Tra empatia e sospetto: la Moldova e la questione palestinese

In occasione della Giornata internazionale di solidarietà con il popolo palestinese, indetta dall’Onu il 29 novembre, è interessante osservare come il governo e l’opinione pubblica della Moldova (per la quale purtroppo non sono ancora disponibili sondaggi specifici) si orientino rispetto al conflitto tra Israele e Palestina. Il paese adotta un orientamento diplomatico per lo più neutrale, con tendenze pro-Israele, cercando di proteggere i legami con la diaspora ebraica e quelli economici con lo Stato ebraico, pur sostenendo formalmente i principi della soluzione dei due Stati.

La questione palestinese è meno sentita dall’opinione pubblica moldava rispetto ad altre crisi internazionali, principalmente a causa dell’attenzione verso conflitti più vicini, come quello in Ucraina, della concentrazione della società su dinamiche interne come difficoltà economiche e caro vita, e di una memoria storica dell’Olocausto non ancora pienamente elaborata.

Nonostante la disastrosa situazione umanitaria a Gaza, il tema rimane marginale, sebbene un numero crescente di cittadini stia iniziando a mobilitarsi per attirare maggiore attenzione sul genocidio in corso. In questo contesto, la Moldova rappresenta un caso interessante: un paese che, pur segnato da una storia complessa e da legami profondi con Israele, inizia lentamente a confrontarsi con le tensioni globali legate alla questione palestinese.

Un punto focale degno di attenzione è la difficile integrazione della Shoah nella narrazione nazionale moldava, che ha contribuito a una certa prudenza nel prendere posizione sui genocidi contemporanei. Parlare apertamente e condannare il genocidio palestinese viene visto in parte con sospetto per ragioni storiche, politiche e diplomatiche, che tenteremo di analizzare nei paragrafi seguenti.

Le relazioni diplomatiche con Israele e Palestina

La neutralità, sancita a livello costituzionale, e la prudenza generale della Moldova nei rapporti con Israele e i paesi arabi inducono una certa reticenza a prendere posizioni pubbliche forti. Il paese non riconosce formalmente la Palestina, rappresentando così un’eccezione tra i paesi post-sovietici insieme alle tre repubbliche baltiche. La Moldova intrattiene relazioni diplomatiche con Israele dal 1992. 

Va considerato che le autorità centrali di Chișinău hanno perso la guerra con la Transnistria nel 1992, che si è di fatto resa indipendente, e che la Gagauzia, regione autonoma della Moldova, mantiene un rapporto non ottimale con il governo centrale. Per questo motivo, i governi moldavi potrebbero mostrarsi cauti o timorosi nel supportare la lotta per la liberazione palestinese.

Nel 2024, il ministro degli Esteri Mihai Popșoi, confermato anche nell’ultimo governo moldavo nel novembre 2025, ha ribadito il sostegno della Moldova alla soluzione dei due stati, precisando tuttavia che non esiste un consenso interno sul riconoscimento ufficiale dello Stato di Palestina. Come riporta il database di UN Watch, la Moldova ha assunto posizioni varie sulle risoluzioni relative a Israele e Palestina: ad esempio, nel 2024 si è espressa con un sì su risoluzioni per la protezione dei civili e sugli aiuti ai rifugiati palestinesi, ma in altri casi si è astenuta su questioni vitali come lo stop agli insediamenti israeliani in Cisgiordania e al supporto dell’autodeterminazione palestinese.

Nel 2025 i rapporti bilaterali con Israele si sono rafforzati: il ministro degli Esteri israeliano Gideon Sa’ar ha visitato la Moldova due volte e, durante la seconda visita a luglio, ha annunciato insieme al suo omologo moldavo la creazione di una commissione intergovernativa Moldova-Israele per promuovere commercio e investimenti e coordinare l’assistenza israeliana in cyberdifesa e sicurezza interna. Sempre nel 2025, Israele ha aperto la sua prima ambasciata a Chișinău.

Questa ambivalenza si riflette anche nelle reazioni politiche interne: pur avendo condannato più volte gli attacchi del 7 ottobre 2023, la presidente Maia Sandu non ha preso una posizione chiara di condanna sul genocidio in Palestina, suscitando così diverse critiche.

Per quanto riguarda gli attacchi di Hamas del 2023, va sottolineato che la mattina del 7 ottobre i canali di propaganda russi diffusero notizie allarmanti e spesso false. Tra le narrazioni più diffuse vi era l’idea che anche l’Occidente avesse alimentato l’escalation in Medio Oriente. L’attacco ha inoltre rappresentato un’occasione per i politici filorussi per criticare il governo moldavo e cercare consensi sfruttando il dramma in corso, disorientando anche l’opinione pubblica.

I filorussi Ilan Şor e Igor Dodon hanno insinuato che le autorità di Chișinău, nei primi giorni dopo l’attacco, avessero fatto poco per rimpatriare i cittadini moldavi residenti in Israele, accusando il governo di aver ostacolato un volo charter, pagato dall’oligarca Şor, destinato a riportare a casa i moldavi bloccati a Gaza.

