Il confine tra Afghanistan e Tagikistan, una linea che separa o unisce?

Tra le steppe e i monti dell’Asia centrale, una linea di confine lunga circa 1.350 km divide il sud del Tagikistan, paese dell’ex Urss, da un vicino dalla storia tanto affascinante quanto complicata: l’Afghanistan.

I monti sulla strada verso il confine tra Afghanistan e Tagikistan (Meridiano 13/Vitalii Mikhailiuk)

Due paesi, una lingua, un legame 

Nel corso dei millenni, gli attuali Afghanistan e Tagikistan furono parte, interamente o parzialmente, dei numerosi imperi e dinastie che dominarono l’Asia centrale e l’area persiana, tra cui quelli persiani antichi, ellenistici, islamici e mongoli, fino agli imperi timuridi e alle successive dinastie centro-asiatiche.

Storicamente, le relazioni tra Afghanistan e Tagikistan sono sempre state molto strette e basate su legami linguistici e culturali. In particolare, la religione islamica e la lingua comune sono i due concetti principali che vengono in mente quando si parla delle relazioni e somiglianze tra afghani e tagiki.

Il dari, una variante dialettale del farsi (persiano) è una delle due lingue ufficiali dell’Afghanistan, insieme al pashto. La lingua tagika è anch’essa persiano, tanto che, come mi spiega Jon, la mia guida locale tra le montagne del Tagikistan, quelli che vengono dai paesi vicini per imparare il persiano spesso decidono di studiare la lingua proprio in Tagikistan, per evitare di andare in paesi più geopoliticamente instabili quali Afghanistan e Iran. 

Gli anni Novanta, i conflitti e le migrazioni

Prima dell’indipendenza del Tagikistan dall’Urss nel 1991 e durante l’invasione sovietica dell’Afghanistan (1979-1989), il Tagikistan, in quanto repubblica dell’Unione Sovietica, mantenne dei rapporti di vicinanza strategica con il vicino meridionale. Molti tagiki del Tagikistan, grazie alla loro familiarità con la cultura e la lingua afghana, furono inviati dal governo sovietico in quelle terre per prestare servizio militare come traduttori e consulenti culturali delle truppe sovietiche, dispiegate in varie parti del paese.

Nel 1989, dopo il ritiro delle truppe sovietiche dall’Afghanistan, il crollo dell’Unione Sovietica e l’indipendenza del Tagikistan, le relazioni tra i due paesi entrarono in una nuova fase. Il nuovo Tagikistan, però, precipitò quasi subito in una sanguinosa guerra civile (1992-1997), durante la quale decine di migliaia di civili (più di 100mila) fuggirono dal Tagikistan verso l’Afghanistan come rifugiati.

Quando il regime comunista in Afghanistan terminò, i signori della guerra (i mujaheddin) presero il potere nel 1992, per poi essere spodestati dai talebani che entrarono a Kabul per la prima volta nel 1996, generando una forte preoccupazione in Tagikistan. Successivamente, dopo la caduta dei talebani e l’arrivo delle forze internazionali guidate dagli Stati Uniti, il Tagikistan si unì alla coalizione e iniziò a sostenere il nuovo governo afghano, stabilendo relazioni amichevoli e siglando accordi di cooperazione.

Dal 2021, con il ritorno a Kabul dei talebani, le relazioni tra i due paesi non sono più così distese, anche perché i conflitti interni e le varie insicurezze hanno causato un’emergenza mondiale di migrazione forzata in uscita dall’Afghanistan, pure in direzione del Tagikistan. Secondo l’Agenzia Onu per i rifugiati (Unhcr), a oggi ci sono circa 10mila rifugiati afghani in Tagikistan, per i quali il governo tagiko, in anni recenti, ha attuato delle politiche aggressive di deportazione ed espulsione forzata.

Violenza e fragilità, nelle contraddizioni di un confine delicato

Le linee di confine tra Afghanistan e Tagikistan furono stabilite nel XIX secolo nel contesto del Grande gioco, attraverso un accordo tra la Russia zarista, il Regno Unito e il governo afghano dell’epoca.

