuggire dalle proprie responsabilità»

L’inizio di un dualismo?

È forse possibile isolare due conseguenze principali da quella stagione di proteste del 2015. Intanto, si è trattato del movimento di piazza più significativo che ha preceduto l’altro grande e famoso evento della Rivoluzione di Velluto di tre anni più tardi, il ciclo di manifestazioni che ha portato al potere l’attuale primo ministro Nikol Pashinyan (che ha da poco conquistato il suo terzo mandato).

Leggi il nostro reportage nel giorno del voto

Come argomenta il politologo (poi coinvolto direttamente in attività partitiche) Mikayel Zolyan nel suo capitolo nel libro Armenia’s Velvet Revolution: Authoritarian Decline and Civil Resistance in a Multipolar World, Electric Yerevan ha preparato il terreno alla svolta del 2018 in diversi modi. Innanzitutto, creando un precedente di attivazione di massa “dal basso” che è poi più facilmente riemerso con la Rivoluzione di Velluto, ma anche lasciando la consapevolezza che per un successo delle proteste servisse un leader riconoscibile (ruolo che appunto verrà ricoperto da Pashinyan).

Inoltre, e in un certo senso un po’ paradossalmente per quanto riguarda il nostro discorso, si diffuse la consapevolezza che «il focalizzarsi sulla politica estera, e in particolare su questioni come la necessità di combattere l’influenza russa in Armenia, era una ricetta per il fallimento». Un riferimento chiaro al fatto, citato in precedenza, che la mano di Mosca sul sistema elettrico nazionale veniva percepita come un fattore di aumento della corruzione e di perdita di sovranità. Da lì, allora, la decisione da parte del movimento del 2018 di lasciare da parte rivendicazioni riguardanti l’orientamento geostrategico del paese, per concentrarsi solo su richieste sul piano interno.

Intanto, però, dato lo “scossone” rappresentato da Electric Yerevan, l’ENA si avviava verso un nuovo passaggio di proprietà. A settembre del 2015, infatti, l’INTER RAO ES chiedeva il permesso al governo di trasferire la totalità delle quote di partecipazione dell’azienda ad alcune holding con sede a Cipro appartenenti a Samvel Karapetyan – miliardario e imprenditore, a capo del gruppo Tashir (molto presente nel paesaggio urbano di Yerevan grazie a una catena di pizzerie), fino a quel momento fuori dalla politica, ma che nelle ultime elezioni sarà il principale avversario di Pashinyan col partito Armenia Forte. 

Nuove lotte ed espropri nel sistema elettrico armeno

L’avvento di Nikol Pashinyan alla guida dell’Armenia, anche solo per il fatto che ciò avveniva sulla spinta di un moto popolare, ha segnato sicuramente una discontinuità nella storia del paese, non da ultimo per il fatto che la sua salita al potere è stata vista da molti come una promessa di “neutralizzazione” della classe oligarchica che si era formata durante gli anni Novanta e che aveva in mano una grossa fetta della ricchezza nazionale.

In questo senso, il primo ministro ha effettivamente avviato un tentativo di riforma del sistema della giustizia (che però da alcuni critici è letto come un tentativo di accentramento autoritario) che negli ultimi anni ha consentito l’apertura di nuove indagini e di inediti arresti nel campo appunto delle grandi proprietà e dei monopoli.

Fra i casi più eclatanti, c’è stato proprio l’imprenditore Samvel Karapetyan: a giugno del 2025, l’allora proprietario dell’azienda dell’energia elettrica nazionale è stato messo in prigione (una misura in seguito commutata agli arresti domiciliari) perché accusato di “aver attentato alla sicurezza statale” – un’imputazione non perfettamente solida, che a ogni modo ha dato il la al miliardario di cittadinanza armeno-russo-cipriota per fondare il proprio partito e cercare di acquisire rilevanza alle elezioni (strategia che in una certa misura ha pagato, dal momento che Armenia Forte si è conquistata 29 seggi alle elezioni). 

Parallelamente all’arresto di Karapetyan, si è proceduto anche al sequestro dell’ENA, che è stata infatti espropriata e nazionalizzata dal governo, con una dinamica per certi versi in controtendenza rispetto all’Armenia e all’intero spazio post-sovietico – segnati da percorsi abbastanza lineari di privatizzazione e di “dispersione oligarica-monopolistica” di quelle che sono le risorse e le infrastrutture nazionali.

Complotti e riorientamenti

Questi sviluppi possono chiaramente essere interpretati in due modi. Da un lato, senza ombra di dubbio, c’è la concretezza di una nuova congiuntura politica che può godere di una certa stabilità e continuità istituzionale: questo le consente di agire dentro i “gangli” della corruzione che più o meno da sempre attanaglia l’ambiente politico-economico armeno, e prendere dunque decisioni “forti” per ovviare a quello che è da molti considerato come un fattore di sottosviluppo della nazione.

Dall’altro, ci sono speculazioni e indizi su quanto tali eclatanti cambiamenti potrebbero in realtà rispondere a interessi nel frattempo sopravvenuti e a intenzioni che non riguardano la mera trasparenza democratica. Alcuni commentatori, tra cui voci della diaspora armena negli Stati Uniti, hanno per esempio fatto notare come le tempistiche della nazionalizzazione dell’ENA spingano a pensare a una mossa politica che è servita al governo Pashinyan per finalizzare nuovi contratti con i partner statunitensi e dare avvio al progetto del data center di Hrazdan.

