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Il 10 gennaio di quest’anno, in uno dei suoi ultimi atti da presidente degli Stati Uniti, il democratico Joe Biden aveva annunciato dure sanzioni al settore energetico russo, colpendo direttamente le imprese straniere controllate da Mosca. A farne le spese anche la compagnia petrolifera serba NIS (Naftna Industrija Srbije) detenuta per il 44% dalla russa Gazprom Neft e per un ulteriore 11% da una sua controllata, la JSC Intelligence, con una partecipazione di circa il 30% del governo serbo.
Appena dieci giorni dopo, però, il neoeletto presidente Donald Trump decideva di posticipare l’entrata in vigore delle sanzioni. Dopo numerosi rinvii, il 9 ottobre le misure previste dall’Ofac (Office of Foreign Assets Control) del Dipartimento del Tesoro sono entrate in vigore mettendo in seria difficoltà la Serbia e il suo presidente Aleksandar Vučić.
La storia petrolifera della Serbia inizia nel 1949 in seguito alla decisione del governo jugoslavo di creare una società per la ricerca e produzione di petrolio, fondamentale per la ricostruzione del paese uscito distrutto dalla guerra e alla ricerca dell’indipendenza energetica dopo la rottura dell’anno precedente con Mosca.
Nel 1953 nasce così la Naftgas che quindici anni dopo, nel 1968, inaugura le prime raffinerie di Novi Sad e soprattutto di Pančevo, alle porte di Belgrado. Con la disgregazione della Jugoslavia e lo scoppio della guerra tra Croazia e Serbia, Naftagas chiude i battenti con il governo di Belgrado che da vita alla Naftna Industrija Srbije (NIS).
Durante i bombardamenti Nato del 1999 la raffineria di Pančevo subisce gravi danni riducendo notevolmente la capacità produttiva.
L’acquisto da parte di Gazprom
Il momento di svolta per la società arriva nel 2008 quando la russa Gazprom acquista direttamente dal governo serbo il 51% delle quote per un valore di 400 milioni di euro. Una cifra considerata già ai tempi al di sotto del reale valore di mercato.
Negli anni successivi vengono aperte succursali anche in Bosnia ed Erzegovina, Bulgaria e Romania con l’intento di creare un’unica grande rete per la produzione e commercializzazione di gas e petrolio. Più recentemente, nel 2021, NIS ha inoltre acquistato il 90% dell’altra compagnia petrolifera del paese, la HIP-Petrohemija.
Suddivisione delle quote della proprietà di NIS (Meridiano 13)
Contestualmente, la politica estera multilaterale adottata da Aleksandar Vučić, come primo ministro e poi come presidente della repubblica, aveva creato il clima politico perfetto per la realizzazione di una centrale termoelettrica a Pančevo con il coinvolgimento della società cinese Shanghai Electric Group.
Le sanzioni Usa a NIS
La politica energetica serba, fortemente dipendente dalla Russia, è stata messa in discussione dall’invasione dell’Ucraina e dalle sanzioni imposte a Mosca e ai suoi partner. Ad oggi si contano ben 19 pacchetti di sanzioni europee senza che Belgrado abbia mai aderito a nessuno di essi, ricevendo per questo dure critiche dall’Unione che rimprovera al governo di non aver adeguato la propria politica estera a quella di Bruxelles come richiesto a tutti i paesi candidati all’adesione.
A gennaio di quest’anno, però, il presidente statunitense Joe Biden aveva allargato le sanzioni anche alle imprese energetiche straniere controllate dalla Russia, con l’obiettivo di ridurre le entrate e le capacità di finanziamento dell’apparato militare. Tra le imprese colpite, anche la serba NIS, che da sola produce il 9% del PIL totale del paese, copre circa l’80% della domanda interna di petrolio e occupa oltre 13mila persone.
Trump ha più volte rinviato l’applicazione delle sanzioni per dare tempo a Gazprom di vendere le proprie quote in NIS. L’ultimo rinvio è però scaduto il 9 ottobre. Da allora l’azienda, il governo serbo e il presidente Vučić si trovano in una posizione piuttosto delicata.
Tra l’incudine e il martello
Da un lato la doppia necessità di evitare sanzioni secondarie che colpirebbero anche la Banca Nazionale di Serbia (NSB) in quanto istituto di credito su cui si basano le transazioni della NIS e di garantire l’approvvigionamento energetico del paese. Dall’altro lato, l’importanza di non deludere l’alleato russo con una nazionalizzazione della società già fortemente osteggiata da Mosca, probabilmente perché spera di mantenere il controllo vendendo a una società comunque riconducibile ai suoi interessi ma con sede in un paese terzo così da non veder congelati i proventi. L’11 dicembre il ministro degli esteri russo Sergej Lavrov ha dichiarato che “non può esserci nazionalizzazione della multinazionale serba NIS senza il consenso reciproco”.
Il governo di Belgrado ha scelto, al momento, di non percorrere questa strada. Il 24 novembre, il governo ha dato a Gazprom 50 giorni per vendere le proprie quote. Trascorso questo tempo, potrebbe procedere alla nazionalizzazione “pagando il prezzo più alto possibile ai nostri amici russi”, come più volte dichiarato sia da Vučić che dalla presidente del parlamento ed ex primo ministro Ana Brnabić, con significative ripercussioni sulle casse pubbliche.
Le conseguenze
La vicenda si è ulteriormente complicata dopo il ritiro della licenza commerciale da parte dell’Ofac a NIS. Il 25 novembre il presidente Vučić aveva annunciato l’imminente chiusura della raffineria di Pančevo, l’unica attiva nel paese, per il mancato arrivo di greggio dalla Croazia attraverso l’oleodotto adriatico Janaf. Chiusura che si è concretizzata il 2 dicembre.
Al momento, le riserve del paese sono ancora sufficienti a garantire l’erogazione di carburante ai cittadini e alle imprese ma solo fino a fine gennaio. Tutto questo senza aumenti di prezzo, come deciso dal governo che fissa i prezzi del carburante settimanalmente. Le preoccupazioni principali riguardano però il futuro dei lavoratori dell’azienda e i cittadini. Lo stesso Vučić aveva infatti paventato, in caso di mancato rinnovo della licenza, ripercussioni catastrofiche per il funzionamento del sistema sanitario, dei servizi di emergenza, della vendita al dettaglio e dei trasporti.
Percorso dell’oleodotto Janaf che collega la Croazia alla Serbia (Meridiano 13)
I possibili acquirenti
A facilitare la risoluzione della vicenda potrebbero essere due alleati di Belgrado e Mosca. Il governo ungherese guidato da Viktor Orbán si era infatti detto disposto a intervenire con l’acquisto delle quote russe tramite la compagnia petrolifera MOL, che ha già aumentato le proprie esportazioni di prodotti petroliferi verso la Serbia. Un’altra candidata alla sostituzione di Gazprom potrebbe essere la compagnia emiratina ADNOC.
A Gazprom e al governo serbo resta appena un mese per risolvere la questione. E il modo in cui verrà fatto chiarirà il futuro della politica energetica della Serbia, con una diversificazione delle fonti di approvvigionamento che appare quanto mai necessaria.
Dottore di ricerca in Studi internazionali e giornalista, ha collaborato con diverse testate tra cui East Journal e Nena News Agency occupandosi di attualità nell’area balcanica. Coautore dei libri “Capire i Balcani Occidentali” e “Capire la Rotta Balcanica”, editi da Bottega Errante Editore. Vice-presidente di Meridiano 13 APS.