Il confine tra i due paesi segue, per gran parte della sua lunghezza, il corso di due fiumi: l’Amu-Darya (chiamato anche Oxus nella sua denominazione più antica) e il Panj, prima di arrivare all’altezza della catena montuosa del Pamir, principalmente in territorio tagiko, e del corridoio del Wakhan, in territorio afghano. 

Il fiume Panj, che attraversa le montagne e divide il confine tra Afghanistan e Tagikistan (Wikicommons/Ninara)

Da una parte, le province afghane settentrionali di Takhar e Kunduz confinano con la provincia di Khatlon e con la provincia autonoma del Gorno-Badakhshan, dal lato tagiko. Quest’area, situata nella parte nord-orientale dell’Afghanistan, corrispondente al punto più a sud-est del territorio tagiko, è dominata dagli imponenti monti del Pamir, che si aggirano intorno ai 7mila metri di quota.

Parallelamente al confine corre anche il tratto tagiko della spettacolare autostrada del Pamir, (denominata M41 in epoca sovietica, quando venne fatta costruire) che attraversa la catena montuosa omonima ed è la seconda strada più alta al mondo. 

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Proprio a causa delle altissime montagne e dei passi remoti che collegano le due zone, questo confine risulta molto difficile da controllare ed è da decenni fonte di non poche preoccupazioni, specialmente da parte dei tagiki.

Tra i paesi dell’Asia centrale, l’Afghanistan è sempre stato considerato una fonte di instabilità e in particolare in Tagikistan, in primis per la grande vicinanza culturale e geografica. La principale preoccupazione riguardava e riguarda anche adesso il terrorismo e il traffico di droga, in quanto l’Afghanistan è noto come il principale produttore ed esportatore di oppio al mondo e la frontiera afghano-tagika è considerata una delle principali rotte del traffico di droga dall’Afghanistan verso la Russia e i paesi occidentali.

Inoltre, molti cittadini tagiki che vivono nelle zone di confine sono stati e continuano spesso a essere vittime di rapimenti, omicidi, scontri armati e altri tipi di violenza, nonché furti di bestiame da parte di trafficanti afghani.

Data l’esistenza e la frequenza di questo tipo di dinamiche, questa frontiera è oggetto di attenta osservazione da parte di molte organizzazioni internazionali, sia occidentali che regionali.

Il confine tra Afghanistan e Tagikistan era pattugliato dalle truppe russe fino al 2005, quando la responsabilità del controllo è passata interamente alle forze di frontiera tagike. Da allora, il Tagikistan gestisce autonomamente la sua frontiera, pur ricevendo sostegno internazionale per rafforzare le proprie capacità di controllo.

In particolare, organizzazioni come l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (Osce) e l’Ufficio delle nazioni unite per il controllo della droga e il crimine (Unodc) hanno promosso programmi di formazione e cooperazione per contrastare il traffico di droga, il terrorismo e le migrazioni irregolari.

Regionalmente, la Russia continua a sostenere il Tagikistan attraverso la propria presenza militare nel paese e con l’Organizzazione del trattato di sicurezza collettiva (Csto), che ha avviato programmi per rafforzare le difese lungo il confine. 

Incontrarsi alla frontiera: i mercati lungo il confine tra Afghanistan e Tagikistan

Una particolarissima caratteristica di questa frontiera risiede nella presenza ben consolidata dei mercati di confine, che possono sembrare quasi degli eventi e occasioni sociali abbastanza inusuali, se si considerano le tensioni sottostanti tra i due paesi al momento.

Tuttavia, questi mercati sono una tradizione stabilita da tempo e rappresentano nodi economici e sociali fondamentali per le comunità che vivono lungo il fiume Panj. Quelli principali si svolgono in prossimità dei valichi e dei ponti di collegamento, in particolare nei paesi di frontiera di Ishkashim e Khorog.

