Il quartiere armeno di Gerusalemme: tra storia e pressioni contemporanee

Il quartiere armeno di Gerusalemme è un microcosmo unico al mondo dove sono passati oltre 1.600 anni di presenza storica armena e si intrecciano la memoria del genocidio del 1915 e l’odierna politica internazionale. Mentre parte del quartiere rischia di essere ceduto a investitori israeliani, l’Armenia ha deciso di riconoscere ufficialmente la Palestina nel giugno 2024, un gesto che rompe un lungo silenzio diplomatico e riporta visibilità alla comunità armena di Gerusalemme.

Un legame politico, ma anche emotivo

Sebbene Armenia, Azerbaigian e Georgia siano geograficamente esterni al Medio oriente, monitorano da vicino gli sviluppi nella regione vicina. Questo interessa anche la popolazione armena di Gerusalemme, il cui legame con la diaspora e le questioni internazionali è da sempre forte.

Il ruolo degli armeni all’interno della città santa è unico ed estremamente significativo. Essi sono co-custodi dei luoghi santi insieme ai greco-ortodossi e ai cattolici latini, possiedono monasteri, chiese e proprietà diffuse tra Israele, Palestina e Giordania e amministrano circa un sesto della città vecchia di Gerusalemme, il celebre quartiere armeno, che si estende per 31 acri. La vita religiosa, sociale e culturale della comunità ruota attorno al monastero di San Giacomo, vero cuore spirituale e istituzionale del Patriarcato armeno.

La comunità armena a Gerusalemme, stimata intorno alle 6mila persone, vive principalmente in questo quartiere ed è direttamente influenzata dai fattori geopolitici. Nella città vecchia, quest’area rappresenta il cuore pulsante della comunità armena in Israele, il centro culturale e religioso della diaspora. Qui si concentrano le tradizioni, le istituzioni ecclesiastiche e gli spazi che mantengono viva l’identità armena in terra straniera. 

Una strada nel quartiere armeno di Gerusalemme
Una strada nel quartiere armeno di Gerusalemme (Wikicommons/Zairon)

Una delle più antiche comunità cristiane di Gerusalemme

La presenza di questo popolo in Palestina risale al IV secolo, quando i primi monaci e pellegrini raggiunsero Gerusalemme subito dopo la cristianizzazione dell’Armenia. Da quel momento, gli armeni hanno svolto un ruolo centrale nella vita religiosa e culturale della città, prima fondando il Patriarcato armeno di Gerusalemme, che ancora oggi mantiene la giurisdizione su diversi luoghi santi, e poi dando vita al proprio quartiere. Durante il genocidio del 1915, la città divenne un luogo di rifugio fondamentale per la diaspora armena.

Il genocidio degli armeni del 1915, perpetrato dall’Impero ottomano, ne trasformò profondamente la storia. Quando scoppiò la Prima guerra mondiale, la Palestina si trovava sotto dominio ottomano e nel 1915 le autorità ordinarono l’eliminazione e la deportazione degli armeni da tutta l’Asia minore fino ai deserti siriani, causando circa un milione e mezzo di morti. Così, la vita della collettività armena di Gerusalemme cambiò radicalmente tra il 1915 e gli anni immediatamente successivi, con migliaia di persone in fuga dal genocidio che trovarono rifugio in Palestina.

A Gerusalemme, secondo alcune stime, nel 1917 gli armeni erano circa 20mila: il Patriarcato armeno si occupò dell’accoglienza e il quartiere divenne un luogo di rifugio e protezione. Il monastero di San Giacomo accolse più di 4mila rifugiati provenienti dalle regioni occidentali dell’Armenia ottomana. 

Durante il mandato britannico, la comunità armena in Palestina si trovò in una situazione molto diversa rispetto al periodo ottomano pre-1914; furono decenni caratterizzati da un vero e proprio fiorire della società civile e delle sue istituzioni, tanto che all’inizio degli anni Quaranta avevano raggiunto un nuovo equilibrio e godevano anche di una certa prosperità. Tuttavia, la guerra arabo-israeliana del 1948 segnò una rottura definitiva: in quel periodo, molti armeni lasciarono la Palestina, altri furono sfollati o decisero di emigrare verso l’Armenia sovietica o in diversi paesi occidentali. 

Dopo la guerra, il quartiere armeno della città vecchia rimase sotto controllo giordano fino al 1967, ma aveva già subito un colpo significativo con il declino del suo numero di residenti e anche da un punto di vista sociale. Nel dopoguerra, le devastazioni subite dalle istituzioni religiose e culturali armene in Anatolia trasformarono Gerusalemme in un punto di riferimento essenziale per la diaspora e il monastero di San Giacomo divenne uno dei più rilevanti centri educativi e religiosi al di fuori dell’Armenia, continuando a sostenere la conservazione dell’identità culturale armena nella regione.

Una parte della cattedrale di San Giacomo nel Patriarcato di Gerusalemme, all'interno del quartiere armeno
Cattedrale di San Giacomo, Gerusalemme (Wikicommons/Bahnfrend)

Pressioni contemporanee e rischio di erosione territoriale: l’impatto sul quartiere armeno di Gerusalemme oggi

Negli ultimi anni, la minoranza armena di Gerusalemme si è trovata ad affrontare pressioni sempre più intense da parte israeliana, che ne mettono a rischio la stabilità e l’integrità territoriale del suo distretto storico. 