Un momento di frizione tra Moldova e Israele riguarda proprio la disputa giudiziaria su Şor: la Moldova ne chiede l’estradizione da Israele e Russia a causa principalmente della frode a danno delle casse dello Stato del 2014. Şor, titolare anche del passaporto israeliano e attualmente probabilmente a Mosca, mantiene libertà di movimento ed è politicamente attivo nella destabilizzazione della Moldova con il sostegno di Mosca. Comunque, nonostante le tensioni, non si registra un’ostilità diplomatica aperta e la questione resta inserita nel dialogo bilaterale.

Storie di antisemitismo

Come menzionato prima, la marginalità del dibattito sulla Palestina in Moldova può essere collegata alla memoria storica complessa e non del tutto elaborata della Shoah. La motivazione sembra opposta a quanto accade in Germania riguardo alla questione palestinese: in Moldova, la società civile non ha ancora riconosciuto pienamente le sue responsabilità legate alla Shoah, inclusa la partecipazione delle truppe fasciste rumene dell’epoca (la Romania è il principale paese partner della Moldova sotto molti aspetti) e questo contribuisce a una certa distanza verso un genocidio contemporaneo. Un breve excursus storico sull’antisemitismo in Moldova può aiutare a comprendere meglio le ragioni di questo scarso interesse verso il dramma della popolazione di Gaza.

Nel 1903 Chișinău, allora Kišinëv (secondo la grafia russa), contava circa 50mila ebrei, pari al 46% della popolazione totale di circa 110mila abitanti, rappresentando così un centro dell’ebraismo nella Bessarabia.

In quello stesso anno, le autorità imperiali russe e la stampa antisemita trasformarono l’omicidio di un bambino, Michail Ribalenko, commesso in realtà da un parente, in un falso caso di “omicidio rituale ebraico”, scatenando uno dei più famosi pogrom contro la comunità ebraica. Il bilancio di quelle giornate di violenza fu drammatico: 49 ebrei uccisi, centinaia di persone ferite o violentate e circa 700 case distrutte, mentre la polizia zarista aveva ricevuto l’ordine di non intervenire.

Questo pogrom, pur non essendo il primo, divenne uno degli episodi più noti di violenza antiebraica nell’Impero russo, ampiamente documentato e con forte risonanza internazionale, imprimendosi profondamente nella coscienza collettiva.

Dopo i diversi pogrom e le discriminazioni subite nei decenni precedenti, gli ebrei della Bessarabia furono anche vittime del genocidio durante la Seconda guerra mondiale. Quando le truppe rumene entrarono a Chișinău il 16 luglio 1941, scatenarono un pogrom che durò diversi giorni e successivamente istituirono un ghetto con oltre 11mila prigionieri. Città moldave come Chișinău e Soroca, un tempo con una significativa percentuale di popolazione ebraica, videro la quasi totale cancellazione di queste comunità. Non solo migliaia di innocenti persero la vita, ma anche la cultura ebraica della regione subì un colpo decisivo.

Targa commemorativa sul getto di Chişinǎu nel centro della città (Meridiano 13/Margherita Gobbat)

L’Olocausto sul territorio dell’odierna Moldova fu perpetrato principalmente dalle truppe rumene, alleate della Germania nazista, e dai soldati tedeschi nella regione della Transnistria, dove durante il conflitto le truppe dell’Asse attuarono deportazioni di massa e massacri sistematici. Sebbene la Transnistria non fosse formalmente incorporata nella Romania, fu trasformata, secondo i desideri del maresciallo rumeno Antonescu, in un territorio di deportazione etnica. Tra il 1941 e il 1943 vi furono inviati oltre 195mila ebrei provenienti da Bucovina, Bessarabia e Romania, circa 25mila rom, oltre a deportati politici e membri della resistenza, tutti confinati in ghetti e campi di sterminio.

Leggi i nostri contributi dedicati alla popolazione, alla storia e alla cultura rom

La Moldova e la questione palestinese: la Shoah dimenticata

La memoria della Shoah rappresenta un punto particolarmente sensibile per la memoria nazionale, poiché contraddice la narrazione sovietica, ancora presente in alcuni segmenti della popolazione moldava, secondo cui l’Unione Sovietica sarebbe stata l’unica liberatrice e vittima del nazifascismo. Per decenni, la memoria del genocidio ebraico è stata relegata alla sfera privata, senza spazio nel dibattito pubblico. Studi storici recenti mostrano inoltre il coinvolgimento di nazisti, truppe rumene e, in alcune circostanze, forze sovietiche in deportazioni e massacri, rendendo il processo di rielaborazione della memoria storica particolarmente complesso.

