Spartachiadi, l’alternativa comunista alle Olimpiadi

All’interno del neonato stato socialista sovietico anche lo sport, così come tutti gli altri ambiti della vita sociale, politica ed economica dell’individuo e della massa, andava riportato nell’ottica ideologica del partito. Lo sport nella sua variante agonistica, ovvero inteso nella sua accezione decoubertiana e quindi irrimediabilmente “borghese” agli occhi bolscevichi, non poteva esistere in Unione Sovietica. Nacquero così le Spartachiadi.

Nel processo di costruzione del nuovo Stato sovietico, anche le pratiche sportive furono oggetto di una profonda rielaborazione ideologica. Nulla poteva sottrarsi alla visione del partito, chiamata a rimodellare ogni dimensione della vita collettiva secondo i principi del socialismo. Lo sport competitivo di matrice occidentale, legato all’idea di primato individuale e alla tradizione olimpica di ispirazione coubertiniana, veniva percepito come un prodotto della cultura borghese e quindi incompatibile con i valori rivoluzionari. In questo contesto prese forma un modello alternativo, pensato per sostituire le competizioni internazionali tradizionali: le Spartachiadi, manifestazioni simbolicamente e politicamente allineate alla nuova società socialista.

Nel corso degli anni Venti, le autorità sovietiche promossero una concezione della cultura fisica orientata principalmente alla collettività piuttosto che all’affermazione del singolo atleta. L’attività sportiva divenne uno strumento educativo e sociale, finalizzato a rafforzare il senso di appartenenza, la disciplina condivisa e la solidarietà tra cittadini del mondo. Più che la vittoria, contava la formazione di corpi sani al servizio della comunità e dello Stato. È in questa prospettiva che va letta anche la decisione dell’Unione Sovietica di tenersi inizialmente ai margini del movimento olimpico, ritenuto espressione di un sistema di valori estraneo, se non ostile, al progetto socialista.

Lungi dall’essere il teatro alternativo della competizione tra stati-nazione borghesi, le Spartachiadi si riproponevano di celebrare l’internazionalismo proletario e la pacifica unione dei popoli.

L’Internazionale sportiva e le Spartachiadi

Nel 1920 l’Unione Sovietica aderì all’Internazionale sportiva di Lucerna: si trattava di una federazione nata in contrapposizione diretta al “borghese” Comitato internazionale olimpico, formata da sindacati e partiti comunisti tedeschi, austriaci, svedesi, finlandesi, francesi e, addirittura, uruguasci. Il mondo dello sport si spaccava così a livello internazionale, sul campo dell’orientamento politico. L’Internazionale sportiva di Lucerna arriva negli anni Trenta a contare 1,9 milione di iscritti, dei quali 300mila sono cittadini sovietici. Il tutto con un ingente e fondamentale sostegno diretto da parte del Komintern.

Spartachiadi
Manifesto delle Spartachiadi di Mosca del 1928 (Wikimedia Commons)

L’Internazionale sportiva di Lucerna non si limitò però solo a contrapporsi formalmente al Comitato olimpico, ma organizzò la sua alternativa ai Giochi. Nascono così le Spartachiadi, manifestazioni sportive dei partiti comunisti che prendono simbolicamente il nome dallo schiavo che si ribellò al potere di Roma.

La più grandiosa Spartakiada (per dirla alla russa) fu quella organizzata a Mosca nel 1928 in concomitanza con la chiusura delle Olimpiadi di Amsterdam di quell’anno. Non solo le date furono scelte intenzionalmente, ma questa manifestazione fece eco alla sua concorrente “borghese” per numeri: di atleti, competizioni, presenza mediatica, valori sportivi. Non sorprende che furono gli atleti sovietici a fare la parte del leone: Mosca aveva infatti ormai abbandonato gli iniziali ideali anti-agonistici e sovra-nazionali, virando verso un sentimento maggiormente pragmatico anche in campo sportivo.

Spartachiadi
Una squadra di calciatori, lottatori, corridori, ginnasti e pugili finlandesi alle Spartachidi di Mosca del 1928 (Wikimedia Commons)

Alle Spartachiadi di Mosca seguirono quelle di Berlino del 1931 e di Parigi del 1934, ma con la seconda guerra mondiale l’esperienza si concluse – almeno a livello internazionale. Le Spartachiadi (dal 1962 anche nella loro versione invernale) divennero una sorta di qualificazione interna all’Urss (come gli Olympic Trials negli Usa), prove preparatorie per gli atleti che avrebbero poi partecipato a campionati europei, mondiali e alle Olimpiadi. Sì, perché dal 1952 l’Unione Sovietica fa la sua prima comparsa ai Giochi olimpici di Helsinki.

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Le Olimpiadi di Helsinki 1952

Dopo la seconda guerra mondiale i rapporti instauratisi tra Urss e Alleati favorirono il progressivo riavvicinamento della prima alle organizzazioni sportive internazionali, tra cui il Comitato olimpico. Come spiega lo storico Andrea Franco, la stessa dirigenza sovietica si era allora resa conto dell’anacronismo del proprio isolazionismo sportivo, nonché sperava che i successi sportivi riportati dal paese sul piano internazionale avrebbero dimostrato in maniera indiscutibile la superiorità del sistema sovietico. Nel contesto della guerra fredda, lo sport divenne ben presto un nuovo terreno di gioco politico, assieme alla conquista del cosmo e al progresso scientifico. Alla gloria sportiva era associato in maniera automatica il lustro del proprio paese.

Alle Olimpiadi del 1952 gli atleti sovietici non si trovarono immersi in un clima particolarmente accogliente: non vennero nemmeno ospitati all’interno del villaggio olimpico, ma alle periferie della capitale. I loro contatti con la stampa internazionale furono inoltre ridotti al minimo.

Ciononostante, sebbene complessivamente l’Urss non riuscì ad eccellere, la squadra sovietica riuscì a portare a casa almeno due risultati importanti: si piazzò al secondo posto dietro agli Usa nel medagliere complessivo, ma soprattutto riuscì a ottenere il suo primo oro olimpico grazie a una donna: si tratta della discobola Nina Romaškova-Ponomarëva, volto che nella facile propaganda si trasformò nell’emblema dell’autentica emancipazione femminile – rigorosamente born in the Ussr.


Il presente articolo prende spunto dal lavoro (e dallo scambio con) dello storico Andrea Franco dedicato alla Storia dello sport sovietico (“Slavia”, 1-2020, pp. 151-170).

Questo articolo è uscito per la prima volta il 12/05/2020 su East Journal. Ne proponiamo una versione aggiornata, alla cui stesura ha contribuito Nicola Zordan.

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Martina Napolitano
Martina Napolitano

Dottoressa di ricerca in Slavistica, è docente di lingua russa e traduzione presso l’Università di Trieste, si occupa in particolare di cultura tardo-sovietica e contemporanea di lingua russa. È traduttrice, curatrice di collana presso la casa editrice Bottega Errante ed è la presidente di Meridiano 13 APS.