Prima della creazione dello Stato di Israele nel 1948, il mercato immobiliare nella città vecchia era equilibrato e privo di pressioni politiche o etniche. La situazione cambiò radicalmente dopo la guerra dei sei giorni, quando la compravendita di immobili iniziò a essere guidata da motivazioni politiche e religiose, soprattutto da parte israeliana. I coloni ebrei, sostenuti dal governo d’occupazione, avevano iniziato a impadronirsi di proprietà tramite intimidazioni, pressione economica e talvolta con infiltrazioni e sfruttando debolezze interne, riuscendo anche a ottenere proprietà strategiche vicine al quartiere ebraico, tra cui recentemente, per esempio, l’area del cosiddetto “Giardino delle mucche” (Goverou Bardez in armeno), situata proprio nel quartiere armeno. 

Il “Giardino delle mucche” occupa uno spazio di circa 11.500 metri quadrati nella parte est del quartiere. Al suo interno si trovano il parcheggio principale della zona, dei territori della chiesa armena e le case di cinque famiglie armene.

Nel 2021, l’allora patriarca firmò un contratto con l’imprenditore ebreo-australiano Danny Rubinstein per la locazione del terreno per 98 anni, ai fini della costruzione di un hotel di lusso. Questo accordo, firmato senza l’approvazione del Santo Sinodo e della confraternita di San Giacomo (perciò illegale), avrebbe messo a rischio la sopravvivenza della comunità, privando gli armeni di parcheggi, accesso a case, scuole e chiese, e aprendo la strada a possibili insediamenti ebraici. Considerando anche che il “Giardino delle mucche” costituisce circa il 25% del quartiere armeno, la sua perdita avrebbe segnato l’inizio di una graduale decimazione dello spazio armeno a Gerusalemme.

Dal momento in cui la notizia del contratto è diventata pubblica, la comunità armena ha reagito con fermezza, organizzando proteste, sit-in e difese pacifiche per impedire l’accesso ai bulldozer e agli insediamenti.

La determinazione degli abitanti della zona ha portato, nel 2023, alla cancellazione dell’accordo da parte della Patriarchia, ma le minacce non sono cessate. Tra le varie reazioni, si conta anche la creazione del gruppo “Save the Armenian Quarter” (“Save the ArQ”), che è riuscito a mobilitare residenti e sostenitori della diaspora per proteggere le proprietà e la presenza storica armena in città. Nonostante le minacce, i turni di sorveglianza 24 ore su 24 e l’attenzione internazionale, la resistenza è rimasta salda. Nel 2025, le autorità israeliane di Gerusalemme hanno introdotto delle imposte sulle proprietà all’interno del quartiere, aumentando ulteriormente le tensioni.

La crisi del “Giardino delle mucche” non è solo una questione di proprietà, ma rappresenta un attacco diretto alla sopravvivenza della società armena a Gerusalemme. Quest’ultima, ridotta a circa mille persone, ha visto nel corso del XX secolo un drastico crollo demografico rispetto ai 27mila abitanti di un secolo fa. La lotta per il “Giardino delle mucche” è quindi simbolo della resilienza degli armeni che dimostra che, anche di fronte a minacce esterne e interne, rimangono fermi nella difesa della propria storia e dei propri diritti.

Il riconoscimento da parte dell’Armenia dello Stato di Palestina

Nel contesto attuale, il riconoscimento ufficiale dello Stato di Palestina da parte dell’Armenia, avvenuto il 21 giugno 2024, assume un peso particolare. Secondo il governo armeno, la decisione si basa sul rispetto del diritto internazionale: Erevan sottolinea con ciò la propria opposizione alla violenza contro i civili e si unisce alla comunità internazionale nel chiedere la liberazione degli ostaggi. Inoltre, l’Armenia ha ricordato di aver sostenuto le risoluzioni dell’Assemblea Generale dell’Onu per un cessate il fuoco immediato e ha ribadito il proprio sostegno a una soluzione negoziata tra Israele e Palestina.

Alla base del delicato equilibrio diplomatico di Erevan ci sono anche motivazioni legate al proprio contesto regionale: da anni, infatti, Israele è uno dei principali alleati dell’Azerbaigian, e, se l’energia azera, in particolare il petrolio, sostiene l’economia israeliana, armi israeliane hanno avuto un ruolo cruciale per Baku tra il 2020 e il 2023. Dal punto di vista di Erevan, l’isolamento internazionale crescente di Israele rappresentava quindi un momento opportuno per una sorta di risposta politica strategica. Per questo, come spiegano alcuni analisti armeni, la posizione più filo-palestinese dell’Armenia è soprattutto il risultato del sostegno militare senza precedenti fornito da Israele all’Azerbaigian, che ha rafforzato la capacità militare di Baku contro l’Armenia nel Nagorno-Karabakh.

Tornando con lo sguardo verso Gerusalemme, la presa di posizione dell’Armenia nel riconoscere lo Stato palestinese, pur non modificando in maniera diretta l’amministrazione e la divisione della città vecchia, può potenzialmente aggiungere delle ulteriori instabilità per la sopravvivenza dei residenti del quartiere armeno. Infatti, la scelta di Erevan può essere percepita in questo luogo come un forte segnale politico che, sommato alle pressioni già in corso, come la disputa per il “Giardino delle mucche”, ne influenza il clima, contribuendo a un’eventuale ridefinizione dei rapporti tra i vari gruppi etnici e religiosi, le autorità locali e attori regionali.

Condividi l'articolo!
Chiara Luccioli
Chiara Luccioli

Laureata in studi sull’Est Europa (MIREES) dell’Università di Bologna, svolge un master in diritti umani presso il Global Campus of Human Rights. Ha vissuto a Tbilisi, Parigi e Francoforte e si occupa principalmente di diritti umani e identità nello spazio post-sovietico. Parla inglese, francese, russo e un po’ di georgiano e farsi (livello base).