Il mercato di Khorog (Wikicommons/Kondephy)

Questi mercati sono settimanali, vengono organizzati ogni sabato e consentono scambi diretti senza la necessità di complessi passaggi doganali. Tra i beni più scambiati ci sono prodotti agricoli freschi e secchi (frutta secca, cereali e farine), calzature e indumenti, tappeti e utensili per la casa. Oltre alla funzione economica, svolgono anche un importantissimo ruolo sociale, poiché facilitano i ricongiungimenti familiari e gli scambi culturali.

La Cina entra nel gioco: interessi e strategie nel corridoio del Wakhan

Negli anni più recenti, il confine tra Tagikistan e Afghanistan è tornato a essere una delle aree più vulnerabili dell’Asia centrale, sia per il suo precario equilibrio territoriale sia per il crescente interesse di alcuni attori regionali, come la Cina. 

Dopo il ritorno al potere dei talebani nel 2021, si sono verificati diversi episodi di violenza e infiltrazioni armate lungo la frontiera, inclusi scontri recenti nel 2025 e nel 2026 tra guardie di frontiera tagike e gruppi armati provenienti dal lato afghano: alcuni incidenti hanno anche provocato morti tra civili (inclusi lavoratori cinesi presenti nell’area) e militari e sono stati collegati a traffici illegali o a gruppi armati attivi nella regione.

La reazione politica e finanziaria è risultata immediata e concreta: oltre all’aumento delle attività di sorveglianza, nel marzo 2026 è stato approvato un progetto finanziato dalla Cina volto a costruire nove nuove strutture di frontiera per rafforzare capacità logistiche e tecniche delle forze di confine tagike (progetto del valore di circa 550 milioni di somoni tagiki). Questo intervento si inserisce però in una logica più ampia, che è legata al ruolo strategico del corridoio del Wakhan. 

Il corridoio del Wakhan è una stretta striscia di territorio afghano lungo circa 350 km che separa il Tagikistan dal Pakistan e collega l’Afghanistan alla regione cinese dello Xinjiang. Storicamente concepito come zona cuscinetto durante il Grande gioco tra impero britannico e impero russo, il corridoio è oggi considerato un potenziale nodo geopolitico e commerciale tra Asia centrale e Cina.

Per questa ragione, il corridoio ha di recente assunto un valore significativo per il governo cinese, ma rappresenta anche una grande incertezza: da un lato, viene visto come una possibile rotta commerciale e infrastrutturale capace di collegare direttamente l’Afghanistan alla Cina e ai mercati dell’Asia centrale, perciò integrabile nelle reti della Nuova via della seta, la “Belt and road initiative” (Bri). Dall’altro, rappresenta una zona sensibile dal punto di vista della sicurezza: Pechino teme che il terrorismo o il traffico di droga possano propagarsi dall’Afghanistan verso il Xinjiang e quindi investe nel rafforzamento dei controlli e nella cooperazione con i paesi vicini. 

Uno scorcio sul corridoio del Wakhan (Wikicommons/Hans Birger Nilsen)

Oggi, il confine tra Afghanistan e Tagikistan e il corridoio del Wakhan stanno al centro di una complessa dinamica tra sicurezza, scambio socio-culturale, commercio e competizione geopolitica.

La tranquillità e la vivibilità quotidiana di quest’area, sia per le popolazioni locali che per i lavoratori esterni, oggi non dipendono solo dalle relazioni bilaterali tra le singole Kabul e Dušanbe, ma anche dagli interessi degli attori regionali e globali, che vedono nella regione un potenziale corridoio economico e una linea di frontiera da stabilizzare il più possibile.

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Chiara Luccioli
Chiara Luccioli

Laureata in studi sull’Est Europa (MIREES) dell’Università di Bologna, svolge un master in diritti umani presso il Global Campus of Human Rights. Ha vissuto a Tbilisi, Parigi e Francoforte e si occupa principalmente di diritti umani e identità nello spazio post-sovietico. Parla inglese, francese, russo e un po’ di georgiano e farsi (livello base).