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La questione del lavoro è stata, senza ombra di dubbio, la maggiore spinta politica degli ultimi due secoli, con soggetti, azioni e forme mutevoli, con trionfi epocali e altrettante epocali sconfitte e disfatte.
L’era aperta dalla rivoluzione sovietica del 1917, portando per la prima volta al potere una forza politica diretta espressione della classe operaia, segnò anche l’apertura di una fase storica in cui cambiarono le rappresentazioni della stessa forza-lavoro. Lenin, in tutta una serie di interventi pubblici e di scritti successivi all’evento rivoluzionario, invitava lavoratori e lavoratrici a costruire e a sperimentare le migliori forme di governo e autogoverno, a distruggere le gerarchie esistenti, a distruggere e invertire il comando del capitale sul lavoro. A questo appello, così, non fecero mancare il loro sostegno le avanguardie artistiche e letterarie.
Le arti grafiche
El Lissitzky, esponente del Suprematismo, attraverso l’uso spregiudicato delle arti grafiche riuscì a trasmettere la fortissima idea dell’impatto della rivoluzione e della mobilitazione continua di tutta la società, come nel famoso Spezza i Bianchi con il cuneo rosso, in cui è proprio la forma puntuta del triangolo a rappresentare la forza d’impatto della classe operaia e del partito rivoluzionario.
Spezza i bianchi con il cuneo rosso di El Littitzky, 1920 (Wikipedia)
Ancor di più fece Vladimir Vladimirovič Majakovskij, che utilizzò la poesia come arma di agitazione e come strumento di connessione e, marxianamente, di estinzione della fittizia divisione tra lavoro manuale e lavoro intellettuale. In componimenti poetici come Il corrispondente operaio e Il poeta è un operaio, scritte nella metà degli anni Venti, il poeta nato in Georgia mise in versi la dimensione concreta della forza-lavoro intellettuale, equiparandola a quella di fabbrica e ponendo il lavoro poetico e di propaganda alla stessa stregua del lavoro manuale: forgiare un verso era importante quanto forgiare l’acciaio o, per dirla con le stesse parole del poeta, “noi limiamo i cervelli con la nostra lingua affilata”.
L’unione tra avanguardie artistiche e avanguardie politiche, così, diede vivacità alla giovane società sovietica, rendendola attraente per i rivoluzionari e i visitatori esteri, nello sforzo immane di tradurre in pratica le indicazioni di Lenin e la volontà di trasformare le classi subalterne nei protagonisti della storia.
Walter Benjamin, tra i tanti, rimase affascinato da questa vivacità e dalle contraddizioni che la rivoluzione suscitava visitando Mosca tra il 1926 e il 1927, intravedendo però anche le possibili spie di una involuzione burocratica e di una stasi di questa dinamica produttiva ed espansiva. Cionondimeno, fu il consolidarsi del potere staliniano e la definizione dei piani di intervento quinquennale per stabilizzare l’economia attraverso il potenziamento dell’industria a rendere iconica la figura del lavoro.
Il cinema e la letteratura
Tanto la letteratura quanto il cinema, costrette a passare dalla ricerca avanguardistica al più sobrio servizio di aiuto nella costruzione paziente del socialismo attraverso il realismo, concentrano i loro sforzi sulla costruzione mitologica dell’idealtipo dell’operaio che ha un duplice scopo. In primo luogo, rendere viva fuori dall’Unione Sovietica l’immagine della classe operaia, specie nei contesti in cui il nazifascismo andava ad affermarsi, come elemento propedeutico alla costruzione di percorsi di opposizione e resistenza (i sette operai che brindano al buio a Lenin cantati dagli Stormy Six nella famosa Stalingrado); e, in secondo luogo, rendere la figura dell’operaio come figura pedagogica, perno della nuova educazione e della nuova civiltà.
La canzone Stalingrado degli Stormy Six
Il romanzo Come fu temprato l’acciaio di Nikolaj Ostrovskij è un esempio che assolve alla funzione pedagogica che attraverso la rappresentazione artistica veniva riposta nel lavoro e nella figura del lavoratore: il protagonista del romanzo, che incarna la parabola della rivoluzione dalle origini alla resistenza all’invasione tedesca, è un nome che incarna la moltitudine di operai che vissero il periodo della nascita dell’esperienza rivoluzionaria e anche la durezza delle condizioni dell’accerchiamento e della condizioni di lavoro nelle fabbriche sotto i piani quinquennali.