L’arresto di Karapetyan è avvenuto giusto sei giorni dopo che Firebird, start-up che presiederà la costruzione della struttura, e Nvidia, azienda statunitense che fornirà la tecnologia, avevano annunciato pubblicamente l’opera. A luglio dunque si è proceduto con voto parlamentare all’esproprio e alla nazionalizzazione della società controllata dal leader di Armenia Forte, decisione peraltro criticata dall’arbitrato internazionale della camera di commercio, e poi a inizio agosto il primo ministro armeno Pashinyan e il presidente Usa Donald Trump hanno siglato un accordo bilaterale per lo sviluppo nel campo dell’intelligenza artificiale e dei semiconduttori.

Inoltre, documenti ottenuti dalla sezione locale di Radio Free Europe mostrano che già dall’inizio del 2025 il governo stava cercando di convincere Karapetyan a cedere l’azienda. Quello che è certo, al di là dei dubbi sulla regolarità istituzionale di diversi passaggi di questo processo, è che la prospettiva di ospitare il data center più grosso e potente del Caucaso si inserisce in una serie di cambiamenti potenzialmente epocali nel quadro politico ed economico dell’Armenia.

Nuovi investimenti, vecchie tensioni?

L’apertura verso gli Stati Uniti (impegnati peraltro nel processo di pace con l’Azerbaigian attraverso i finanziamenti del TRIPP) e verso l’Europa è oramai uno sviluppo assodato, che negli ultimi mesi si è concretizzato in una rapidissima serie di annunci di investimenti e nuovi progetti. Di fatto, questo inedito attivismo dei partner occidentali può essere letto anche alla luce di una “lotta per l’egemonia” nella regione che si è intensificata con l’invasione russa in Ucraina, per cui diversi alleati storici di Mosca tendono a riorientare le proprie dipendenze commerciali.

Una dinamica che non riguarda solo il Caucaso ma anche l’Asia centrale, e in cui l’intelligenza artificiale potrebbe giocare un ruolo non secondario: è notizia recente che proprio Firebird, sempre con il sostegno tecnologico di Nvidia, ha firmato un contratto miliardario con il governo del Kazakhstan per replicare nella città industriale di Ekibastuz (conosciuta per essere stata a suo tempo sede di un vasto gulag) lo stesso progetto di Hrazdan.

Sistema elettrico armeno
Condomini a Hrazdan (Meridiano 13/Francesco Brusa)

Ma, come dimostra appunto l’impatto visivo dei simboli di Gazprom (azienda cui peraltro è legato proprio Karapetyan) nei dintorni di Hrazdan, ciò non significa che i rapporti con la Russia siano oramai cosa del passato. Attualmente, infatti, la dipendenza da Mosca interessa circa il 70% del greggio e l’85% del gas naturale che transitano in Armenia. Inoltre, in alcuni settori come quello minerario la presenza russa si sta espandendo attraverso nuove licenze.

Complice l’esito rovinoso del conflitto nel Karabakh (cui ha contribuito il venir meno del sostegno militare russo a favore di Erevan), il panorama politico armeno tende a polarizzarsi sempre più in fazioni più vicine a Mosca e altre maggiormente orientate verso Europa e Stati Uniti, per quanto tali distinzioni rimangano molto più sfumate rispetto ad altri contesti. Questa divisione si è mostrata a suo modo con le ultime elezioni, dove la “corsa finale” si è registrata fra il partito di Pashinyan, la cui vittoria è stata celebrata da Bruxelles e dalla Casa Bianca, e le forze guidate da Karapetyan, candidato di gran lunga preferito dal Cremlino.

Incertezze future

Le ultime elezioni raccontano però anche di una sfida tutta interna agli equilibri di potere armeni, dove si intrecciano politica e monopoli, dipendenze energetiche e influenze straniere.

Il gigantesco cantiere che sta avviando la costruzione del data center più grande del Caucaso forse non avrebbe visto la luce se la stessa azienda dell’energia elettrica che ne dovrà garantire il funzionamento non avesse deciso quindici anni fa per un aumento delle bollette, che diede il via a un’esperienza di mobilitazione popolare decisiva per la successiva ascesa dell’attuale primo ministro, il quale si è infine incaricato con mezzi risoluti di espropriarla e metterla a disposizione di nuovi campi d’investimento.

I dubbi che qua e là iniziano a serpeggiare sono infatti legati al carattere innovativo della sua struttura, e all’incertezza sul consumo energetico di questi centri che già sta creando conflitti e contestazioni sia negli Stati Uniti che nel nostro paese. La maggior parte delle persone a Hrazdan sembra comunque guardare all’evoluzione in maniera positiva, pensando soprattutto al potenziale aumento di posti di lavoro. A fine giugno peraltro nella cittadina si è svolto un incontro pubblico per informare la cittadinanza sugli avanzamenti della costruzione.

Ma gli interrogativi ecologici sono ancora tutti da sviscerare, data anche la velocità con cui sta crescendo il settore e la rapidità con cui la repubblica caucasica si sta aprendo a questo tipo di mercato.

Dai tempi “bui e freddi” degli anni Novanta fino al data center che nei prossimi mesi si aggiungerà al paesaggio industriale della località vicina al lago Sevan, il sistema elettrico nazionale si trova ancora al centro di numerose attenzioni, protagonista a suo modo delle vicende sociali e politiche armene, fra espropri, cicli di proteste e riorientamenti strategici. 




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Francesco Brusa
Francesco Brusa

Giornalista pubblicista, collabora con diverse riviste e diversi siti on-line, occupandosi principalmente di quanto si muove a livello politico e sociale in area est-europea e anatolica. Ha scritto di proteste femministe in Polonia, dell’elezione del primo sindaco comunista eletto in Turchia, di compagnie teatrali clandestine in Belarus' e di cosa vuol dire fare informazione indipendente in Transnistria.