Resti di una sinagoga all’interno del cimitero ebraico di Chişinǎu in parziale stato di abbandono (Meridiano 13/Margherita Gobbat)

Negli ultimi anni, lo Stato moldavo ha intensificato gli sforzi per sostenere la comunità ebraica, promuovendo la conservazione della memoria e l’educazione sulla Shoah, anche se la Giornata nazionale della memoria dell’Olocausto viene celebrata solo dal 2015. Inoltre, persistono episodi di odio razziale e antisemitismo nella società, come la vandalizzazione di cimiteri ebraici e l’inquietante comparsa di svastiche, che rimangono motivo di preoccupazione.

Purtroppo, non ci sono solo episodi di antisemitismo: all’interno della società moldava permangono sentimenti razzisti e pregiudizi culturali, in particolare verso i musulmani, il che riduce anche la simpatia e l’attenzione verso la causa palestinese.

Negli ultimi anni, tuttavia, si sono registrati cambiamenti significativi, con una maggiore consapevolezza sulle vittime dei regimi nazisti e comunisti, un’attenzione crescente ai diritti umani, l’avvio di dibattiti pubblici più aperti, l’incremento dell’attivismo sociale e le prime manifestazioni di solidarietà verso il popolo palestinese, soprattutto tra i giovani e in alcune fasce più attive della società civile.

Oltre al legame storico tra il popolo moldavo e quello ebraico, un altro aspetto rilevante è la significativa diaspora moldava in Israele, che rafforza i legami culturali, economici e politici tra i due paesi, però creando una dipendenza economica che limita la libertà della Moldova di assumere posizioni critiche sul conflitto israelo-palestinese.

La diaspora moldava in Israele

Negli anni Settanta, e poi soprattutto dalla fine degli anni Ottanta, molti ebrei dell’Unione Sovietica, tra cui quelli moldavi, lasciarono il paese emigrando in Israele, negli Stati Uniti, in Canada e, in misura minore, in Australia e nell’Europa occidentale.

Negli ultimi anni, non solo cittadini moldavi di discendenza ebraica si sono trasferiti in Israele, ma anche molti altri alla ricerca di opportunità lavorative e salari più elevati. Prima del 7 ottobre 2023, circa 7mila cittadini moldavi lavoravano nel settore delle costruzioni e 5mila come assistenti domestici in Israele. L’impiego di lavoratori edili moldavi in territori occupati secondo il diritto internazionale ha esposto il governo moldavo a critiche. Tristemente, secondo il ministero del Lavoro moldavo, a causa del deteriorarsi della sicurezza in Israele, alcuni cittadini moldavi impiegati in zone di conflitto hanno visto i loro passaporti trattenuti dai datori di lavoro, spingendo la Moldova a richiedere a Israele di garantire la loro sicurezza e il rispetto dei diritti lavorativi.

Un’ulteriore osservazione è che i legami economici e diplomatici con Israele, pur essendo vantaggiosi, richiedono cautela per non apparire incoerenti a livello internazionale. Se da un lato la Moldova condanna l’occupazione russa della Transnistria, dall’altro la mancata presa di posizione su altre occupazioni nel mondo, come quella israeliana a Gaza e in Cisgiordania, potrebbe indebolirne la credibilità internazionale.

Tra memoria storica e responsabilità contemporanea

Come succede in altri paesi, esprimere vicinanza al popolo palestinese può essere frainteso: chi manifesta solidarietà rischia di essere percepito come sostenitore di Hamas o di essere tacciato di antisemitismo, anche quando non è così. Molti cittadini preferiscono quindi non prendere posizione o mantenere una distanza da entrambe le parti. Questo fenomeno mostra come, in un clima di forte tensione e polarizzazione, la solidarietà umanitaria venga spesso confusa con prese di posizione politiche estreme.

Negli ultimi mesi, tuttavia, si sono registrate diverse manifestazioni pubbliche di solidarietà con il popolo palestinese, soprattutto a Chișinău, in risposta ai massacri a Gaza e alle mobilitazioni internazionali in supporto della Global Sumud Flotilla. Questi eventi indicano una crescente consapevolezza e sensibilità della società civile moldava, in particolare nei circoli più progressisti, verso il dramma umanitario palestinese.

“Israele uccide i bambini a Gaza”, manifestazione pro-Palestina nell’ottobre 2024 a Chişinǎu (Meridiano 13 ringrazia Arianna Benesso per la foto)

Per concludere, la società moldava, pur avendo iniziato a commemorare l’Olocausto, sembra non aver ancora pienamente interiorizzato le lezioni della storia: ricordare quanto accaduto non dovrebbe diventare un pretesto per l’inattivismo o per voltare lo sguardo di fronte ai crimini di guerra contro popolazioni civili, come quella palestinese, ma al contrario servire da monito. Riconoscere la gravità degli eventi passati dovrebbe aiutare a prevenire e identificare tragedie simili nel presente e nel futuro, senza stigmatizzare chi manifesta solidarietà verso i civili palestinesi.

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Margherita Gobbat
Margherita Gobbat

Ricercatrice al Center for Social Sciences (CSS) di Tbilisi e dottoranda al Research Center For Eastern European Studies (FSO) all'Università di Brema. Dal 2018 si sposta tra vari paesi dell’est Europa.