Sinfonia del Donbass di Dziga Vertov, invece, rappresenta una preghiera laica all’industrializzazione forzata: attraverso le immagini e il suono della fabbrica eroico e mitologico si percepisce lo sforzo prometeico di piegare la natura e le risorse agli interessi del socialismo e della collettività.
Aleksej Stachanov
In questo contesto, così, non poteva che emergere il mito del lavoratore indefesso, che nulla vuole per sé ma che desidera il trionfo del Partito e il benessere delle masse: Aleksej Stachanov, colui che stabilì il record individuale di produzione in una singola giornata lavorativa, il cui sforzo condusse il governo all’indizione di una ‘giornata del minatore di carbone’.
Come nel caso del protagonista fittizio del romanzo di Ostrovskij, Stachanov rappresentò la figura attraverso cui il socialismo di stato poteva far valere la propria politica di comando sul lavoro e di stella polare del movimento comunista internazionale.
La massa di anonimi Stachanov, di cui la storia non ci ha lasciato memoria, furono le braccia che sacrificarono la propria vita per l’ideale comunista, lavorando senza soluzione di continuità nelle fabbriche e nelle miniere, sacrificandosi durante l’invasione nazista, contribuendo alla rinascita dell’Unione Sovietica dalle macerie belliche.
Un mito depotenziato
Allo stesso tempo, questa moltitudine di uomini e donne (che assomiglia ai militanti senza volto di Brecht in Lode al lavoro illegale presente in uno dei suoi componimenti più famosi, La linea di condotta) fu sacrificata sull’altare della Ragion di Stato e del culto della personalità staliniano, che si appropriò della mitologia operaia per fare piazza pulita delle opposizioni, per stabilizzare il proprio potere, invertendo simbolicamente la liberazione del lavoro in una mistica del lavoro. I Soviet e l’elettricità edificarono il comunismo, ma incatenando il prometeo operaio alla condanna degli standard di produzione.
La metafora di Stachanov, infatti, nel secondo dopoguerra, fu utilizzata come modello di comparazione dello sforzo operaio dentro la fabbrica, sia all’interno del movimento operaio che all’esterno. Venne reso un mito spuntato e depotenziato, privo dello sforzo vitalistico dello Stachanov in carne ed ossa, ma al servizio del compromesso tra interessi capitalistici e concertazione sindacale e politica di matrice socialdemocratica, basata sulla retorica del sacrificio con cui punire la nuova forza-lavoro colpevole di voler distruggere il regime di fabbrica.
All’acme della controrivoluzione capitalista degli anni Settanta e Ottanta, quando l’impresa capitalista si sbarazzò progressivamente della massa di forza-lavoro impiegata alla catena di montaggio, di Stachanov rimase il nome legato all’estremo produttivismo e non il mito delle mille braccia che mossero l’acciaio, “schiaffeggiando la sorte” e irridendo dei destini generali del mondo.
I moderni Stachanov
Probabilmente è tornato il tempo di costruire una nuova mitologia della forza-lavoro, nuovi eroi per i tempi oscuri che si stanno vivendo. Non c’è più Stachanov e la fabbrica e la catena di montaggio è stata, per fortuna, relegata all’archeologia, ma esiste una moltitudine fatta di lavoratrici e lavoratori anonimi, costretti non al sacrificio eroico ma allo sfruttamento brutale, con pochi diritti e ancor meno visibilità.
A questa nuova forza-lavoro, che lavora con il cervello, con l’affetto e con le mani, che produce attraverso le parole, che deve farsi carico del lavoro di cura, che deve essere ovunque e sempre connessa, che deve correre pur volendo camminare, non bisogna solo dedicare prodotti letterati o buoni sentimenti, o lacrime quando essa viene sacrificata in nome del profitto (eventi chiamati burocraticamente ‘incidenti sul lavoro’). Come Stachanov, che piegando l’acciaio terrorizzava la democrazia capitalista, questa moltitudine, incrociando le braccia o spegnendo i propri punti di accesso alle reti di connessioni lavorative, deve tornare a impaurire i piani dei padroni delle ferriere, oggi tecno-nerd cool e guerrafondai.
Nuovi antieroi senza nome per tutte quelle soggettività che, quotidianamente, svendono le loro capacità per un salario misero: non modelli né icone ma fantasmi che, in silenzio e collettivamente, sognano di distruggere piano piano i meccanismi di sfruttamento e di liberare l’esistenza dall’incubo del lavoro salariato. A loro, nella giornata internazionale della forza-lavoro, deve andare il pensiero di chi ha a cuore la libertà e di chi almeno una volta, sentendo narrare il mito di Stachanov, ha versato almeno una lacrima.